Gioachino Belli nel 150° dalla morte


giuseppe_gioachino_belliA cura di Augusto Benemeglio

1. Roma

A centocinquant’anni dalla sua morte , uno sosta sul monumento del più grande poeta dialettale romanesco,anzi l’inventore della lingua romanesca, Gioachino Belli , e di botto rivede la Roma autunnale delle fontane e dei pini di Respighi con la musica sonora, che è una distesa di balconi e di alberi con le foglie dei platani sul lungotevere che battono le mani , la Roma dei pretini e dei marinai che sciamano per San Pietro e Castel Sant’Angelo , la stola e il solino, la croce e il cannone, l’incenso e l’odore di polvere da sparo, i topi e i gabbiani, la spada e la sete , le metamorfosi assurde , la nostalgia del mistero , le donne inginocchiate e i mattini che precipitano dentro di te, la Roma di quelle giornate meravigliose, di quelle giornate così splendidamente romane che perfino uno statale di infimo grado , be’ , puro quello se sente arricciasse ar core un nun socchè , un quarche cosa che rissomija a la felicità….

Saint Beuve , Gogol, Stendhal e altri mistici pellegrini del viaggio in Italia, allora di moda , vengono a Roma , cercano una città sepolta sotto le rovine antiche e scoprono invece , nei versi del Belli , la voce di una città viva, fatta di carne e di nervi, di sangue e di sogni, una città sublime e stracciona , urbe imperiale diroccata, cuore della cristianità immiserita a borgo, luogo mentale di un ‘opera che è insieme realistica e simbolica, fisica e metafisica, Gerusalemme e Babele , una Roma che il Belli lui ama e odia allo stesso tempo, ed è costretto a correre continuamente dal sacro al profano, dai sublimi spazi dell’eternità al fango della cronaca, da dove nascono questi singolari fiori del male, che rimeditano il Qoelet, Giobbe e Leopardi come ne “La vita dell’omo”

Nove mesi a la puzza: poi in fassciola
Tra sbasciucchi, lattime e llagrimoni:
Poi p’er laccio, in ner crino, e in vesticciola,
Cor torcolo e l’imbraghe pe ccarzoni.
Poi comincia er tormento de la scola,
L’abbeccè, le frustate, li ggeloni,
La rosalìa, la cacca a la ssediola,
E un po’ de scarlattina e vvormijjoni.
Poi viè ll’arte, er diggiuno, la fatica,
La piggione, le carcere, er governo,
Lo spedale, li debbiti, la fica,
Er zol d’istate, la neve d’inverno…
E pper urtimo, Iddio sce bbenedica,
Viè la morte… e ffinissce co l’inferno.

2. Il popolo

Belli saprà farsi interprete sincero e giusto, senza partigianerie o infingimenti , della sostanza più genuina del suo popolo , di cui dipingerà , come nessun altro , vizi, e virtù, nascita e morte , consegnandolo così alla eternità umana della poesia fino al “giorno der giudizzio” , che s’apre con un epos michelangiolesco sonorità barocche di una naturale fastosa grandiosità tutta romana , e si chiude con una sinestesia dantesca quasi surreale , e un finale ambiguo e inquietante.

Cuattro angioloni co le tromme in bocca/ Se metteranno uno pe ccantone
A ssonà: poi co ttanto de voscione/ Cominceranno a ddì: “Ffora a cchi ttocca.”
Allora vierà ssù una filastrocca/ De schertri da la terra a ppecorone,
Pe rripijjà ffigura de perzone,/ Come purcini attorno de la bbiocca.
E sta bbiocca sarà Ddio bbenedetto,/ Che ne farà du’ parte, bbianca, e nnera:
Una pe annà in cantina, una sur tetto./ All’urtimo usscirà ‘na sonajjera
D’angioli, e, ccome si ss’annassi a lletto,/ Smorzeranno li lumi, e bbona sera.

3.Il Commedione

I sonetti , il Commedione , questo monumento che Gioachino Belli fa della plebe romana , rappresentano la denuncia e insieme la condanna di un moralista di quel caos babelico che è la commedia romana che si svolge da tempo immemorabile , tra cronaca e metastoria, in quella stalla e chiavica der monno che è la città eterna… Dopo di lui ci saranno tante Rome: quella del ghetto di Zanazzo, delle serenate e di Villa Glori del Pascarella , quella aforistica arguta tutta bonaria satirica da caffè e da portineria del Trilussa, la Roma degradata e fantasmica di Scipione , quella torbida di Moravia, la Roma cruda di Pasolini , la Roma barocca -dolce-vita di Fellini, fino alla Roma di oggi delle puttane di Tor Sanguigna , o “de Scemo de guerra” di Ascanio Celestini …Ebbene, senza il Belli , punto fermo e centro motore , strada maestra e pietra angolare di tutto , modello inarrivabile, non ci sarebbe stato niente di tutto ciò . Te guardi intorno ed ecco te rivedi la Roma ventre de vacca , Roma-utero nel quale rientrare ,la mamma-Roma , la Roma disperante der traffico che tutto paralizza, la Roma delle sfilate di moda e dei carri armati , la Roma delle battone di tutti i colori e di tutte le razze alla pineta de Ostia, la Roma che non si può mai veramente conoscere , la Inconoscibile, la Romaccia , la Roma di Petrolini dallo sguardo lunare, Gastone, Nerone, lo scettico blu, ma anche l’ironico e sentimentale compagno di viaggio autore di una canzone che ancora oggi cantiamo volentieri tutti in coro, “Tanto pe’ cantà”

4.”Er Belli?, era un fijo de ‘na…

Ma chi era “realmente” Gioachino Belli ? Chi era questo dottor Jekyll che improvvisamente scopre di avere dentro di sé una specie di Mr. Hyde , metà comico e metà tragico, pieno di livore, rancore e parolacce a go go , che sferza tutto e tutti con la frusta della sua satira feroce. Ricordiamo che il suddito Belli era un impiegato dello Stato Pontificio , un uomo timorato di Dio , tutto casa e chiesa , chiuso , introverso ,musone, pavido , timoroso , un uomo che nei momenti cruciali delle grandi rivolte e delle guerre brilla per… la fuga verso casa, dove si chiude a tripla mandata e si mette a letto con la febbre altissima , e per somma prudenza si astiene da tutto , perfino dallo scrivere versi , l’unica cosa che gli riesca di fare in modo positivo..
La verità è che Giuseppe Gioachino Belli era un uomo assolutamente mediocre , opportunista , arrivista , che sposò una ricca vedova senz’amore , al solo scopo di potersi garantire una vita agiata , e dedicarsi alla sua amata letteratura , per sfornare opere come “Toeletta”, “Laude delle frittelle” , i “Salami di Pindo” , eccetera , opere con cui delizia i soci di quell’inutile e vuota Accademia Tiberina di cui era il fulcro, che gli servirà per altre cose diciamo più pratiche : fare conoscenze prezzolate , uno stuolo di conti marchesi e monsignori , abati e abatini , che gli saranno assai utili per ottenere quel comodo posticino statale di cui abbiamo accennato e poi per conservarlo , pur lavorando poco e male , e garantirsi una pensione per la vecchiaia. Ed è in questo senso , a pensarci bene , che il Belli realizza il suo vero capolavoro. Nel settore pensionistico risulta infatti un vero artista , uno che probabilmente ha battuto tutti i record possibili , il guinness dei guinness. Gioachino Belli ha avuto tre pensioni, lavorando,- si fa per dire, – una decina d’anni in tutto all’Ufficio del Bollo e del Registro, e la prima pensione gli fu data ad appena diciotto anni di età, dopo sedici mesi di servizio: altro che baby pensioni!… L’ultima a 56 anni , per malattia , dopo nemmeno tre mesi di servizio effettivo.

5.Scrisse sonetti contro Giuseppe Mazzini

Belli? , un uomo per bene, per carità , un poeta , tutto letteratura , chiesa , viaggi e …sesso . E ciò grazie ai lasciapassare della generosa moglie Mariuccia, di tredici anni più anziana, che forse per tenerselo buono, gli toglieva tutti i capricci possibili: gli finanziava i costosi viaggi a Napoli, Genova, Venezia, Milano, per non parlare quelli interni allo Stato Pontificio ( almeno due all’anno ) nell’Umbria e nelle Marche, dove la moglie possedeva dei terreni, che dovette vendere per gli sperperi del marito. E in vecchiaia il Belli fece anche peggio, si comportò da codino reazionario , antiprogressista , strenuo difensore del Papa , fino al punto da scrivere dei sonetti contro Giuseppe Mazzini e diventare bieco censore dello stato Pontificio. Metterà al bando opere come il Macbeth di Sakespeare , il Rigoletto del Verdi , e tante altre opere di grandi illuministi. E le sue ultime opere saranno la traduzione delle preghiere della Beata Vergine e degli Inni Sacri ….Mentre il giovane Belli era stato blasfemo , osceno e perfino romantico nel suo primo incontro con la marchesina Roberti , quando la conduceva , da impareggiabile Cicerone, per strade della vecchia Roma .

6.Voce di colui che dice la verità

Ma quel che conta in un autore non sono le sue piccole miserie umane, ma le sue opere e queste opere ci dicono che Belli fu un grande , grandissimo poeta , un genio giustamente paragonato a un Goya , a un Boccaccio , a un Rabelais. I suoi sonetti , arte nella quale fu inarrivabile , furono invidiati perfino da uno come D’Annunzio , e quei sonetti sono una festa liberatoria, l’abolizione di ogni gerarchia, la contestazione delle verità ufficiali, la maschera e il riso , il mondo alla rovescia, la parodia del sacro , l’ingiuria affettuosa, il realismo grottesco , l’iperbole oscena .Dite che nei sonetti s’insiste molto sugli organi genitali? Sul padre dei Santi? E la madre delle Sante? , sul corpo visto come somma di protuberanze e orifizi? , è vero, verissimo , ma quei sonetti sono la voce di colui che dice la verità , che grida la verità contro la tracotanza, l’ipocrisia e l’ottusità del potere , ed è una voce che si fa talora grave , nel risentimento e nel sarcasmo, così come il linguaggio , che si scrolla di dosso ogni ombra comica , e si fa tragico , al pari di un Parini o Leopardi , come nell’affaticata figura del Ferraro, che conserva intera la sua attualità, anche ducento anni dopo, ai tempi di oggi :

Pe mmantené mmi’ mojje, du’ sorelle,/E cquattro fijji io so c’a sta fuscina
Comincio co le stelle la matina/ E ffinisco la sera co le stelle.
E cquanno ho mmesso a rrisico la pelle/ E nnun m’arreggo ppiù ssopr’a la schina,
Cos’ho abbuscato? Ar zommo una trentina/ De bbajocchi da empicce le bbudelle.
Eccolo er mi’ discorzo, sor Vincenzo:/Quer chi ttanto e cchi ggnente è ‘na commedia
Che mm’addanno oggni vorta che cce penzo./Come!, io dico, tu ssudi er zangue tuo,
E ttratanto un Zovrano s’una ssedia/ Co ddu’ schizzi de penna è ttutto suo!

7.Cencia

Uno dice Belli e dice Trastevere , ma dice anche Morrovalle , dove stava Cencia, la sua amante. Per la quale scriverà un canzoniere nient’affatto spirituale, una cosa tutta fisica , carnale, talora oscena , fatta di sangue e umori segreti portati al culmine , in cui l’ eros ha una voce volgare , plebea , un’eccitazione visionaria , degna dei poeti maledetti…Dopo il lungo soggiorno a Morrovalle , e gli incontri amorosi con la marchesina, quando torna a Roma , Belli scopre un’altra città, un altro paese…
Cencia risvegliò in Belli gli istinti…sessuali un po’ sopiti, ma anche i sentimenti . E soprattutto risvegliò quel formidabile cantore dialettale che minacciava di addormentarsi per sempre , senza aver scoperto la sua vera indole, la sua passione segreta , la sua vocazione , quella verso una città e il suo popolo . E’ la fine dell’estate del 1830 , e in meno di un mese scrive cinquantanove sonetti , quasi tutti erotici. Ma in realtà com’era Gioachino Belli come amatore ?. .. Sentiamo cosa dice l’interessata, Vincenza Roberti da Morrovalle, un paesino vicino Macerata , dove “Cencia” viveva in un palazzo avito del XVI secolo , che ancora oggi ospita molti visitatori , probabilmente più per la curiosità di avere notizie sulla graziosa marchesina che per le sue qualità architettoniche .
Un giorno le fu chiesto. Signora Marchesa, com’era Giuseppe Gioachino Belli nell’intimità? “Ma cosa vuole che le dica, egregio Signore?…Lei chiede a me com’era Belli come amatore , ma noi eravamo solo buoni amici , lo siamo stati per più di quarant’anni . Certo, ci volevamo bene, questo è vero , ma da amici …Ci si confidava un po’ tutto , ma la verità su di lui non è facile , la verità è che “Peppe” ( tutti lo chiamavamo così, Peppe e non Gioachino) era sconosciuto perfino a se stesso . Si tratta di un realtà intricatissima , fatta di contraddizioni, di ambiguità , di piccoli enigmi caratteriali… Peppe non era solo duplice, ma , come ha detto giustamente qualcuno, era molteplice….. Ci sono stati tanti Belli, a seconda delle stagioni . Quello ad esempio del 1821, quando lo vidi per la prima volta era un bel ragazzo, alto , magro, pallido, con un paio di baffi nerissimi , da intellettuale romantico, con ondate di capelli neri che gli coprivano quasi gli occhi, nerissimi, fiammeggianti , un naso pronunciato e una bocca carnosa ; insomma aveva fascino, era di modi gentili e declamava i propri versi con voce appassionata , uno che ci sapeva fare con le donne .

E Lei , naturalmente , non ci ha mai fatto l’amore?

Ma no, glie l’ho appena detto, eravamo amici . Ma capitò qualche volta a Roma, che mammà rimanesse con la Mariuccia e noi due ce ne andassimo insieme a fare qualche passeggiata romantica a piazza di Spagna , ai Fori imperiali , al Colosseo , e in tutta quella parte di Roma che, quando fa sera , favorisce gli innamoramenti

Allora Cencia aveva ventun’anni, Belli ventinove…La verità è che divennero amanti, con alti e bassi, come capita in tutte le relazioni sentimentali, anche quelle extraconiugali. Belli si recava a Morrovalle due volte l’anno e vi sostava anche un mese intero . Sospese le visite quando Cencia sposò , qualche anno dopo il dottor Pirozzi ; ma trascorso qualche tempo i due amanti ripresero a vedersi , perché il dottore era spesso fuori paese e si comportò da uomo di mondo , da marito discreto e liberale. E così Belli continuò ad immergersi con voluttà in quella che definì la madre de le sante , la “Cicia” della marchesina Roberti.

Chi vvò cchiede la monna a Ccaterina,/Pe ffasse intenne da la ggente dotta
Je toccherebbe a ddì vvurva, vaccina,/ E ddà ggiù co la cunna e cco la potta.
Ma nnoantri fijjacci de miggnotta/ Dimo scella, patacca, passerina,
Fessa, spacco, fissura, bbuscia, grotta,/ Freggna, fica, sciavatta, chitarrina,
Sorca, vaschetta, fodero, frittella,/ Ciscia, sporta, perucca, varpelosa,
Chiavica, gattarola, finestrella,/Fischiarola, quer-fatto, quela-cosa,
Urinale, fracosscio, ciumachella,/La-gabbia-der-pipino, e la-bbrodosa.
E ssi vvòi la scimosa,/ Chi la chiama vergogna, e cchi nnatura,
Chi cciufèca, tajjola, e ssepportura.

8. La svolta decisiva

La svolta decisiva che spingerà il Belli a scrivere solo in lingua romanesca sarà la conoscenza di Carlo Porta , e delle opere del Porta , che elevano il dialetto milanese alla stessa dignità della lingua italiana. Dal viaggio a Milano torna a Roma un altro Belli , è una rivelazione, un’illuminazione… E’ come se vedesse Roma per la prima volta , nuova diversa viva sanguigna. Lascia l’Accademia Tiberina , fonda una società di lettura insieme ad un gruppo di amici , va nelle osterie, prende appunti, parla con la plebe, si mette all’ascolto delle loro problematiche , ne studia il linguaggio, la parola , essenzialmente orale , e diventa , – quasi senz’accorgersene – la voce segreta e viscerale del popolo di Roma . Belli ha trovato finalmente la sua strada ed ecco che scorre in lui la vena del grande poeta , ed è inarrestabile . Dai suoi sonetti , ecco venir fuori la Roma sboccata e oscena , la Roma vera, così com’è. D’ora in poi i suoi personaggi non saranno più soltanto abati e abatini, nobili e grassi borghesi, ma Caterina la guercia, la Peracottara de li paini, Nanna quattrochiappe, lo Stracciaroletto , Cacaritto, Deograzzia ,Bebberebbè, er Cecchetto de le quanrantora , Feliscetto der mannolino, Giartruda Ciancarella e tanti , tantissimi altri ; personaggi che ritroviamo sempre nella tradizione

9.Peppe er tosto

Intanto passa il tempo , e Belli è invecchiato precocemente , magro pallido emaciato col viso grommoso, in cui gli si legge il suo senso d’insoddisfazione a lungo repressa, che pesa in tutta la sua vita . Non cerca simpatie, partecipazioni o solidarietà dal mondo che rappresenta . Ma in fondo – si chiede – perché rappresentare quella gente sconcia e analfabeta , una plebe sguaiata , lercia, affamata? A che cosa gli sarebbe giovato? E infatti rimane clandestino , firma le sue poesie con il nomignolo di Peppe er tosto . Rifugge da ogni identificazione, da ogni riconoscimento di sé , da ogni affermazione di valori individuali o collettivi. La sua letteratura non è quella del Porta , lui non cerca nessun ideale , nessuna illusione, Aveva pensato di pubblicarle queste poesie clandestine e tutti i grandi lo avevano incoraggiato , da Gogol a Saint Beuve. Lui aveva preparato anche l’introduzione , sembrava una cosa fatta, ma poi….
Ma poi ci aveva ripensato , era sopraggiunto il vecchio timore tipicamente belliano: non è un cuor di leone, lo sappiamo bene. Anzi, è tutto e il contrario. E allora prende l’antidoto e ritorna il dottor Jekill . Anzi, li vorrebbe bruciare, quei sonetti , lo mette nel suo testamento , e quando s’affaccia il colera a Roma , nel 1837 , brucia le minute . Ma gli originali li affida a monsignor Tizzani , un prelato illuminato, amico e protettore nell’età matura .Intanto sconfessava tutto il suo recente passato: aboliva l’università delle osterie , e rientrava nella sua vecchia polverosa accademia tiberina , ne diveniva il segretario, poi il vice presidente , infine il presidente. Gioachino rientrava in sé, in quello che era sempre stato , codino, reazionario, bacchettone , in una sola parola:fifone.
Forse dietro tutto ciò c’era qualcosa che non sappiamo, che non conosciamo. Qual è la verità ? Che cos’è la verità? com’è la verità?
La verità è comm’è lla cacarella,/che cquanno te viè ll’impito e te scappa,
hai tempo, fijjia, de serrà lla chiappa,/e storcete e ttremà ppe rritenella.
E accusì, ssi la bbocca nun z’attappa,/la Santa Verità sbrodolarella
t’esce fora da sé dda le bbudella,/fussi tu ppuro un frate de la Trappa.
Perché ss’ha da stà zziti, o ddì una miffa/Oggni cuarvorta so le cose vere?
No: a ttemp’e lloco d’aggriffa s’aggriffa./Le bbocche nostre iddio le vò sincere,
e ll’ommini je metteno l’abbiffa?/No: sempre verità; sempre er dovere.

10. Il monumento a Trastevere

Uno dice Gioachino Belli e rivede il suo arcigno monumento a Trastevere di Michele Tripisciano, con la tuba, il bastone l’atteggiamento del borghese in una Roma senza borghesia, la Roma deserto , roccaforte dell’oscuramento, caposaldo dei privilegi e delle ipocrisie secolari , ma anche , la Roma festaiola , che fa bisboccia ad ogni occasione, la Roma de io le so certe cose, io so romano, la Roma de che ppe grazzia de dio noi semo romani, la Roma de passamo noi, la Roma de che ce frega e che ce ‘mporta , la Roma dei magnaccioni, la Roma de Nannì e de le gite a li castelli, quanno s’annava cor mulo o cco’ li somari che arrancavano faticosamente sulle salite de Frascati , Marino , Genzano, Albano e Ariccia.
Per Belli il vento è cambiato. Mariuccia è morta , il suo patrimonio dissestato , e dietro la bara e il cadavere ancora caldo, ci sono in fila i creditori. E lui senza i beni della moglie è un uomo disperato, finito, altro che viaggi, altro che vacatio nelle osterie . Se ne va rapidamente in miseria , è costretto a lasciare la lussuosa casa della moglie e andare a vivere in un misero buio appartamento , in affitto . Ma nonostante le ristrettezze non ce la fa , chiede aiuto agli amici. Chiede , ed è questa la terza volta, di essere riassunto dallo stato pontificio . Beneficia già di due pensioni, senza aver praticamente mai lavorato seriamente, ma non gli bastano. Viene riassunto , e dopo un paio d’anni , è di nuovo in pensione , avendo lavorato un paio di mesi in tutto . Finalmente si gode la terza pensione, e i 38 scudi, che gli consentono di vivere decorosamente. Siamo nel 1849 a Roma ci stanno i rivoluzionari, è il periodo della Repubblica , Belli si tappa in casa in attesa di tempi migliori .

11. Il papa non fa niente

Povero Belli! A vederlo sembra scontroso, malinconico, scostante. Com’era ? E com’era la sua vera voce quando recitava i suoi sonetti?. Chiediamolo al suo primo biografo e amico , il prof. Domenico Gnoli, che fu anche il promotore del monumento realizzato a Trastevere.
“Ci si trovava spesso in casa di Monsignor Bonaparte, la sera, e dopo il caffè. E tutti chiedevamo al poeta di recitare i suoi sonetti proibiti. Lui si faceva un po’ pregare, ma alla fine accettava. Si metteva in capo un berrettino di seta nera , che durante la declamazione si rigirava sul cranio calvo .La sua voce era alquanto sommessa, con espressivo spianare e aggrottare di ciglia, col più puro dialetto trasteverino, e certe gradazioni di voce e inflessioni finissime , pigliavano un colore che, recitati o letti, non avranno mai più. Non era possibile non smascellarsi dalle risa , soprattutto per la serietà a cui atteggiava il suo volto sbarbato sul quale invano avresti aspettato un sorriso . E quei versi che declamava quasi a ritegno , come ad esempio “ Il papa non fa niente”, non c’era verso di farglieli ripetere una seconda volta…

Cosa fa er Papa? Eh ttrinca, fa la nanna,/ Taffia, pijja er caffè, sta a la finestra,
Se svaria, se scrapiccia, se scapestra,/E ttiè Rroma pe ccammera-locanna
Lui, nun avenno fijji, nun z’affanna/ A ddirigge e accordà bbene l’orchestra;
Perché, a la peggio, l’ùrtima minestra/ Sarà ssempre de quello che ccommanna
Lui l’aria, l’acqua, er zole, er vino, er pane,/Li crede robba sua: È tutto mio
Come a sto monno nun ce fussi un cane/E cquasi quasi goderìa sto tomo
De restà ssolo, come stava Iddio/ Avanti de creà ll’angeli e ll’omo.

“Lo ricordo come fosse adesso, povero Belli, con quella ipocondria che gli grommava giù dalla faccia , con quel suo fare da misantropo , a fronte alta, la faccia lunga e piuttosto gialla che pallida , i movimenti penosi , come d’uomo che abbia il freddo nelle ossa , lenti e arguti gli occhi , e la voce, chiuso il collo dal suo cravattone nero . E gli crescerà vieppiù quel freddo nelle ossa , povero Belli , con una serie di lutti che non gli danno tregua. Gli muoiono uno dopo l’ altro le persone più care, il nipotino , la giovane nuora Cristina , gli amici Biagini e Ferretti , che erano per lui come fratelli. E si deve occupare del figlio Ciro , che dopo la morte della moglie, rimane come svuotato, inebetito, depresso , incapace di fare qualsiasi cosa, e lui , ormai vecchio e malandato, è costretto a prendersene cura e occuparsi anche dei tre nipoti . Quel freddo nelle ossa lo sentirà sempre , non riuscirà più a scaldarsi, povero Belli…”

12. La morte

Già, il freddo nelle ossa . Forse gli veniva dalla memoria , dagli strati più profondi della coscienza , era il brivido della sua parola poetica , anch’essa cifrata all’insegna di un ‘enigma , gli orologi.
Quann’io vedo la ggente de sto monno,/ Che ppiù ammucchia tesori e ppiù ss’ingrassa,/Più ha ffame de ricchezze, e vvò una cassa/Compaggna ar mare, che nun abbi fonno,/ Dico: oh mmandra de scechi, ammassa, ammassa,
Sturba li ggiorni tui, pèrdesce er zonno,/Trafica, impiccia: eppoi? Viè ssiggnor Nonno/Cor farcione e tte stronca la matassa./La morte sta anniscosta in ne l’orloggi;
E ggnisuno pò ddì: ddomani ancora /Sentirò bbatte er mezzoggiorno d’oggi./

E lui , profeticamente , non sentirà battere er mezzogiorno del domani di quel giorno, -21 dicembre 1863. Muore per un colpo apoplettico, mentre i tre nipotini , nella stanza accanto, stanno giocando. Lo trovano caduto a terra, esanime. Giacomo, il nipote più grande, va a chiamare il parroco, poi la cugina, la bella Orsola Mazio. Tutte le sue donne sono ormai lontane, perdute in una dimensione favolosa. Mariuccia nei freddi regni della morte, Cencia nelle Marche, e l’adorata nuora, Cristina, se ne è andata anch’essa per sempre , a soli trentasette anni. Solo la bella Orsola ora si china su di lui e lo bacia sulla fronte. Gioachino , a quel contatto, apre gli occhi e sorride . Ora può andare , con quel viatico è meno triste partire..
Alle otto e trenta della sera del 21 dicembre 1863, 150 anni fa , il cantore della plebe di Roma va a raggiungere i suoi papi che ha satireggiato, e la sterminata teoria di principi e plebei fermati in eterno dalla sua penna. La sua salma viene portata al Verano, e posta in un loculo sul muro di cinta , a destra dell’ingresso principale. Solo 40 anni dopo i suoi resti verranno esumati e deposti al Pincetto , nella tomba di famiglia. Checco Spada, il suo amico più caro , detta la frase per la lapide. “Qui giace Giuseppe Gioachino Belli , romano , esemplare nella pietà , integro nei costumi , aspro nell’ingegno . Eccelse nella poesia più varia , divertendo e, insieme, ammonendo”.

Ma chi era Gioachino Belli?
“Er belli era un fijo de ‘na…”

Roma, 16 marzo 2013
Augusto Benemeglio

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