Recensione: Emanuele Trevi – Due vite


Emanuele Trevi in Due vite narra le memorie di due carissimi amici.
Trevi lo si immagina immerso tra fogli e fotografie, riuscendo a tratteggiare la personalità dei due attraverso la rievocazione di vita comune fino alla prematura scomparsa.
“Perché noi viviamo due vite, entrambe destinate a finire: la prima è la vita fisica, fatta di sangue e respiro, la seconda è quella che si svolge nella mente di chi ci ha voluto bene. “
Trevi propone al grande pubblico due autori: Pia Pera e Rocco Carbone, morti prematuramente senza affermarsi completamente, e la bravura di Trevi è stata proprio quella di farmi conoscere non solo la loro produzione letteraria, ma, soprattutto l’essenza del loro essere, Trevi li ricorda nei momenti passati tutti e tre insieme, li presenta in tutta la loro intimità.
Una ricerca minuziosa di particolari che hanno caratterizzato l’amicizia intima se pur lontana di Pia Pera e Rocco un’analisi che porta lo stesso autore a porsi delle domande sull’esistenza stessa.
Sinceramente non è una lettura facile, per me ancora più difficile visto che ho ascoltato il libro su Audible; spesso ho dovuto riascoltare dei capitoli interi per carpirne l’essenza, difficoltà accentuata dal non conoscere, nemmeno per sentito dire i due autori: sono rimasta particolarmente incuriosita da Rocco Carbone e dalle sue opere visto gli argomenti da lui trattati, quale la sua stessa malattia mentale.
Nonostante le mie difficoltà nel proseguire l’ascolto di “Due vite” trovo che la scrittura di Trevi sia elegante e riesce a immergere il lettore nelle emozioni più segrete lasciando il sapore di buono.

Katia Ciarrocchi
© Redazione Lib(e)roLibro

Titolo: Due vite
Autore: Emanuele Trevi
Prezzo copertina:
Editore:Neri Pozza
Collana:Bloom
Data di Pubblicazione:febbraio 2021
EAN:9788854522633
ISBN:8854522635
Pagine:128

Citazioni tratte da: Due vite

Quanto ad esser felici, questo è
il terribilmente difficile, estenuante.
Come portare in bilico
sulla testa una preziosa pagoda,
tutta di vetro soffiato, adorna di campanelli
e di fragili fiamme accese;
e continuare a compiere ora per ora i mille
oscuri e pesanti movimenti della giornata
senza che un lumicino si spenga, che
un campanello dia una nota turbata.

Cristina Campo
[da una lettera a Gianfranco Draghi, febbraio 1959]

Le fantasie dei romanzi e gli aspetti della realtà possono diventare, in certi paraggi delle vecchie città, indistinguibili e reciprocamente generati.

Inspiegabilmente, alla fotografia si associa l’idea dell’«immortalare», ma è un modo di dire sbagliato, non c’è nulla che più della fotografia, in un modo o nell’altro sempre vincolata all’attimo e al presente, ci ricordi la nostra transitorietà e futilità.
(…)
D’altra parte, quell’attimo che la fotografia ritaglia nella durata può rendere visibile un’essenza, un aspetto permanente del carattere.
(…)
E quel gesto protettivo catturato dalla foto le è così connaturato che assomiglia più al respiro e al battito del cuore che alle decisioni consapevoli. Solo così, vorrei aggiungere, quando fare il bene è una cosa che letteralmente ti scappa, mentre nemmeno ci pensi, la mano arriva al momento giusto e scongiura il peggio. Paragonato a questo istinto morale, il bene volontario produce sempre il suono di una moneta fasulla.

… le persone non sono stati d’animo, certi tratti fondamentali li vedono tutti.

Come è possibile che conteniamo in noi tante cose così disarmoniche e spaiate, manco fossimo vecchi cassetti dove le cose si accumulano alla rinfusa, senza un criterio?

…quasi tentati di dire che le difficoltà della vita rendano le persone migliori e più forti. Io non ci credo, non ammetterò mai che un dolore o una malattia servano a qualcosa, è solo una consolazione moralistica, e comunque rinuncerei volentieri a questi famosi frutti della sofferenza. Non siamo nati per diventare saggi, ma per resistere, scampare, rubare un po’ di piacere a un mondo che non è stato fatto per noi.

La memoria si sfarina in una serie di immagini simili a un mucchio di fotografie rovesciate sul tavolo da un cassetto…

Un singolo ricordo può essere perfettamente lieto e spensierato, come una margherita che sboccia tra due gelate.

«C’è sempre qualcosa di assente che mi tormenta» diceva Camille Claudel, l’allieva di Rodin, malata cronica di nervi. Quelque chose d’absent. Chiamiamolo così. Forse queste cose fanno parte della vita di ognuno, e c’è chi ci fa più caso, e chi meno. In una certa misura, se questo è vero, la felicità dovrebbe consistere in una sempre minore attenzione a se stessi. Altro che la cura di sé! Meno sai chi sei e cosa vuoi, meglio stai.

«La luce ha invaso tutti gli angoli, cancella le ombre e rende ogni cosa di un colore uniforme».

Del resto, nella vita umana non esiste nessun vero appagamento, e basta immaginare dei motivi di frustrazione per trovarli belli e pronti nella realtà.

Mentre la vita delle singole persone, in quanto esseri mortali, è difficile senza distinzioni e certi vantaggi stabiliti dalla sorte possono rivelarsi degli ulteriori ostacoli, o risultare, a conti fatti, del tutto irrilevanti.

Noi pensiamo di essere infelici per qualche motivo, e non ci rendiamo conto che è proprio l’infelicità a produrre continuamente un suo teatro di cause che in realtà sono solo le sue maschere, e buona parte della nostra vita – speriamo non tutta! – trascorre alle prese con problemi apparenti: sentimentali, creativi, economici..

Garboli, nel suo grande saggio sulla vita di Antonio Delfini, ha scritto che in ogni amicizia c’è un rimorso.

… passo dopo passo, senza mai accennare a un conflitto, ci si può allontanare moltissimo.

La psichiatria, che è un modello di conoscenza che ha lo scopo di formulare diagnosi e stabilire terapie, per essere efficace deve astrarre, ridurre la molteplicità dei casi e dei sintomi a delle costanti, creare delle definizioni: isteria, paranoia, depressione, episodio maniacale… Al contrario, la letteratura deriva la sua stessa ragion d’essere dal rifiuto di ogni generalizzazione: è sempre la storia di quella persona, murata nella sua unicità, artefice e prigioniera della sua singolarità. E dunque la letteratura, se parla di una malattia, non potrà che trasformarla in una malattia senza nome, l’unica che si possa commisurare degnamente a quell’irripetibile intreccio di destino e carattere, contingenza e necessità che dà vita a un personaggio.

C’è un tipo di saggezza che consiste nell’aspettare la verità come un eremita nel deserto, murato tra le proprie abitudini, insensibile alla mutevole varietà del mondo.

…perché ogni perdita d’innocenza aumenta in noi il senso desolante dell’estraneità di quel mondo che l’anima si ostina a scambiare per la propria casa.

Capita agli uomini di uscire all’improvviso dalle loro storie per una momentanea, irrisoria distrazione, una minuscola sfiga. Qualcosa che non c’entra nulla e prevale su tutto il resto. Da quel momento, l’onda d’urto dell’assurdo procede a ritroso investendo tutto il passato, fino al primo giorno.

Più ripeti una parola, più diventa l’equivalente del suo contrario. Come se la ripetizione svelasse il trucco, ricordandoci che non esiste nessuna parola adeguata al casino indecifrabile della vita umana, al suo perenne fallimento.

Perché noi viviamo due vite, entrambe destinate a finire: la prima è la vita fisica, fatta di sangue e respiro, la seconda è quella che si svolge nella mente di chi ci ha voluto bene. E quando anche l’ultima persona che ci ha conosciuto da vicino muore, ebbene, allora davvero noi ci dissolviamo, evaporiamo, e inizia la grande e interminabile festa del Nulla, dove gli aculei della mancanza non possono più pungere nessuno.

Il fatto è che nelle nostre vite il caso e il più inflessibile concatenarsi degli eventi si assomigliano in modo da diventare esattamente identici – e forse è proprio questa opacità a permetterci di tollerare l’urto delle cose, senza mai farcene una ragione ma finendo per accettarle.

Un sospetto mi tormentava: uno di quei tormentoni che nel buio della notte fonda si ingrandiscono a dismisura e che con la luce del giorno riacquistano le loro vere dimensioni – tranne quelle volte in cui la paranoia intercetta una verità fondata.

…le vere rivoluzioni sono trasformazioni: di ciò che già sappiamo, di ciò che abbiamo sempre avuto sotto gli occhi. Perché è vero solo ciò che ci appartiene, ciò da cui veniamo fuori.

anche i ricordi di chi abbiamo conosciuto talmente bene che la consuetudine è diventata quasi un riflesso condizionato, si staccano e volano via con rapidità inconcepibile. Pensiamo di averne accumulati tantissimi, così numerosi e vividi da ritenerli inestinguibili – e invece in mano ci resta poco più di uno sfarfallio di immagini incerte e fuggitive. Forme di memoria talmente insignificanti e sbriciolate da equivalere alla dimenticanza. Tutto l’onere della prova ricade sulle spalle di chi resta.

Il male del «motoneurone» va avanti come un condottiero che invade una terra che non potrà mai opporgli una vera resistenza – al massimo qualche rallentamento.

Emily Dickinson, botanica di prim’ordine. «I haven’t told my garden yet» dice la poetessa, non l’ho ancora detto al giardino che mi tocca morire, penetrare nell’«Ignoto». Presto, troppo presto! Come farà il giardino a capire perché la giardiniera non viene più ad accudirlo? Meglio nascondergli la verità, meglio nasconderla anche all’ape che ronza tra i cespugli, alle foreste e alle praterie dove Emily ha tanto amato camminare.

Anche nel giardino erano circolati dei serpenti. Perché le età della vita non si succedono, si accavallano.

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