Recensione: Elena Ferrante – L’amore molesto


Ammetto, acquisto questo libro per la bellezza della copertina, per quanto la Ferrante mi sia piaciuta ne L’amica geniale, non sono particolarmente incuriosita nel leggere la sua produzione letteraria, almeno per il momento.
Elena Ferrante attraverso Delia racconta il suo amore molesto diretto ad Amalia, sua madre, e di un passato che torna a galla prepotente con il corpo della stessa Amalia morta annegata.
La bugia domina il passato e il presente di Delia e l’autrice rafforza il messaggio di quanto, le bugie, siano dannose.
L’amore molesto è un thriller psicologico che affronta il problema madre-figlia e quello che scaturisce quando c’è amore e odio, di quello morboso senza nessuna indulgenza. L’autrice sottolinea il percorso di consapevolezza di Delia, anima ambivalente, dibattuta tra progresso e tradizione, tra affetto e ostilità, incertezza e voglia di emergere.
L’amore molesto è sicuramente un libro molto intenso, cattura il lettore incuriosendolo non solo per le vicende, ma soprattutto per la parte psicologica dei protagonisti. Il valore aggiunto, sono le parole crude, il linguaggio  usato dall’autrice rafforzando la suspense che si cela intorno ai personaggi.
La narrazione è intensa e piena di dettagli, permette scenari possibili catapultato il lettore nelle inquietudini dei personaggi.
Sicuramente non è un libro facile, ma costringe in un’attenzione sempre presente, altrimenti non si riesce a proseguire nella lettura.
Il finale non merita l’intera narrazione.

Titolo: L’ amore molesto
Autore: Elena Ferrante
Prezzo copertina: € 9.90
Editore:E/O
Data di Pubblicazione:marzo 2015
EAN:9788866326403
ISBN:8866326402
Pagine:176

Citazioni tratte da: L’amore molesto di Elena Ferrante

Quando si entra nella casa di una persona morta di recente, è difficile crederla deserta. Le case non conservano fantasmi ma trattengono gli effetti degli ultimi gesti di vita.

Provo pena per quel mondo di vecchi smarriti, confusi tra immagini di sé che risalivano a epoche andate, ora affiatati ora in rissa con ombre di cose e persone del tempo passato.

Provai, all’apparenza immotivatamente, lo stesso gradevole stupore di quando trovavo in luoghi impensati i doni che Amalia aveva nascosto fingendo intanto di aver dimenticato per sbadataggine date e festività. Ci teneva sulle spine fino a che il regalo non saltava fuori all’improvviso da angoli della vita quotidiana che non avevano niente a che fare con l’eccezionalità del dono. A vederci felice era più felice di noi.

Avventato era esporsi ai rischi dell’esistenza con leggerezza.

«C’è un momento in cui bisogna mettersi in pace col prossimo»
(…)
Non lo sapevo ancora ma avrei sperimentato anche io che la vecchiaia è una brutta bestia feroce.

L’infanzia è una fabbrica di menzogne che durano all’imperfetto: la mia almeno era stata così.

Non mi interessava più la storia tra lui e mia madre: desideravo solo confessare ad alta voce che, allora e dopo, avevo odiato non lui, forse nemmeno mio padre: soltanto Amalia. Era a lei che volevo fare del male. Perché mi aveva lasciata nel mondo a giocare da sola con le parole della menzogna, senza misura, senza verità.

Katia Ciarrocchi
© Redazione Lib(e)roLibro

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