Recensione: Armando Debiasi – Bagliori di felicità


La vita è come un dado;
non esce mai il sette.

Non ho mai conosciuto Armando Debiasi, nato ad Ala (Tn) nel 1964 e ivi morto nel 2010. Non avevo mai avuto notizia della sua attività poetica. E quasi per caso mi sono imbattuto in un suo volume di poesie: Bagliori di felicità. Un’antologia uscita postuma, nel 2011, il suo terzo volume (dopo L’urlo, del 2005, e Un petalo che si stacca, del 2007) del quale l’autore non ha potuto vedere la luce. Ciò che avrà accresciuto il rammarico dei tanti amici ed estimatori della sua produzione in versi.
46 anni di vita sono pochi, per quanto intensamente siano stati vissuti. Resta il lascito delle pagine, un testamento morale, un modello, un esempio, ogni rabbia, dolore, rimpianto dispersi, elaborati in una strana prospettiva da coloro che nella ruota degli eventi sono ancora fra i vivi, dai lettori (postumi anch’essi…).
Non deve essere stata facile l’esistenza di Armando Debiasi, fra vitalismo e gravose cadute, fra l’immane luce dell’ispirazione e i precipizi del duo mente-cuore, i bui abissi cui niente come il quotidiano sa consegnarci. “Ascoltare le sue liriche era un’esperienza dalla quale tutti uscivano trasformati”, ha ben scritto Elena Corradini in una delle prefazioni che corredano il libro.

Se la pazzia camminasse,
servirebbero delle scarpe.
Non ridere…
non hai la bocca.
Le verità sono fette di morte.
I morti sono vivi,
io già lo sapevo.

Pensieri fissi,
un’ecatombe cerebrale.
Non riesco a districarmi.
Una soluzione?
Provo a telefonare a Dio.
Ci sarà?

Essenziale è la lirica del Debiasi ed evocativa. Una taglientissima feroce lama, come quella in uso alla ragione che, messa alla prova, smentisce sé stessa e si fagocita. Spaesamento, con la dura necessità di affrontare comunque la realtà: un confronto impari. Bisogna far appello a tutto il proprio coraggio, alle riserve sepolte in un profondo quasi inaccessibile.

È un sentimento d struggenza
difficile da diagnosticare.
È melanconico,
ti divora,
è determinato.

È l’Hannibal.

La struggenza non dura all’infinito,
si placa,

è materia psicologica.

Devo cogliere il “carpe diem”.

La struggenza colpisce chi è sensibile.
La struggenza ha un inizio e una fine.
Spero che mentre scrivo questa poesia
sia terminata.

Struggenza… un nuovo magnifico sostantivo, sospeso fra nostalgia, ergo fra dolore e voglia di ritorno, fra un senso da individuare e il non senso che pare, ancora una volta, ineluttabilmente travolgerci. Non conosco le cause della morte di Armando Debiasi, ma la sua poesia lo rende fratello. Un grido, un’invocazione, una richiesta di aiuto e, nel contempo, una spietata analisi della società umana, valutata anche nella sua “colpevole” assenza.

Alla deriva.
Completamente allo sbando,
non riesco a starmene fuori.
Sono estremamente lucido;
non è che la lucidità sia pari alla pazzia?
Secondo me,
sì.
La lucidità estrema,
abbinata alla ragione,
è terribile.

“Cogito ergo sum”!
Nulla di più terribile.

Persino il dubbio cartesiano, in fondo così vivificante al termine della sequenza dei suoi passaggi logici, diviene terribile, spiazzante.

Il mio cuore è blando,
la mia anima è blanda;
che significato hanno?
Il mio cuore è blando,
la mia anima è blanda;
sarà non avere sangue nelle vene,
non discuto.
Ogni plusvalenza è d’ordine?
Non riesco a capacitarmi,
eppure è la realtà.
Blando è sinonimo di sconfitta?

Acerrimo il mio nemico!

Il mio cuore è blando,
la mia anima è blanda:
uno scherzo del fato.

E ancora…

Sono stato là,
dove l’orrore è di routine.

Sono stato là;
cadaveri che bevono il proprio sangue.

Sono stato là,
dove impazzire è all’ordine del giorno.

Sono stato là.

Quando rientrerò,
non sarà più come prima.

Perché la vita sembra, a un certo punto, una lenta punizione, uno scontare secondo per secondo la fine delle speranze, un permanere all’addiaccio, la stretta di un freddo crudele, il sorriso congelato in una smorfia?

Bisogna sempre aspettare.
Bisogna aspettare il medico,
bisogna aspettare l’operatore,
bisogna aspettare il treno,
bisogna aspettare il tram,
bisogna aspettare che la vita giri,
bisogna aspettare comunque e chiunque.
Ne ho le tasche piene, di aspettare,
tanto vale fare l’uomo vegetale,
che dorme tutto il giorno,
senza qualsivoglia appuntamento.
Aspettate sì, ma con quale costrutto?
Meglio farla finita!
O ci sarà anche lì da aspettare?

Eterna attesa, senza soluzione. Abbandono…

Respiro flebile,
accasciato a terra,
in un angolo.

Sto combattendo
un’ennesima crisi.

Non posso lasciare l’angolo,
mi dà sicurezza.

Ho paura,
sono angosciato.

Prima o poi svanirà.

Lì,
in un angolo.

E che dire del potere allucinatorio della realtà quando le visioni confondono e si confondono come i fumi di infide sibille?

Un lampadario con due scarpe.
Nulla da riferire,
nulla da eccepire,
nulla da biasimare.
Un lampadario con due scarpe.
Addio mia bella,
addio.

Quando e quanto il delirio è parte di noi, dedalo senza via d’uscita?

Sto male!

Infermieri: angeli custodi.

Un fiore reciso.

La mano dell’uomo
ha colpito ancora.

Un omicidio bello e buono.

Viveva.

Viveva Armando Debiasi. Invero grazie al libro da lui scritto, desiderante e desiderato (anche se non visto) – cenere che è tornata a esser fuoco, o araba fenice – vive ancora Armando. Le parole sono per sé e, soprattutto, per gli eredi: viatico e abbraccio d’amore.

Alberto Figliolia

 

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