Recensione: Anton Cechov – I racconti della maturità


La vita in due
Questi racconti con ogni probabilità sono stati scritti verso la fine della vita di Cechov che morì a soli 44 anni in conseguenza di una tubercolosi che lo divorava da tempo e a cui invano cercò di sfuggire spostandosi di continuo in località più salubri. In ogni caso di tratta di prose che risalgono a ben oltre un secolo fa e quindi ci sarebbe da attendersi uno stile un po’ stucchevole, non disgiunto da una certa grevità tipica di quasi tutti gli autori russi. Invece, per fortuna, e ne guadagna così parecchio il piacere della lettura, lo stile è snello, tutto sommato semplice senza essere elementare, accompagnato da una tipicità di Cechov che, oltre all’indubbia dote di saper sondare l’animo umano, inserisce sempre un rapporto con la natura che va ben oltre lo sfondo in cui si svolge la trama, ne è parte essenziale, con una vena poetica che, senza sfociare nel lirismo, dona un tocco di grazia.
Il volume riporta sei racconti, con un unico fil rouge che li accomuna, vale a dire il rapporto di coppia, tutte storie di amori che durano quanto un amen, di legami che da affetti si tramutano in obblighi, e in quanto tali destinati a essere osteggiati con il piacere del tradimento. Nel mondo di Cechov non c’è spazio per vicende in cui uomini e donne  riescano a conciliare una passione iniziale con un affettuoso legame successivo, anzi poco a poco si instaura una incomunicabilità che porta ognuno per la sua strada. E’ questo il caso del professor Kovrin, in preda a un delirio allucinatorio che lo porta a vedere un misterioso monaco nero, così come appare già segnato il matrimonio fra un infatuato Laptev e  Julija, che non lo ama. E’ l’impossibilità di essere omologato alla società di Misail che incrina la sua unione con Masa, e senza speranza è la relazione extraconiugale di Alechin con Anna, per non parlare dell’avventura, una delle tante, di Gurov, un’avventura che non si spegnerà in una semplice relazione. E infine c’è l’ultimo, il più bello, con Nadja, figlia di una famiglia borghese della provincia, che rinuncia all’imminente matrimonio per avere una vita sua, grazie ai consigli di un caro amico minato in modo irrimediabile dalla tubercolosi ormai all’ultimo stadio.
Per lo più si tratta di racconti venati dall’amarezza, dall’impossibilità, che sembra connaturata, di vivere compiutamente in due, una visione, quella della incomunicabilità, a cui tanto concorre il tessuto sociale di un’epoca e che precorre autori della metà del ‘900, una prova di grande maturità artistica.

Titolo: I racconti della maturità
Autore: Anton Cechov
Prezzo copertina: € 10.00
Editore:Feltrinelli
Collana:Universale economica. I classici
Edizione:5
A cura di:F. Malcovati
Traduttori:Guercetti E., Piretto G. P.
Data di Pubblicazione:settembre 2015
EAN:9788807902109
ISBN:8807902109
Pagine:XII-262

Anton Cechov (Taganrog, 29 gennaio 1860 – Badenweller, 2 luglio 1904).
Scrittore e drammaturgo russo. Cresciuto in una famiglia economicamente disagiata, si trasferì nel 1879 a Mosca dove si iscrisse alla facoltà di Medicina. Laureatosi nel 1884, esercitò solo saltuariamente, dedicandosi esclusivamente all’attività letteraria.
Nel 1890 raggiunse attraverso la Siberia l’isola di Sachalin, sede di una colonia penale, e sulle condizioni disumane in cui vivevano i forzati scrisse L’isola di Sachalin.
Minato dalla tubercolosi, passò vari anni nella piccola tenuta di Melichovo, nei pressi di Mosca.
Nel 1895 conobbe Tolstoj, cui rimase legato da amicizia per tutta la vita.
Nel 1900 venne eletto membro onorario dell’Accademia russa delle scienze, ma si dimise due anni dopo per protesta contro l’espulsione di Gor’kij.
Nel 1901 si sposò. In un estremo tentativo di combattere il male si recò a Badenweiler, una località della Foresta Nera e lì morì all’età di quarantaquattro anni.
La produzione novellistica di Cechov è particolarmente copiosa e percorsa da motivi e tonalità ricorrenti. Negli anni universitari compose le novelle, dal tono comico e grottesco, raccolte in Racconti di Melpomene (1884).
La fama arrivò con Racconti variopinti (1886) e Nel crepuscolo (1887).
Il 1888 è l’anno de La steppa, lunga novella elegiaca il cui vero protagonista è il paesaggio russo.
Seguono: Il duello (1892), La mia vita (1895), La signora col cagnolino (1898) e Nel burrone (1900).
Tra il 1884 e il 1891 Cechov scrisse per il teatro otto atti unici, tra i quali ricordiamo Il tabacco da male, Tragico contro voglia e Il canto del cigno.
A essi fecero seguito sei lavori in quattro atti che lo hanno consacrato come drammaturgo: Ivanov (1888), Il gabbiano (1895), Zio Vanja (1899), Le tre sorelle (1901) e Il giardino dei ciliegi (1904).
I personaggi di questi drammi subiscono una sorta di estraniazione che li rende incapaci di parlarsi. Cechov anticipa in questo senso alcuni motivi fondamentali della drammaturgia moderna.
Dopo la rivoluzione del 1917, dagli archivi sono emersi altri due lavori teatrali di Cechov, Tatjana Répina (1899) e Platonov (1880-1181), opera giovanile che ha per protagonista un eroe senza volontà.
Ci restano anche I quaderni del dottor Cechov, redatti tra il 1891 e il 1904.
Da: “Enciclopedia della Letteratura“, Garzanti, 2004

Renzo MontagnoliSito

 

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