Veronica 1


di Mario Ughi

Una domenica mattina, di buon’ora, Veronica attraversa piazza Cavallotti, sgombra dei banchi di frutta e verdura, quasi desolata nell’assenza dei richiami lanciati ad alta voce per i carciofi più belli e le mele più gustose. La luce invade lo spazio vuoto e non trovando la rifrazione dei mille colori sui quali rimbalzare gioiosa, assume la sfumatura grigia della pavimentazione consumata dal tempo e dai frequenti lavaggi. Un luogo da attraversare in fretta, tagliando la coltre di calma tristezza che lo pervade.
La piazza in quel momento è vuota, e fa sembrare la città deserta, e triste. Veronica cammina veloce, desiderosa di uscirne fuori. Poco distante, alla vista dei colonnati del Duomo, in piazza Grande, inconsapevolmente tira un sospiro di sollievo.
Nella borsa in plastica che le ballonzola al fianco, nasconde un segreto.
Imboccando via Grande, rallenta il passo. Ha deciso di compiere l’intero tragitto a piedi e non vuole lasciar crescere quel primo senso di affanno che sente salire. La strada è lunga. Continuando a camminare, controlla il contenuto della borsa. Tutto a posto. Una lieve ruga le taglia in due la fronte. Forse avrebbe dovuto usare un borsa più consona alla bisogna. Non una cosa elegante, che a lei interessa poco, ma insomma, adesso la borsa in plastica le appare come una mancanza di rispetto. Stringe le labbra, quasi si ferma, poi riprende risoluta a camminare. Non ha più importanza, ormai. Anzi, quasi niente ha più importanza.
In fondo a via Grande gira a sinistra, verso il Cantiere navale, o quel che ne resta. Il bacino di carenaggio appare completamente smantellato, l’intera zona si è riempita di appartamenti, persino i grandi palazzi lungo piazza Mazzini verranno destinati a nuove abitazioni. Forse sono soltanto i suoi occhi inesperti, ma le sembra che niente sia rimasto di quanto c’era prima. Una trasformazione radicale, silenziosa, lei direbbe subdola, sta cancellando dalla sua vita intere porzioni di una città che credeva di conoscere, ma che nel tempo sta diventando un mondo incomprensibile. Quel mistero che una volta era il futuro, divenuto presente, l’ha circondata di spazi alieni, che lei non conosce e non vuole riconoscere. Non fanno parte della sua vita. Una fitta di apprensione la colpisce quando pensa che il tempo, senza tanto scherzare, si sta portando via tutto.
Cammina commemorando i cinema della sua gioventù, sorridendo al pensiero delle lunghe file davanti alle biglietterie, e adesso trasformati in enormi distese di vestiti per modelle anoressiche, costumi irreali allineati in lunghe file, sotto immense costellazioni di crudeli luci al neon.
Come in un film muto rivede i negozi che amava frequentare, sottobraccio alle amiche del cuore. Il bar dalle grandi vetrate dove la domenica pomeriggio sostava a bere una cioccolata calda. Le vetrine ricolme di splendidi tessuti ancora da tagliare e cucire. Le prime discoteche inventate all’interno dei circoli ricreativi. Le immagini di tutto quanto amava le giungono fresche e lievi, poi scivolano via seguendo il flusso di lacrime leggere.
All’altezza della Terrazza Mascagni le sembra di riaffiorare da un gorgo all’interno del quale aveva sospeso il respiro. Si ferma un attimo, lasciandosi accarezzare dall’umida brezza marina. Si guarda intorno con lo sguardo dell’ultimo sopravvissuto a un gigantesco massacro, mentre osserva rassegnato l’estrema difesa al nemico incalzante. La lunga linea dell’orizzonte, il grande mare, è limpida e sgombra di nubi. In quel posto poche cose sono cambiate. Accoglie e lascia vivere intatti i ricordi, volare le voci e i richiami, e i sorrisi. Per un attimo Veronica sente venir meno la fermezza della propria decisione. Poi scuote la testa e riprende a camminare.
Percorre come in un sogno l’ultimo tratto di strada. Superata l’Accademia navale si ferma a guardare la stretta spiaggia ghiaiosa. Poggia con cura la borsa per terra, si toglie il cappello e il giaccone col risvolto in finta pelliccia, le scarpe, lasciando tutto sul muretto all’inizio della breve discesa. Dalla borsa estrae l’urna di metallo spazzolato, la stringe forte al petto e si dirige verso gli scogli bassi che affiorano a pelo d’acqua, una lunga piattaforma scivolosa che per lei non rappresenta un pericolo: ne conosce ogni anfratto e asperità sin da quando era una ragazzina.
Raggiunge con calma e sicurezza il limite delle acque profonde. Il vento improvvisamente rinforza, come volesse spingerla indietro. L’acqua gelida le morde i piedi, il freddo risale lungo le gambe diffondendosi attraverso i pantaloni bagnati. Gli ultimi passi la portano sul bordo di uno sperone di roccia che si allunga solitario sul mare, un trampolino naturale. Si ferma, e aspetta.
Quando il vento, obbediente, muta il suo corso, Veronica sorride. Lo sente premere sulle spalle, nella direzione dell’orizzonte. I capelli le si scompigliano davanti agli occhi. Apre l’urna e con un solo fluido gesto a disegnare un semicerchio, ne disperde intorno a sé il contenuto. Una lunga nuvola di cenere bianca viene subito catturata dal vento e portata lontano. In breve si allarga e svanisce, dissolvendosi contro il cielo limpido.
Veronica resta un attimo come indecisa, poi con tutta la forza che possiede lancia l’urna tra le onde. Forse un gesto di rabbia, o disperazione. O rassegnazione.
Senza prestare troppa attenzione al freddo intenso che risalendo dalle cosce sino alla vita adesso sembra volerle aggredire lo stomaco e i polmoni, e il cuore, resta per un tempo indefinito a fissare le increspature nell’acqua limpida. Invitante.

Tratto da: Livorno – Cronache immaginarie
Mario Ughi


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Un commento su “Veronica

  • Enzo Maria Lombardo

    Ancora un personaggio dai contorni difficili. Veronica: una donna che ha superato la mezza età, che ha avuto un grave lutto e che si sente tradita dallo scorrere inesorabile del tempo. Un personaggio complesso, debole nella sua incapacità di accettare il mutamento della realtà ed insieme forte nella sua volontà di una contestazione radicale tesa ad eliminare anche i ricordi, disperdendoli al vento.
    La pagina, magistralmente cesellata da Mario Ughi con tratti appena accennati (a volte rudi, nervosi, quasi sul ritmo dei passi della donna) si scioglie, nella chiusa, in chiaroscuri di commovente dolcezza, il tutto in una prosa che è fondamentalmente un’opera di poesia.

    E.M.L.