Vernice fresca di Antonio Grassi


Vernice fresca
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le domande che lo costringevano a risposte ambi¬gue, lo irritavano. Aveva troncato il discorso. Paola Caprifoglio era un fiore maledetto. Gli aveva frantumato sicurezze acquisite. L’abbordaggio era stato preparato con meticolosità, ogni gesto calcola¬to, preciso, funzionale a un obiettivo. Niente di casuale, né la scelta di sedersi accanto a lui, né quel¬la di Opium. Anche l’acquazzone era stato concor¬dato con Giove, Manitù, Santissima Trinità. La rinuncia di Olga a seguirlo pianificata con il destino.
Azione da commando, imboscata ambientalista, Lorenzotti aveva ragione: quelli del Gst erano pro-fessionisti, truppe speciali, Delta Force dei rompicazzo.
Precisa nel contenuto e nelle date, Paola gli aveva spiattellatto in faccia episodi vecchi di decenni, noti a pochissimi amici sparsi per l’Italia. Si era impossessata della sua vita: numero di telefono, indirizzo e-mail, abitudini, manie, tic, passato, pre¬sente, segreti. Genoma. Si era presa tutto. Gli aveva rovinato la notte, la mattina e la salute. Incastrato da un fiore. Paola lo teneva per le palle. Lo aveva sfidato. Lui non aveva mai rifiutato un duello: avrebbe pranzato con lei. Misha era un pezzo della sua gioventù comunista, inchiodato nella parte più recondita della memo¬ria, inaccessibile alla macchina della verità. Alcuni compagni di Babeuf avevano lanciato molo¬tov contro una sede fascista. Identificati, portati in questura, arrestati, erano stati condannati dal tri¬bunale borghese. Lui, ideatore dell’incursione, era uscito indenne dall’inchiesta. Radio Stalin, senza prove, lo aveva collocato tra gli infiltrati dei Servizi. Fatale l’amicizia con uno di quei poliziotti figli di emarginati resi celebri da Pasolini. Isolato dai compagni, virus contagioso, marchiato Misha, era stato pestato in un tardo pomeriggio da tregenda di fine primavera, temporale biblico e trafnel caos, Milano da dimenticare. L’attacco, vile, e contro uno, gli aveva lasciato una cicatrice al

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