Valentino Rocchi – Una storia a Castelvecchio


Una storia a CastelvecchioA cura di Renzo Montagnoli

E’ l’opera prima, d’esordio, di Valentino Rocchi, autore di cui ho letto praticamente tutto, compreso il suo ultimo e splendido 1504 – Notte all’Hostaria La Guercia.
Dico subito che con questo scrittore sono andato a ritroso, partendo dagli ultimi romanzi e pervenendo a questo oggetto della presente, edito nel 1997 e, a quanto mi risulterebbe, non più in catalogo.
Il mondo rurale fra le due guerre, le colline preappenniniche (questa volta romagnole e non pesaresi), un personaggio principale dotato di un indubbio carisma e una vicenda d’amore sono elementi che poi si ritrovano nelle opere successive, segno inequivocabile che, tranne che per il romanzo storico 1504 – Notte all’Hostaria La Guercia, per l’autore sono punti fermi, radicati nel suo animo e che vengono utilizzati con trame diverse per esporci un mondo di proletariato che prende poco a poco coscienza della necessità di rialzare il capo.
La vicenda è segnata peraltro dall’irrequietezza giovanile nella scoperta del sesso, a cui sono dedicate non poche pagine che, forse, sono le più riuscite del romanzo, con fini ritratti psicologici, mai urtanti la sensibilità del lettore, pur nella delicatezza dell’argomento.
E che questa parte rivesta un’importanza fondamentale nel testo è provato anche dal fatto che a due dei tre protagonisti, e cioè Gino e Lisa, è riservata un’attenzione particolare, tanto da occupare circa la metà dell’intera narrazione. Poi Gino sparisce e continua la storia con Lisa e con un nuovo personaggio, Bruno, in ombra però rispetto alla figura femminile che pagina dopo pagina assurge al ruolo di vero fil rouge dell’opera.
E’ la storia di un’emancipazione, in un’Italia maschilista quale era quella del ventennio fascista, ed è anche un riuscito ritratto, pur in un microcosmo quale un paese collinare, di un regime che, sotto l’apparenza di un’unità d’intenti, si sbreccia in tante realtà in lotta fra loro.
Lisa saprà approfittare di questo, sarà influente senza essere fascista, sarà donna attraente e desiderabile senza essere puttana.
E’ un difficile equilibrio, questo, ma già si può notare la mano accorta del narratore che magari tende a esagerare con lunghe descrizioni del paesaggio, indubbiamente di pregevole fattura, ma che finiscono con il rallentare il ritmo. In seguito, con le altre opere, sarà capace di farci vedere colline, case, strade, boschi con poche e incisive parole, quasi un ornamento della trama.
Non mancano peraltro diversi personaggi minori, ma utili alla storia, disegnati con un’abilità che ritengo innata, e anche in questo caso non ci sono caricature, non c’è mai un eccesso, anzi l’autore appare più che rispettoso della loro dignità, chiunque essi siano, dal federale Montanari al principe, dal ciabattino errante padre di Bruno al Dr. Mario Zamagni, un mite praticamente confinato lì per le sue idee politiche.
Se con alcuni c’è tenerezza, con altri, essendo questa del tutto impossibile, c’è invece la pietà e così il fanatico fascista Figini diventa poco a poco l’emblema di una forza senza intelligenza, di una brutalità senza coscienza, di una miseria morale che se non lo scusa almeno lo fa apparire meno pericoloso dell’intelligente ed arrivista Montanari.
Ma su tutti svetta lei, Lisa, donna che ha preso coscienza di essere donna e non solo femmina.

Renzo MontagnoliSito

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