Recensioni Teatrali: Utøya


Tre coppie in colloquio (e conflitto): marito-moglie/fratello-sorella/poliziotto e poliziotta. Il suono di uno sparo, che attraverso un cellulare si diffonde e si ripete, colpo dopo colpo, disperata malefica eco. Siamo in Norvegia, a Oslo o altrove, anche se tutti sembrano, pur essendone distanti, a  Utøya, l’isola bucolica il cui nome è ora sinonimo di morte e dolore.
È il 22 luglio 2011, ore 15, 25 e 22 secondo, e un’autobomba nella capitale norvegese salta in aria. Saranno 8 i morti + un’operazione di depistaggio diabolica. L’attenzione delle forze dell’ordine converge, difatti, su questo luogo, mentre l’assassino si allontana per recarsi indisturbato a  Utøya, dove sono radunati, per un campeggio laburista, centinaia di adolescenti e giovani. La Norvegia è un Paese civile, tranquillo, pacifico, generoso verso il mondo. Ma non ha ancora fatto i conti con Anders Behring Breivik, il cui nome è, sì, impronunciabile, se non con orrore. Sull’isola di  Utøya moriranno in 69, uccisi uno per uno dalla gelida follia di un compatriota, ultraconservatore, ipernazionalista, antislamico, spietatamente schierato contro il multiculturalismo, l’integrazione dei popoli e un sereno e armonioso melting pot. Un’algida, feroce, mostruosa follia, anche se in sede processuale l’artefice del crudele piano e della spaventosa, indicibile e incomprensibile, carneficina sarà considerato infine sano di mente.
Al Teatro Litta sino al 16 febbraio è in scena  Utøya, una pièce di impatto potente, in cui quella tragedia non solo norvegese, ma del mondo intero, viene evocata dalla lontananza e dal suono, senz’altro suono, delle detonazioni dell’arma da fuoco dai cellulari presenti sull’isola e dai dialoghi convulsi, con le loro dinamiche interne (fra pregiudizio, indifferenza, tensione, ansia e nevrosi), che intrecciano le tre coppie uomo-donna interpretate da due soli attori (i formidabili Mattia Fabris e Arianna Scommegna). Il testo dello spettacolo è di Edoardo Erba, che si è avvalso, con la regista Serena Sinigaglia, della consulenza di Luca Mariani, autore de Il silenzio sugli innocenti, una ricostruzione di quei terribili avvenimenti, uno squarcio nell’assurdo.
“Scrivere un testo su quanto è avvenuto a Utøya, in Norvegia, nel 2011 è un’impresa impegnativa – spiega Edorado Erba – . Il Teatro non è il luogo della documentazione e dell’informazione in primis, è la sede di una riflessione. E la riflessione su un avvenimento del genere sconcerta: non è un gesto di follia, ma contemporaneamente lo è. Non è cospirazione politica, ma contemporaneamente lo è. Non è un esempio di inefficienza dei sistemi di difesa, e tuttavia lo è. Non è un caso di occultamento dell’informazione, però lo è.
“Tutto è cominciato con un libro – racconta a propria volta la regista –, Il silenzio sugli innocenti di Luca Mariani, un giornalista che non si arrende alle prime risposte, che insiste. È il 22 luglio 2011, in Norvegia. Anders Behring Breivik, “il mostro”, scatena l’inferno. 8 morti con un’autobomba a Oslo, un diversivo e poi il vero obbiettivo: 69 ragazzi laburisti uccisi uno a uno nell’isola di Utøya, il ‘paradiso nordico’, sede storica dei campeggi estivi dei giovani socialisti di tutto il mondo. Avevo rimosso quei fatti. Come avevo potuto dimenticare una strage tanto grave e recente avvenuta nel cuore di un’Europa in pace e unita? Perché avevo dimenticato? La risposta non ha tardato ad arrivare. La narrazione restituita dai media era distorta, faziosa e arbitraria: una delle tante tragedie causate da “pazzi” armati, come quelle che succedono spesso in America. Insomma quel genere di fatti per cui scuoti la testa e passi oltre fino a dimenticartene. Niente di più sbagliato. Scoprivo che la strage era stata pianificata per anni, con lucidità e coscienziosità al limite del maniacale, e che non era contro un obbiettivo a caso ma contro il cuore delle giovani “promesse” del socialismo europeo. Era una strage politica. Quando ho finito il libro, ho sentito forte il desiderio che probabilmente ha animato l’autore stesso: bisogna parlare di queste cose, rifletterci, farle risuonare nelle nostre vite che non scrivono la Storia ma la vivono”.
Utøya è una rappresentazione che scuote nel profondo la coscienza, non solo rievocando uno scenario apocalittico, bensì suscitando nell’intimo di ciascuno di noi interrogativi sul senso: che sia esso di natura politica, vale a dire in relazione al patto civile e sociale che ci lega e la cui fiducia può essere così traumaticamente rotta, o esistenziale. Un eccidio immane in primis, e sul piano simbolico, in maniera devastante, lo sterminio di una generazione, con la distruzione dell’innocenza, della speranza, del sogno. Anche se uno dei ragazzi scampati al massacro, un sedicenne, qualche giorno dopo la strage ha saputo scrivere in una lettera aperta: “… sappi che hai perso. Tu credi forse di avere vinto, uccidendo tutti i miei amici e i miei compagni. […] Tu descrivi te stesso come un eroe, un cavaliere. Tu non sei un eroe. Ma una cosa è sicura: tu di eroi ne hai creati. A Utøya, in quella giornata di luglio, tu hai creato alcuni tra i più grandi eroi che il mondo abbia mai prodotto, hai radunato l’umanità intera. Tu meriti di sapere cosa ha prodotto il tuo piano. Molti sono arrabbiati con te, tu sei l’uomo più odiato della Norvegia. Io non sono arrabbiato. Io non ho paura di te. Non ci puoi colpire, noi siamo più grandi di te. Noi non risponderemo al male con il male, come vorresti tu. Noi combattiamo il male con il bene. E noi vinceremo”,
ABB è stato condannato a 21 anni di carcere, che è il massimo della pena in questa nazione scandinava. 21 anni, cui se ne possono aggiungere 5 + 5 + 5 +… in caso di pericolosità sociale conclamata del soggetto. Presumibile che non uscirà mai dal carcere. Il popolo norvegese, pur shockato, pur dibattuto, non ha tuttavia mutato le regole e pene sancite dal proprio codice penale. Un esempio di grande civiltà. Nel nome, questo sì santo, dei giovani sventurati eroi, in eterno nei nostri cuori.

Alberto Figliolia

Utøya (durata 60′), co-produzione ATIR Teatro Ringhiera e Teatro Metastasio di Prato, con il patrocinio della Reale Ambasciata di Norvegia in Italia. Fino al 16 febbraio. MTM Teatro Litta, corso Magenta 24, Milano. Testo di Edoardo Erba, regia di Serena Sinigaglia, scene di Maria Spazzi, luci di Roberto Innocenti. Con Arianna Scommegna e Mattia Fabris.
Orari: da martedì a sabato ore 20,30; domenica ore 16,30.
Biglietti: intero 25 €; intero giornata di debutto 15 €; convenzioni 20 €; ridotto (per chi porta in cassa un oggetto arcobaleno) 20 €; under 30 e over 65 15 €; scuole di teatro e università 15 €; ridotto DVA 12,50 €; scuole MTM, Paolo Grassi, Piccolo Teatro, Teatri Possibili 10 €.
Info e prenotazioni: e-mail biglietteria@mtmteatro.it ; tel. 0286454545 (prenotazioni e prevendita da lunedì a sabato dalle 15 alle 19,30).
Prevendita online: biglietti e abbonamenti sono acquistabili sul sito www.mtmteatro.it.
I biglietti prenotati vanno ritirati nei giorni precedenti negli orari di prevendita e la domenica a partire da un’ora prima dell’inizio dello spettacolo.

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