Uomini e no di Michele Santeramo 1


Uomini e no di Michele Santeramo, tratto dal romanzo di Elio Vittorini. Regia di Carmelo Rifici

Uomini e no. Saggio terzo anno. Piccolo Teatro di Milano. Foto ©Masiar Pasquali

L’inverno milanese del 1944 fu splendido. Non neve né nebbia né pioggia. Eppure la tempesta in quel tempo storico s’addensava nelle menti ed esplodeva con virulenza nei cuori di un’umanità disaggregata, divisa, disorientata. La città era sospesa in una bolla rappresa, putrescente, di violenza, in precario equilibrio sul crinale dell’insensatezza, quando la linea che separava la vita dalla morte era sottile, troppo sottile.
Uno scenario (cripto)apocalittico tracciava il quotidiano andare, con le divise nazifasciste ancora a imperversare nei conati della propria inevitabile imminente fine.
Qui si muovono i protagonisti di Uomini e no: Enne 2, Lorena, Berta e tutta la compagnia di giovani resistenti; di contro il cinismo di Cane Nero (a suo modo un intellettuale: dello spregio, dello sfregio e della morte) e il capitano Clemm coi suoi feroci alani addestrati anche a sbranare un uomo vivo.
In scena, nella splendida cornice a balconate del Piccolo Teatro Studio Melato, sino al 19 novembre Uomini e no è tratto, nella splendida riduzione fattane da Michele Santeramo e per la regia di Carmelo Rifici, dall’omonimo romanzo di Elio Vittorini pubblicato nel 1945. Una storia complessa, a tratti narrata in maniera sperimentale, fuori dai canoni più stretti del neorealismo, nella quale il dipanarsi delle vicende s’intreccia con le incursioni del pensiero dell’autore. Una scrittura di formidabile intensità e densità, capace di attingere al poetico e di una profonda meditazione sulle ragioni (o non ragioni) del nostro agire, del nostro essere nelle strade del mondo, “nel deserto della città”. Come detto, la resa per opera di Santeramo è stata oltremodo efficace.
Nella drammaticità della storia che s’introduce con la scenografia dello spaccato di un tram (o un tram spaccato in due? Metafora della coscienza?) i giovani attori professionisti si muovono con sorprendente bravura dipingendo un affresco di storie individuali nel vortice della incomprensibile Storia.
Enne 2 e i suoi gappisti organizzano attentati, i nazifascisti rappresaglie.
È guerra, logorante, strenua, fra parti all’estremo. Contro il tracollo della civiltà si tenta di riaffermare un universo di ideali e giustizia. Eppure Uomini e no non è una mera storia sulla Resistenza. È di più. Non una semplice testimonianza narrativa, non una fiction, per quanto riuscita, bensì una storia complessa dei rapporti fra esseri umani (vien da pensare a I sommersi e i salvati, incredibile viaggio analitico, di Primo Levi in relazione all’altro suo capolavoro Se questo è un uomo, più “diaristico”), in cui la violenza svolge la sua trista e triste parte.
E nient’affatto trascurabile svolge il suo eterno ruolo la potente forza dei sentimenti. Enne 2 è un uomo lacerato dal dubbio e dall’amore per una donna sposata, che lo corrisponde sì, ma senza decidersi a lasciare il marito (un’assenza che ingombra). Una trama di dicotomie.
Il secondo atto davvero sigilla lo spettatore in una tensione spasmodica, un crescendo di situazioni che deflagrano fuori e dentro. Perché la battaglia per una società giusta, che miri alla felicità, al soddisfacimento dei bisogni e alla conquista del sogno, si combatte in primo luogo nelle nostre stanze interiori.

Alberto Figliolia

Uomini e no di Michele Santeramo, tratto dal romanzo di Elio Vittorini. Regia di Carmelo Rifici. Fino al 19 novembre. Piccolo Teatro Studio Melato, via Rivoli 6 (MM2 Lanza), Milano.
Info: biglietteria tel 02.42.411.889, da lunedì a sabato ore 9,45-18,45. domenica biglietteria telefonica 10-17, biglietteria presso il Teatro Strehler (largo Greppi) 13-18,30. Sito Internet https://www.piccoloteatro.org/it/theaters/piccolo-teatro-studio-melato.

 

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Un commento su “Uomini e no di Michele Santeramo

  • ornella veglio

    a Michele Santeramo

    ho visto lo spettacolo uomini e no martedì 14 novembre e, pur rilevando che il testo di michele santeramo è tratto dal libro e quindi non necessariamente ne è una trasposizione fedele, mi sembra una forzatura veramente eccessiva come viene presentata la morte di emme 2, disarmato di fronte al tedesco. Vittorini presenta emme due in possesso di due pistole, la sua e quella che accetta da un compagno: il protagonista è ben consapevole che andrà a morire, ma spera di poter aggredire a sua volta cane nero, sia pure con esito incerto, ma dimostrandosi un uomo sì. La trasposizione teatrale ha in questo modo violentato lo spirito del romanzo, ben al di là del patetico incontro finale di emme due con berta.
    grazie per l’attenzione
    ornella veglio