“Uno storico di nome Indro”, a cura di Luigi Bruti Liberati

| settembre 5, 2011 | 0 Commenti

A cura di Arturo Casalati

Recentemente è uscito un volume dal titolo “Uno storico di nome Indro”, a cura di Luigi Bruti Liberati, pubblicato da Lampi di Stampa-Il Libraccio. Il volume è una raccolta di saggi di diversi autori sulla rilevanza di Montanelli nella storiografia italiana del Novecento.
In questo volume si propone una rivalutazione di Indro Montanelli come storico, in quanto, come giornalista contemporaneo, la penna di punta del Corriere della Sera è già stato universalmente riconosciuto come uno dei più attenti e autorevoli.

Mi limito quindi a riportare una parte dell’introduzione illuminante di Luigi Bruti Liberati, la quale mette in evidenza la rilevanza di Montanelli in qualità di storico, riferendosi alla sua celebre “Storia d’Italia”, scritta in collaborazione con Mario Cervi, pubblicata da Rizzoli.

Non siamo qui a seppellire Montanelli, ma neppure a lodarlo. Parafrasando l’immortale Giulio Cesare di William Shakespeare, questo è stato il motivo ispiratore che ha mosso i docenti di Storia contemporanea dell’Università Statale di Milano a fare i conti con le “storie” di Indro Montanelli. Per la prima volta nel panorama culturale italiano un gruppo di storici professionisti si è confrontato con il principe degli storici dilettanti. Il risultato non è un’agiografia o una pubblicazione celebrativa (troppe ve ne sono state), e neppure un’acrimoniosa disamina ipercritica, ma una seria discussione condotta con gli strumenti rigorosi della ricerca storica. Montanelli, in effetti, sepolto lo era già stato in vita, per opera della cultura accademica progressista che lo aveva da sempre marchiato come un anticomunista rozzo, volgare, in sostanza incolto. Che questo anticomunista vendesse milioni di copie della sua Storia d’Italia era un dato non rilevante. E non interessava che milioni di italiani si fossero avvicinati alla “loro” storia attraverso questi libri. In una parola, la storiografia ufficiale ha sempre ignorato il Montanelli “storico”. Lodato, invece, Montanelli lo fu da vivente e sempre da quella stessa cultura progressista che improvvisamente, nel 1994, lo “scoprì” dopo il suo divorzio da Silvio Berlusconi e la sua poco elegante cacciata dal Giornale da lui fondato. Quasi che il berlusconismo e l’antiberlusconismo assumessero la valenza di misuratori culturali. Il che la dice lunga sulla coerenza e la capacità di giudizio di molti intellettuali.

Oggi, lontani dalle polemiche spicciole e a dieci anni dalla scomparsa di questa singolare figura di intellettuale conservatore, è invece possibile aprire un dibattito scevro da pregiudizi, attento alla realtà dei fatti e basato su una rigorosa analisi degli scritti di quello che abbiamo definito “uno storico di nome Indro”.

Ma si sgombri subito il campo da un equivoco. Storico, nel senso inteso dall’accademia italiana, Indro non lo fu mai e neppure volle esserlo. Anzi, dall’alto delle sue pile delle sue Storie vendute, guardava con un certo distacco e insofferenza al mondo della storiografia ufficiale. E da questa veniva ricambiato con assoluto silenzio. Una strana situazione di totale impermeabilità nella quale si ignorava l’inaudito caso di una giornalista che pubblicava diecine di libri di storia con un eccezionale successo di vendite. In molti casi è noto che “i professori” leggevano la Storia d’Italia a casa loro, ma mai l’avrebbero consigliata a un loro studente o messa in evidenza in biblioteca. Dal canto suo, Montanelli asseriva di essersi voluto ispirare al modello degli storici anglosassoni. Di avere cioè voluto, come loro, scrivere di storia con un approccio e un linguaggio accattivanti per il comune lettore (…).

La questione è intricata. Si è di fronte a uno storico, a uno “storico”, a un divulgatore oppure a un giornalista prestato alla storia? La risposta apparirà evidente al lettore che avrà avuto la pazienza di leggere questo libro fino in fondo. Montanelli era un po’ di tutto questo, ma soprattutto, come egli stesso si definì, era “soltanto un giornalista”. Mirabile understatement in un’Italia dove tutti sono “professori”, “dottori”, “commendatori”, “eccellenze”, “onorevoli”, “presidenti” e così via. (…) Nel panorama della stampa italiana non è mai apparso, e dubito che apparirà in futuro, una figura del suo stampo. Un uomo capace di scrivere, e vendere, innumerevoli libri di storia, ma al contempo in grado di pubblicare reportage ed editoriali di cui alcuni hanno “fatto la storia”.

Ma se quegli scritti rimarranno per sempre delle vere e proprie fonti da cui gli storici non possono prescindere, sia pure con le dovute cautele, anche in altri casi la penna di Indro brillò per felici intuizioni. E in questi casi articoli pur brevi diventavano dei veri e propri saggi interpretativi. Saggi, è il caso di dirlo, scritti con maestria e profonda conoscenza della psicologia dei personaggi oggetto di studio. In Montanelli, a differenza di certi brillanti giornalisti di oggi, la “bella scrittura” non ha mai prevaricato sui contenuti e anzi, nella sua limpidezza, ha fatto da supporto all’analisi, che risulta dunque chiara, precisa e pensosa.

Ne abbiamo un ottimo esempio in un articolo del 1954 dedicato al “Caso Oppenheimer” …

In esso difatti la penna di Montanelli, di solito caustica e spesso irridente e ingenerosa, dimostrava un’inedita capacità introspettiva. Di fronte al caso del grande fisico atomico Robert Oppenheimer, caduto vittima della caccia alle streghe ai tempi della forsennata crociata anticomunista del senatore Joseph McCarthy, Indro era combattuto. Da nemico del comunismo solidarizzava con gli epuratori dello scienziato, ma non esitava a riconoscere che si trattava di una misura sì necessaria, ma profondamente ingiusta. Atteggiamento strano in un tempo di contrapposizioni politiche e ideologiche. E quello non era, si badi bene, il Montanelli deberlusconizzato post-1994, ma il fiero anticomunista della sua “prima vita”. Il fatto è che Indro, come dice Giorgio Rumi, non scriveva per i professori, scriveva per il Paese. Resta da affrontare un punto controverso. Si tratta dell’annosa questione relativa all’attendibilità di Montanelli. Se cioè i resoconti giornalistici e quelli più propriamente storici del nostro autore fossero sempre accurati e potessero nel tempo superare il vaglio della verifica e della critica.

Sandro Gerbi e Raffaele Liucci, nell’introduzione a Lo stregoone, hanno con acutezza sintetizzato i termini del problema. Due erano, secondo loro, i “canoni” che guidavano Montanelli nella sua scrittura. “Io c’ero”, nel senso “che solo chi abbia materialmente assistito a  un fatto sia autorizzato a parlarne”. La “dichiarata preferenza del verosimile rispetto al vero”. Sono osservazioni inquietanti e che prese alla lettera minerebbero alla base il valore dell’intera opera giornalistica e storica del nostro autore. Ma naturalmente Gerbi e Liucci non intendevano liquidare in modo tanto sbrigativo il giornalista-storico oggetto della loro così seria ricerca. Il punto vero era quello di “capire” Montanelli, capirne anche gli errori e le imprecisioni, ed è proprio questo che un ottimo libro come Lo stregone ha voluto fare. L’amore per il ritratto impressionistico, la ricerca dell’immagine efficace prendevano spesso la mano a Montanelli giornalista (…). Sull’intera vicenda dei rapporti tra Montanelli e la Finlandia de Anna e Satriano si scontrano con toni accesi e dal confronto tra il professore e il giornalista emergono dubbi su diversi particolari “finlandesi” forniti da Montanelli nel corso degli anni. Resta però il fatto che i resoconti montanelliani della guerra russo-finnica sono un capolavoro del giornalismo di guerra”.

Arturo Casalati

Titolo: Uno storico di nome Indro
Autore: Bruti Liberati Luigi
Editore: Lampi di Stampa
Prezzo: € 20.00
Data di Pubblicazione: 2011
ISBN: 8848812570
ISBN-13: 9788848812573
Reparto: Storia > Storia regionale e nazionale > Storia d’Italia



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