UNA VISITA AL MAXXI DI ROMA


Una visita al MAXXI di Roma

1.La calamita cosmica
Vado al Maxxi( Museo nazionale delle arti del XXI secolo) con il maestro Anteri, che mi fa da guida e mi conduce sagacemente tra le pareti bianco latte , le balconate sospese, l’acciaio nero: “Qui tutto è dinamismo, qui si costruisce l’avvenire dell’arte e dell’architettura. Vera e propria ecologia della mente , ecologia delle idee che Bateson chiama “menti”, roba da fachiri di germinazione accelerata”.E approdiamo subito alla “Calamita cosmica” del maestro Gino De Dominicis, un immenso e mostruoso scheletro di pietra, con un cranio da ultramegacefalo.
“Sarà senz’altro come dice lei, caro maestro, ma a me sembra tutto un po’ kitsch e mi viene in mente don Giuseppe Castiglione, detto il “Trabocchevole” , accademico degli Incauti del XVII secolo che diceva: “Vi parlerò del NIENTE , e del niente dirò cose da niente, onde da voi non chieggo che attenzione del niente” Anche qui mi sembra di trovarmi dinanzi alla straordinaria bellezza del niente. E in questo magnifico niente ritrovo il mio amico brindisino Gino Gabellone e i suoi cactus realizzati in creta e – successivamente – distrutti in modo tale che la foto sia l’unica testimonianza dell’opera. Solo chi mangerà la foto , così com’è, senza condimenti, potrà rendere perfetta l’opera dello spinoso salentino, e cosìpotrà attingere a quelle meravigliose glorie del niente vagheggiate da un illustre accademico degli Incogniti di Venezia, Marin Dell’Angelo, che parlava come un Socrate del suo tempo della ” maravigla” del niente, ciò. . .

2. CorvoRosso e ClaudioVilla
– Hai visto, – mi scuote il maestro – C’è Nunzio con “Avaton “, il suo muro bruciato , l’artista invisibile del visibile. E’ uno dei pezzi più intensi e emozionanti della rassegna: un muro di tralicci di legno da una parte bruciato, dall’altra dipinto, da una parte il sogno del primitivo, dall’altra il presente, un muro, un riparo e insieme una superficie curva, avvolgente”.
Ed io penso che questa sia la più aurea delle cazzate , l’arte classica di attaccarsi al membro virile con speranza (remota) che tenga il peso di cotanta leggerezza. Ma tutto ciò non lo dico al maestro, per non mortificare il so entusiasmo.
“Guarda , ci vengono incontro le luci di Maurizio Mochetti che escono da quattro lunghi tubi rossi, luci, sempre rosse, che incidono sulle architetture circostanti”.
E io vedo i tubi rossi sospesi nel vuoto che proiettano soli e lune rosse nel bel cielo dell’avvenire, e risento la voce istoriata di Claudio Villa, risuscitato reuccio de Roma de Noantri che canta la celebre canzone napoletana “Luna rossa”, come lo vidi al Costa Brada di Gallipoli, tanti anni fa, che incitava il fonico ad alzargli il microfono al massimo. E poi , poco più in là, ci sono dei “Monatti rossi e neri” che mi richiamano un che di “Corvo Rosso non avrai il mio scalpo” , e rivedo il bel Robert Redford trasformato in un cacciatore di indiani , con la barbona rossa e il becco giallo e puntuto del più furbo degli uccelli , una specie estinta che non sa di esserlo.
” Al Maxxi–mi sussurra il maestro Anteri – tutto è caos controllato, pluralità di ordini che si intrecciano, molteplicità di parti che interagiscono (pittura, scultura, fotografia, disegno, architettura, ecc) per la realizzazione di uno spazio ad hoc per le attività umana, te gapì?”.

3. Lady Diana e Cappuccetto Rosso
Non a caso il Maxxi è stato progettato dall’archistar di Baghdad Zaha Hadid , una donna che una volta faceva la danza del ventre ( e pare che anche adesso , nonostante i settanta e passa, ci riesca benissimo), ed ora è divenuta la più famosa creatrice di design industriale e anche di musei che ci sia al mondo. Qui, amici, è il vero Tempio , Barnum, o, se preferite, Ferramenta dell’Arte dei nostri giorni, dove potete trovare un po’ di tutto, una Lady Diana d’annata (1985) con smalto tempera e gesso su tavola, e Pinguin , Batman e Cappuccetto Rosso , e magari anche Biancaneve e i Sette Nani che soffrono di colite acuta e non c’è nessuna maga o strega , nessun dottore che possa curarli.
Lo spazio – continua il maestro – è il filo conduttore di questo allestimento della collezione permanente di questo museo, che in realtà riunisce due musei, quello dell’arte e quello dell’architettura. Ad esempio lo Spazio di AnselmKiefer , ma anche il cielo di Sterne Fall, con le storia, le tragedie delle stelle morte – ogni stella morta è un numero infinito da lager sulle braccia degli ebrei, E anche un nodo per legare in modo perpetuo tutte le figure della botanica parallela di Lionni.

4. Il monumento di valigie e la corda degli impiccati
Ed ecco finalmente Fabio Mauri con un monumento di valigie , bauli e borse: è il muro occidentale di Berlino, o il muro del pianto di Gerusalemme, insomma la divisione del mondo, simbolo della Shoa e di ogni esilio, ogni sterminio, ogni genocidio, ogni guerra.Nella parte anteriore, le valigie compongono una struttura architettonica armonica e regolare, il retro, invece, è mosso, molto plastico, le valigie creano una serie di dislivelli, come accade nella natura umana.C’ è anche un unico rotolo di tela bianca dove sono racchiuse tutte le domande dei fedeli. E’ una sorta di preghiera dell’arte. – dice Dora Aceto – È piantato, in un barattolo, un rametto di edera rampicante, per significare che nessun eccidio può far morire l’Arte, ossia l’Uomo, profondo, giusto, che crede nell’Uomo. E poi tappeti di angeli ciechi che appestano con le loro ali da buco dell’ozono, angeli caduti dall’alto delle torri, dirupi, rocche e ciminiere , o risaliti dal buio delle miniere. Angeli dalla faccia sporca , come il famoso trio Angelillo Maschio e Sivori , angeli puzzolenti dell’Argentina, che non sanno ballare il tango.
Poi entriamo in una specie di triplo Stige , fiume poetico dantesco, schiuma antica, brodaglia, onda torbida , con foce che tutto trasporta : stracci, scarpe vecchie, bottiglie di plastica, gonfi cadaveri di animali, rami d’albero , pezzi di legno , fango nero, e tanta merda, montagne di merda che si depositano sulle due rive dello Stige, che scintillano al sole insieme agli orridi stracci di plastica trattenuti dai cespugli delle sponde. Ecco, questi sono i fiumi nobili di Ungaretti, l’Arno, l’Adige, l’Isonzo…a cui aggiungiamo questo ultimo artistico fiume di Mauri dove uno si può sempre illuminare d’immenso, perchè no? Come nelle opere di Pino Pascali da Polignano a Mare, città natia di Domenico Modugno, che mostra il suo talento e la sua attività ludica e liberatoria reinventando il mondo , riesplorando con leggerezza gli elementi primordiali dell’uomo e della natura in scala monumentale, attraverso materiali industriali. Ora ci troviamo di fronte a una desolata cravatta a rombi del testimone numero 24 ( c’è il diritto alla privacy ), davanti alla Corte di (In)Giustizia dell’Aja
E poi troviamo la corda degli impiccati dei giornali di Stefano Arienti: pensate a un immenso , sublime intestino delle notizie mal digerite , e un fusto di Pino di Svezia sanguinante; la linfa dell’albero scorre nel legno con uno sguardo da cuoio martellato.

5- Metti un tavolo da cucina e una statua col cappello in testa.
Giuseppe Penone è il protagonista dell’arte povera, che presiede agli organici processi di sviluppo e trasformazione con corde fatte di fede e talento, tanto per darvi un’idea, si tratta di una sorta di Guernica della pecore della campagna laziale. Le sue sculture di linfa sono piene di suggestioni , quella suggestione – dice Pienone – che permette all’opera di essere autonoma dal suo autore, provoca l’immaginazione e permette a chi la guarda di appropriarsene. Insomma un’esperienza multisensoriale, una scultura come organismo complesso, in bilico tra organico e inorganicoNell’installazione le pareti della sala sono costituite da pelli di cuoio che, opportunamente trattate, evocano la corteccia degli alberi; il pavimento, in marmo bianco venato, presenta una lavorazione a bassorilievo, “un’impronta a forma di cervello”. Al centro della stanza, posta in diagonale, una trave in legno, scavata, percorsa da un rivolo di resina rossa..,Guardo il mio maestro con perplessità.
Nel mondo esistono e sono sempre esistite – mi dice – solo opere bidimensionali o tridimensionali . E alcune opere invisibili , che tutti possono realizzare. Metti, ad esempio, un tavolo da cucina, e sopra una bottiglia , un bicchiere e delle posate , dei piatti, tutte cose comunissime, dozzinali ( è quello che stiamo osservando al Maxxi, n.d.r.), e hai fatto un’opera d’arte. Ma solo tu ne sei consapevole, se hai una coscienza piena, insomma se sei già un artista, o hai già una tua capacità e sensibilità di suggestione e appropriazione. Altrimenti con tutte queste cose qui, che vedi, ci apparecchi il desco, te gapì? Ed ecco altre opere di carattere oggettuale, ispirate alla legge della fisica. Una statua con il cappello in testa , oppure i sandali di plastica calzati da una donna invisibile, o casse di legno dipinte di bianco. Il mondo è in equilibrio instabile – metti una foglia d’oro su tavola – oppure un annuncio mortuario comunissimo, quello che vedi in tutte le piazze e le strade dei paesi, o , infine, qualcosa d’antico. Che c’è di meglio della civiltà sumera? Tutto ciò è arte se tu hai la consapevolezza che lo sia… Mi scoppiava la testa, ma per fortuna arrivò Schaunard, il musicista della Boheme, che ci portò al Bar del Maxxi , sigari e panini al prosciutto e al tonno, sommamente indigesti per il mio amato maestro….

6. Rodolfo e Mimì , Stanlio e Ollio
In principio era l’immaginazione , macchie rosse a spruzzo, cappello di paglia, sandali una sedia sistemata vicino al fuoco. Una palla di gomma. E poi la fioraia. La chiamavano Mimì. Ma il suo nome era Lucia, o, meglio, Lucilla. Lei ce l’aveva un’anima lieve, e anche un corpo leggero (pesava quarantaquattro chili ) . a differenza di Rodolfo che era di stazza mostruosa. Ma ve lo ricordate il finale della Boheme con Rodolfo (immaginate il Pavarotti di turno) in piedi sulla sedia che cerca di attaccare una mantella alla finestra per far buio, e non ci riesce ( è già un miracolo che non si sfasci la sedia con quei centosettanta chili) , e intanto Mimì, la povera Mimì è morta , e lui sempre ad armeggiare in modo goffo e imbarazzante. Bisogna farlo scendere, ma nessuno osa farlo. Un tenore che scende dalla sedia non è una cosa bella da vedere, è un piccolo dramma di risate, insomma un pasticciaccio. E allora via tutto, dice il regista, via il mantello, via la sedia, via il quadro, lasciamo solo il letto di Mimì, una scacchiera di sguardi, una mossa funebre, e voilà, fine partita, scacco matto. Ma ecco che Rodolfo cade dalla sedia e urla: Mimììììììììììì!
Dopo passiamo in una stanza di scheletri con i pattini, dove c’è una roccia con un giavellotto infilato nella pancia, poi – ultimo – viene uno scheletro gigante , con il suo scheletrino di cane e una matita al collo. Tiene un’asta dorata tra le chele, chissà forse doveva essere un alfiere del re, a suo tempo, che magari ha fatto uno sbaglio, capita di sbagliare mossa percorrendo lo spazio troppo breve di una scacchiera .
“Dovevano pur morire un giorno all’altro – dice il maestro. “Chi?” “Ma Stanlio e Ollio, no?” E ri-eccoli , in plastica, sorridenti, mattacchioni. Maestro, – gli dico ad un orecchio – magari questi risuscitano davvero e ci fanno ridere ancora. Fu a questo esatto punto che vedemmo i nuovi Stanlio e Ollio, Gilbert & George, e la loro grande opera , che si intitola «Quando il giorno si spezza sopra di noi , noi sorgiamo nel nostro vuoto» . S’è fatto tardi, dico al maestro. Ma lui è imperterrito, non esco fino a quando non chiude il museo. E’ troppo importante il Maxxi, ho fatto ottocento chilometri per vederlo.

7. La croce , Paperino e Gilgamesh
Luigi Moretti nel 1962 faceva volti intensi a matita colorata su carta , donne allo specchio con pastello a cera e a china. Poi imitò Klee e un po’ Carrà. Che ci fa ora qui l’architetto Moretti tra i velieri rossi e il nazionalismo informale? Cerca l’immortalità? Ma essa è una croce , una gigantesca croce fatta con una ics, lo diceva perfino il Furher, che ha un necrologio del novembre 1969: “la merda del diavolo”. Non sentite questo profumo di verbena e di Nichi Vendola, il poeta? Fregatene!
Vedi quel vetro diagonale obliquo? , è una paraculata ( il maestro mi fa un cenno d’intesa ) mentre svela l’arcano a due signorine piemontesi , che ringraziano: Cerea!, Importante – continua – è «Stadtbild SA (2129-1)» di Gerhard Richter che propone, in veduta dall’alto, la prospettiva di una città, come una nuova Bauhaus, mito perduto di un impossibile ordine. Certo, affascina anche «White Bed» di Domenico Gnoli da Tuglie , l’artista che ha operato per dieci anni per rifare un bel lettone bianco di fresco : egli propone qui uno spazio ambiguo, senza tempo.E poi l’ubiquità dei vasi azzurri su piani diversi. Acciaio-gabbia con sbarre allacciate.
The voice da “pirito” dentro di me mi dice che questo è il lato epico della verità, mio caro direttore che mi hai inviato a fare questo special. Questo è il mio trecento quarantatreesimo articolo per Espresso sud, ma non mi farà passare alla storia della tua rivista, ormai sono arrivato al capolinea, ci sono le hostess che ci segnalano che si chiude. Ma il maestro è ancora affamato di arte. Ecco la Piramide in plexiglass e l’ovale perfetto di Paperino. E il cubo invisibile, e Gilgamesh dov’è?

8. Tre per tre e la madonna che ride
Mi affascina Giulio Paolini col suo , «Tre per tre (ognuno è l’altro o nessuno)» dove l’dea è dimostrare la impossibilità di fissare il tempo: le tre figure di gesso, derivate da un dipinto di Chardin, mostrano tre persone: l’artista che disegna, il modello, lo spettatore, tutti bloccati nei bianchi gesti del calco. Anche «Mappa» di Alighiero Boetti pone il problema del tempo: la mappa è tessuta da donne afghane, ricamo è la loro scrittura, ma esse trascrivono i continenti e a colori, dentro, le bandiere, i segni degli stati: da una parte il tempo lento, immemoriale del ricamo, dall’altro quello simbolico delle bandiere di oggi.E infine c’è «Quadro di fili elettrici» di Michelangelo Pistoletto, quello della “Venere di Stracci” , o ancora lo spazio dalle dimensioni troppo dilatate o troppo piccole di Ylia e Emilia Kabakov, ma tutto questo non fa che confermare un dialogo con le architetture che esalta le opere e guida gli spettatori in spazi dove il meandro, il dislivello, la curva improvvisa sono la chiave per percepire un pezzo, isolandolo idealmente dal contesto.
Ecco dunque il primo, importante museo dove le opere, almeno queste opere, non contraddicono le strutture.Ecco dunque i Fori pedonali invasi dagli abusivi , i disegni del «ghetto dell’infanzia» e la statua di cera di Mandela. E laggiù c’era la Madonna che ride che hanno rimosso. Peccato, maestro, peccato. Mi ricorda Troisi, che diceva di non aver mai veduto una Madonna che ride, invece qui c’era. E’ una trovata geniale, vero? Lei che ne dice? Ma caro, il genio sai che cos’è? Una cosa da nulla, un colpo di tosse. Suona la campanella: “Signore e signori, è l’ora di chiusura. Tornate Martedì. Il Maxxi il lunedì è chiuso.

Roma, 18 marzo 2017 Augusto Benemeglio

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