Una sera


città di notte

“Una sera mi lasciai tutti gli altri alle spalle. Si trattava di una specie di festa, un incontro. Tra uno scambio di battute su chi eravamo diventati e un cocktail di scarsa qualità, avevo intuito d’un tratto lo sfacelo desolante delle mie scelte. Non stavo stringendo un calice o indossando dei vestiti eleganti. Quello che stavo stringendo tra le mani, quel che indossavo, quello che dicevo non era altro che la mia disarmante solitudine.
E la domanda: come ci sono arrivato qui?
Posai il bicchiere su un tavolo a caso e, al modo in cui un autore chiude frettolosamente una scena quasi inutile della trama, mi allontanai rapidamente dalla folla. Guadagnai lo spazio esterno di un giardino, e percorsi un vialetto in salita, il quale mi condusse su un’altura: da lì era possibile contemplare la città e il proprio sé, disteso sul suolo con tante lampadine elettriche. Tutti i milioni di idee della mia personalità.
Immaginai che ogni lampadina fosse una variante di vita. Una per ogni vita che mi fosse passata davanti: quella da ingegnere convivente con una hippy, quella da falegname sposato con una del catasto, quella da motociclista con varie conoscenze in ogni paesello, quella da aspirante suicida, in cerca del ponte migliore, quella da scrittore, assediato dalle parole inutili e maledette della sua più grande trama.
Le avevo rifiutate tutte, o le avevo vissute tutte. Ad una ad una quelle lampadine, quelle vite si spegnevano, lasciandomi al buio.
Chi ero, in questo buio così privo di aggettivi, di etichette, di punti di riferimento?
Dalla casa, giù, venivano ancora degli schiamazzi, il volume di una musica, qualcuno che si buttava in piscina. Io ripensavo al volto di una donna. Sotto tutto quel buio, oltre quel paesaggio di vacui elettrici fuochi della penisola, io ripensavo ad un solo, unico volto.
Lo desideravo, lo bramavo, lo chiamavo. Oltre ogni contenuta dignità umana. Avrei voluto che fosse lì, per raccontarle di un sogno.
Dove sei?, mormorai nel buio. Mi parve di vedere un bagliore, un lampo all’orizzonte. Ma queste sono le impressioni che si hanno quando ci facciamo travolgere dai tramonti. Quando per un po’ crediamo di aver spezzato l’incantesimo di questa realtà.
Ero persino incapace di piangere. Ero come tutti loro, infine. Soltanto un’altra vita. Un’altra unicità.
“Finalmente ti ho trovato. – era la voce di Marzia, che mi veniva incontro, sorreggendosi con una mano il vestito da sera. Le avevo detto che era troppo lungo. – Cosa ci fai qui su, a fare l’asociale? Tra poco arriva la sorpresa per il festeggiato, andiamo a vedere, dai.”
Si avvicinò, mi prese per mano e mi ricondusse giù per il vialetto.
Fu in quel momento che avvertii con chiara certezza il distacco. Vidi questa coppia di perfetti sconosciuti, me e lei, andare verso la casa della festa. Ed io ero in qualche modo rimasto lì, sotto il buio. Li vidi dall’alto mescolarsi alla folla, brindare, ballare. Poi distrassi lo sguardo, guardai la città.
La luna d’un tratto sparì, non seppi dire come. Ma non ne rimasi affatto stupito. Le stelle pure dimenticarono il proprio bagliore, il passato, da sempre scritto nel cielo, sparì. Lì sulla terra, i lampioni si spensero, ogni luce, in ogni appartamento, si andava spegnendo.
Attesi.
Attesi.
Attesi.
Poi un fuoco, oltre ogni immaginabile forma, divampò.”

Cardiopoeitca (-cit.)

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