Una questione di tempo


di Enzo Maria Lombardo

Le nuvole si erano posate sulla città nel pomeriggio ed erano tanto scure e basse che ad ogni folata di vento sembravano strisciare sui palazzi più alti e sfilacciarsi, facendo intravedere, negli squarci, un grigio appena più chiaro, illuminato, a tratti, da qualche lampo che si intravedeva appena.
I negozi avevano già acceso le luci nelle vetrine e gocce di luce colorata, colate dalle luminarie pulsanti sulle insegne e negli abeti di plastica, intristivano ancor più la strada semideserta, già lucida di pioggia.
Dalla porta-finestra che dava sul balconcino, tu, Michele, guardavi in basso la strada desolata, le poche macchine che, alla curva, slittavano sulle balate bagnate, i frettolosi passanti che si rincorrevano a filo muro per evitare la pioggia.

Stavamo in silenzio: i nostri silenzi sembrano emanare un calore particolare. Sono discorsi inespressi, sensazioni che si colgono nei movimenti, nei respiri. Fasci che si dipanano e che ci avvolgono in bolle di tranquillità che non amiamo spezzare.
Quel pomeriggio, inaspettatamente, tu spezzasti quel bozzolo magico dicendo:
– E’ già Natale! – La tua voce era rauca, tiravi su col naso scotendo il tuo testone riccioluto – E dire che sento ancora il sapore dell’estate nascosto da qualche parte, qua dentro – E, così dicendo ti picchiasti la manona a pugno chiuso sul petto – Mi sembra ieri la Playa, le corse nell’acqua bassa, i tamburelli, le granite, la musica, i piedi pieni di sabbia… E invece è già passata anche quell’idea d’autunno che abbiamo qui, a Catania, un lampo, ed è inverno; e io sono già raffreddato, ho i brividi e magari ho l’influenza, come sempre per Natale.
– Si chiama ipocondria, Michele.
– Che? Ah, non mi credi? Non senti che voce? Mi sento come un vecchio di cent’anni…
– Sei vecchio, Michele. Ma non hai ancora cent’anni, di anni ne hai solo…
– Va bè, va bè. Non siamo più ragazzi, e con questo?
– Con questo, mio caro, hai ragione: è vero. Il tempo sembra passare sempre più in fretta. Le estati sembrano accavallarsi con gli inverni, proprio come dici tu, le primavere e gli autunni quasi scompaiono e le caldarroste, le scacciate calde con i broccoli e la toma filante, quasi si confondono con le granite e i gelati al limone. E le sigarette? Non ricordi che da ragazzi ci tiravamo dietro una sigaretta per mezza serata? Una tirata tu, una io. Ora quanto ti dura una sigaretta, Michele? Un soffio, ti dura! Insomma con gli anni gli intervalli di tempo tra un’azione e l’altra sembrano accorciarsi, scomparire…

Il vento ora scoteva a tratti i vetri. Ad ogni folata, un odore acre, elettrico, si insinuava maligno sotto le fessure della porta-finestra scalcagnata, accompagnato da un rombo quasi continuo.
– Dici che il tempo si accorcia? – grugnisti, allontanandoti dalla finestra e girandoti verso di me che m’ero seduto, come un Budda sorridente, nell’unica sedia decente dello studiolo.
– Non “il tempo”, Michele, ma la nostra percezione del trascorrere del tempo. E’ una cosa diversa.
– E questo tu lo vedi nelle sigarette, nelle scacciate con i broccoli e nelle granite? – Poi, in silenzio, hai caracollato facendo un paio di volte il periplo del tavolo ingombro di spartiti e infine ti sei incastrato nella tua poltrona favorita, quella semi-sfondata, a guardare ridere il pianoforte con tutti i suoi denti bianchi e neri.

Io rispetto i tuoi silenzi, Michele, li ho sempre rispettati perché sono gravidi di pensieri. Se riesci a non addormentarti in poltrona mentre sei così concentrato, di solito mi stupisci con la tua sapienza. E quel pomeriggio sei rimasto con gli occhi ben aperti a fissare il vuoto, ipnotizzato da qualcosa che era dentro di te.
– Perché succede così, dannazione? Perché? – hai detto tra i denti. Hai detto solo questo, Michele, e la tua voce, dopo quel lungo silenzio, non era più rauca ma quasi sibilante. Quell’avverbio minuscolo, quella parolina detta sottovoce, “perché?”, tu l’avevi ancora negli occhi sgranati e sembrò saltellare per la stanza, posarsi sui tasti acuti del pianoforte, tramutarsi in tante note accentate. “Perché?”
Allora mi alzai e cominciai a vagolare tra spartiti, libri e registri accatastati sul pavimento. Zigzagavo con cautela tra ninnoli e fermacarte sfrattati dai mobili, e anche se guardavo bene dove mettevo i piedi, per poco non inciampai in un metronomo e nei busti in ottone pesante di Verdi e di Vincenzo Bellini, formato ridotto.
– Perché giri in tondo come un cane da tartufi? – dicesti – Ne sai qualcosa, tu?
Io continuai a gironzolare per la stanza (passo cadenzato, schiena rigida, mento in su), trovai un grosso volume e, camminando impettito, mi fermai proprio davanti alla tua poltrona, poggiai il volume a terra, ci salii sopra come in una cattedra e schiarendomi la voce declamai con sussiego professorale:
– Sarò breve, mio caro. E anche se non è una cosa semplice per i non iniziati di scarso comprendonio, tenterò lo stesso. (Piccolo colpo di tosse). Sappi, Michele, che è convinzione di molti Autori che i meccanismi neuronici e gli oggetti mentali che mediano la percezione del tempo soggettivo e degli intervalli temporali debbano essere posti fra i problemi psicofisiologici ancora non risolti… le operazioni di stabilizzazione, di fissazione e permanenza oggettuale…
– Canaglia – ringhiasti – non sai essere serio, almeno per una volta?
– Sono serio, Michele, serissimo – feci, e, così dicendo, scesi dal tomo e mi allontanai dal fetore che emana la tua poltrona preferita: credimi, adesso posso dirtelo, non ci si può stare accanto più di due minuti senza svenire. Esala un tanfo impossibile, quasi fosse imbottita di topi morti.
– Insomma – continuai, inventando alla bell’e meglio – è tutta una questione di memorizzazione e rimemorizzazione: più invecchi, più memorizzi e rimemorizzi le cose simili allo stesso identico modo. Cioè, sostanzialmente, nello stesso dannatissimo posto del tuo cervello. Gli spazi temporali si annullano. Tutto qui.
– Tutto qui? E secondo te non si deve fare?
– E come si fa? Non si possono mica eliminare le abitudini, gli atti ripetitivi. E poi, carissimo, per i tipi da poltrone e sofà… beh, l’abitudine è comoda; fare gli stessi gesti stanca meno. Stanca meno anche pensare le medesime cose: certo sarebbe meglio inventare, costruire, ideare cose nuove, vedere nuovi Paesi, ma tutto questo stanca e viaggiare costa… Ed ecco che ti rifugi nel vecchio: le vecchie cose ti accompagnano dandoti l’impressione che il tempo sia fermo. E questo è sbagliato. Il vecchio uccide.
– E allora?
– E allora, Michele, evita il vecchiume…
– Che vecchiume?
– I tuoi vecchi ninnoli impolverati, la tua cartella del Conservatorio, i tuoi vecchi appunti… per non parlare, poi, di questa poltrona puzzolente… tutto in questa stanza, tutto, credimi, mi suggerisce, mi dice, mi grida, che tu fai di tutto per fregare il tempo, e invece lo fai fuggire come un uccello spaventato!
– Dici?
– Dico. Per non parlare, poi, dei furbi stratagemmi che tenti con le tue sinfonie incompiute…
– Dio santo, le mie sinfonie? Di che stratagemmi vai vaneggiando? E’ tutto originale, nota su nota, assolutamente mio…
– Oh, Michele, lo so. Ma io non parlavo di plagio: ma i tuoi spartiti, le tue incompiute senza nome che tocchi e ritocchi, lavorandoci per mesi, per anni, senza fine: anche questo è uno stratagemma per fermare il tempo!
– Le mie sinfonie… incompiute… – e il tono della tua voce a questo punto scese di un’ottava (ruggivi, quasi, le sinfonie erano il tuo nervo scoperto, avrei dovuto saperlo) – Le mie sinfonie… tu… tu insinui, accidenti a te, che sono solo uno “stratagemma”… che intesso apposta una tela di Penelope per allungare il brodo e bloccare il “mio” tempo?
– In forma bruta il concetto è quello, Michele – (Vidi i tuoi occhi allargarsi, diventare taurini, mi sembrò fossero venati di sangue).
– E poi, – mugolasti ferito – cos’è che hai detto, ancora, mentecatto? Che lo faccio apposta ad abitare in un porcile per stare sempre con le stesse vecchie cose attorno? E’ questo che hai detto o che hai almeno pensato? E le mie poltrone? Cos’hanno le mie poltrone vecchio stile? Dannazione, ti ci siedi in queste poltrone, ti ci siedi da anni… è vero qualche molla è saltata, ma basta fare attenzione, e saranno un po’ lise, magari macchiate… non lo sai che lo smacchiatore a lungo andare rovina le stoffe? E poi, cosa c’è che non va nella memorizzazione dei miei ninnoli e delle mie poltrone?
– Niente…niente…
– Non è vero! Tu blateri che voglio lasciare intatti apposta i ricordi della mia giovinezza… Quasi che, se non cambiassi poltrona (e non ci penso nemmeno), rischierei di morire di vecchiaia! Perché, dannazione, perché non riesci a pensare come tutti gli altri esseri umani normali, dicendo semplicemente che io sono affezionato alle mie cose?

Eri sconvolto. Tu sempre così calmo, serafico, quasi elefantiaco nei movimenti, ora giravi attorno al tavolo con fare scimmiesco, avresti dovuto vederti, Michele: sembravi un gorilla in gabbia, un orso arrabbiato, e ogni volta che ti avvicinavi a me un lampo di odio feroce saettava dai tuoi occhi e mi costringeva a indietreggiare, lasciarti spazio, sempre più spazio, finché precipitai proprio in quella tua poltrona e mi immersi nei miasmi del suo ventre esausto e nei suoi fetidi intestini di molle e lacci.
Respirando a fatica, atterrito e ipocrita, ansimai:
– Calmati Michele, calmati: era solo un’idea. Io amo la tua musica, lo sai, mi piacciono le tue incompiute. Se vuoi saperlo io adoro il tuo disordine, fa tanto tana d’artista, con i tuoi bustini di ottone e i posacenere sparsi a terra, i fermacarte sulle sedie, gli spartiti sopra e sotto il tavolo…
– Sei una contraddizione vivente. Ecco cosa sei! Un mentecatto, un arruffapopoli, un saccente ignorante, un… un… un…
– E’ tardi, Michele, devo andare.
– Vai, vai pure, continuo domani. Ho bisogno del dizionario.

Mentre mi accingevo ad andare, mi frugai in tasca: c’era qualcosa che mi sfregava la gamba. Così tastai il mio vecchio accendino placcato d’oro, pesante e scomodo, il regalo di laurea che tu mi avevi fatto, forse rinunciando a un mese di cinema e di donne, un oggetto che mi trascino dietro anche se mi buca le tasche.
Oh, caro Michele, quell’oggetto mi è caro perché proviene da te. Ma non è solo questo il motivo per cui lo porto sempre appresso: la verità è che anch’esso è un’àncora, un’icona, un simbolo. Uno degli agganci con la mia gioventù.
Sì, anch’io, come te, come tutti, tento di fermare il tempo con i mezzi più strani.
Così tacqui e mi avvicinai alla tua poltrona, caro Michele, ove eri sprofondato con un’espressione triste.
Mi avvicinai a te con un calore crescente, mi chinai cercando di non respirare per evitare i miasmi della tua poltrona, e ti abbracciai in silenzio.

Enzo Maria Lombardo
(Dalla serie “Caro Michele…”)

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