Una Mano di poker


di Frank Cappelletti

Sono una donna.
Normale, penso, attraente dicono, molto sexy sostengono, vogliosa e porca aggiungono.
Ed è qui che mi incazzo, perché come possono arrivare a queste conclusioni lapidarie senza nemmeno conoscermi?
Non vesto in maniera provocante, di solito tailleur che il lavoro e il dovere mi impongono, tacchi molto sobri, anche se sogno di calzarne di altissimi, un trucco appena accennato e nessun gioiello.
Non riesco proprio a capire il giudizio di certi uomini, inoltre sposata da anni con uno stimato professionista molto conosciuto in città, spesso mi sento gli sguardi addosso che mi spogliano.
Tutto ciò mi lascia indifferente, non mi sento schifata ma neanche lusingata, ho le mie voglie certo, a quarantasei anni ho ancora bisogno di ottimo sesso per appagarle, ma il pensiero di concedermi a uno sconosciuto solo per avere un orgasmo, questo no.
È ovvio che non tutte la pensino come me, la più cara delle mie amiche non disdegna, ogni tanto, un diversivo sulla parola “matrimonio”. Ha quella facilità emotivo-inguinale di farsi offrire una cena nel più costoso dei ristoranti e offrire a sua volta il dopocena con nonchalance, quell’ostentata indifferenza con la quale tornata a casa, è capace di fare l’amore col marito col sapore dell’altro ancora in bocca.
Ma non è tutto, ha lo smart phone pieno zeppo di foto delle sue performances che mi mostra in tutta serenità, come se fosse la cosa più normale del mondo. La “ salumeria degli dei” come ama chiamare quelle istantanee di uccelli, mi lascia basita e mi domando dove sia il godimento nel tenere tutte quelle foto a portata di mano. Ammetto di avere anche io un account su internet, un profilo completamente sconosciuto con cui mi diverto a intraprendere conversazioni con un’infinità di personaggi, qualcuno interessante, ma i più un’accozzaglia di ipocriti porci che sbavano convinti che l’interesse unico della mia giornata è attendere le foto dei loro uccelli.
Anche stasera sono uscita dall’ufficio e Anna, la mia amica, mi ha invitato per un aperitivo, mi deve parlare, evidentemente un uomo bussa tra le sue cosce.
Scendo e trovo sul tergicristallo un foglietto.
Impreco mentalmente, purtroppo colleziono multe, mio marito ormai ha tirato i remi in barca e ha aperto un leasing con i vigili urbani.
Fortunatamente non è ciò che pensavo, è un fazzolettino di carta che qualche bontempone ha deciso di mettere sul mio parabrezza.
Lo sto per buttare ma c’è qualcosa scritto dentro.

“ Ti ho vista ieri all’uscita del tribunale, sei sexi, bona, ai belle gambe e il vestito verde sindona con i capelli.
Secondo me ai voglia e se ti va di provare un maschio origginale questo è il mio cellulare 329…”

“Un cretino” penso e sto per buttare lo scritto ma ci ripenso, lo mostrerò all’amica ninfomane, voglio farle fare qualche risata, anche se un po’ la cosa mi inquieta, il tizio sa qual è la mia auto, che sono avvocato e sicuramente dove abito.
“Ma figurati, questo cafone vuole darti una bottarella, se ti voleva fare del male, mica rilasciava un messaggio e poi…”
Anna prese una pausa sorseggiando il prosecco.
“…e poi con tutte le conoscenze che hai in polizia, scopri chi è.”
“Ma no, ci vuole un sacco di tempo e poi che faccio, mi presento col kleenex scritto da un burino sgrammaticato?”
Senza interpellarmi Anna compone il numero, dopo aver smanettato per rendere il numero non rintracciabile.
“Pronto?”
“Sì, ciao ho trovato il tuo numero sulla mia auto, a parte che sei un cafone, sei anche ignorante perché non hai cognizioni grammaticali, quindi vedi di non scocciare più altrimenti ti denuncio.”
Anna ha accavallato le gambe e ha cominciato a toccarsi i capelli, brutto segno, vuol dire che l’unico neurone che possiede si è acceso sulla frase”Conunavocecosìdeveesserebono misonogiàbagnata!” , Ride e fa gli occhi da digestione lenta , ammiccando e scuotendo la criniera di capelli corvini, poi si ricorda di me e me lo passa. La voce è profonda, calma, senza inflessioni, ricorda vagamente Alberto Lupo, “Ti devo chiedere scusa, ma scrivere in quel modo è stato uno stratagemma per attirare la tua attenzione…”
Continuo ad ascoltare la musicalità di quella voce.
“…ti vedo spesso o meglio mi capita di incontrarti in giro.”
“Ok ma chi sei? Cos’è uno scherzo?”
“No assolutamente, ma volevo solo conoscerti.”
“Beh, ora lo hai fatto, è stato divertente ma il giochino è finito, ti devo salutare.” Dico con fermezza.
“Ti ringrazio, non insisto, non mi resta che salutarti e sperare in un eventuale incontro.”
Chiudo, maleducatamente, senza salutare, ma non incontro nessuno, non ne ho necessità.
Anna mi guarda con la stessa faccia di chi guarda un quadro astratto, beve il suo secondo drink.
“Lo hai liquidato?”
“ Ma è un cretino.”
“Forse, ma è sicuramente una botta di vita!”
Non l’ascolto più perché nel frattempo è partita con una filippica sulle Spa e i massaggiatori che non ci provano più; le voglio un mondo di bene ma questa fissa di scopare sempre e comunque mi sfianca.
La settimana vola via, in tribunale va tutto a meraviglia, vincere due cause e vedere la controparte umiliata mi fa stare da Dio, forse sono stronza ma che volete, a me piace così.
“Non pensare a me come a uno stalker, ma in aula, sei stata divina, ti prego di concedermi un caffè. 329…”
Trovo un altro messaggio sul lunotto, ma stavolta è scritto bene e la carta opaca e ruvida è tagliata a mano, è evidente che il tizio ha gusto. Vorrei mandarlo a fanculo, ma poi penso:
“Magari se non lo stoppo questo cretino me lo trovo tra le palle di continuo.”
Lo chiamo e gli dico che il caffè va bene ma poi ognuno per la sua strada.
Sulla quarantina, molto distinto, abito di Armani.
“Però!” penso.
“Ti chiedo di perdonarmi, ma volevo conoscerti.” Mi dice sicuro di se.
“Non tollero questo genere di cose, bigliettini sotto i tergicristalli e soprattutto l’insistenza.”
L’uomo beve il caffè e poi sorride.
“La vita ti da chances a cui tu ti devi aggrappare, a cui devi strappare con i denti una vittoria.
Guardo fuori annoiata, parla come Fabio Volo, frasi d’effetto per ragazzine, ma per me chiacchiere inutili.
“Ok, ora sei riuscito a strappare il tuo caffè possiamo anche salutarci. È stato un piacere.” Dico mentre vado verso la porta.
Lo guardo in attesa di un saluto, ma lui continua a sorridere, felice.
“Scusa ma cos’hai da ridere?”
“Scusami non volevo essere offensivo, ma sorrido perché sei stupenda e oggi sono stato fortunato a passare un po’ di tempo con te.”
Non ascolto altro e torno a casa, la giornata è lunga e non ho voglia di poltrire.
“Carino è carino, ma sono sposata e non sono Anna!”
Sorrido pensando alla mia amica, ma ho una mia morale e al di là di tutto ho un marito meraviglioso che non mi fa mancare nulla e sa come fare per farmi sentire femmina.
“Ciao sei a casa?”
“Si, in ufficio ho concluso prima e sono tornato.”
Mio marito non è mai stato un fisicaccio, anzi l’esatto contrario, non molto alto, con una discreta pancetta che lo fa apparire inappetibile al novantacinque per cento del popolo femminile, ma con una mente così geniale da coinvolgerti anche quando fa un’omelette.
“Ma esci? Ti stai preparando di tutto punto, ma non è che hai una donna? Ti trascino in tribunale e ti tolgo le mutande.” Dico ridendo.
“Ma no amore, stasera vado da Flavio e Simona a giocare a poker, una serata tra uomini, sigari , rum e un paio di mani.”
“Amore, attento però non sei un gran giocatore.”
“ Ma si, tranquilla, ammortizzo ogni uscita, mi conosci bene. E poi stavolta non puntiamo soldi quindi niente di speciale, giusto per passare una serata.”
Mi verso da bere e lo lascio vestire. Flavio e Simona sono una coppia di conoscenti, lui sfigato, bello ma uno sfigatone da competizione e lei una con la puzza sotto il naso capace di farsi odiare anche dal Dalai lama.
“Beh… io vado, a più tardi amore, ah…guarda che la doccia si sta rompendo , domani chiamerò l’idraulico.”
Mi bacia ed esce.
“Certo che passare la serata a giocare a carte intontiti dal fumo di sigari e dal rum è proprio una cazzata, per fortuna non mi ha chiesto di andare con lui.” Penso infilandomi sotto la doccia.
L’acqua calda scioglie gli ultimi nodi di tensione accumulati in tribunale, scuoto le spalle e mi insapono, passo le mani sul seno e i capezzoli si inturgidiscono, una strana sensazione mi avvolge il corpo, sento le mie dita cercarmi, guidate da un qualcosa di strano che non riesco a controllare, mi accarezzo, mi do piacere da sola, ma non è abbastanza e compulsivamente prendo il filo della doccia ne svito il telefono rotto, lasciando che il violento getto mi colpisca il seno provocandomi un piacevole dolore.
Abbasso il getto tra le gambe e dopo aver giocato col clitoride, me lo infilo dentro.
Il flusso potente d’acqua calda mi provoca un orgasmo immediato.
Esco e comincio ad asciugarmi, non mi toccavo dai tempi del liceo, non ne ho mai avuto il bisogno, sorrido.
“Sono proprio stressata.” Dico tra me e me.
Poi guardo la doccia smontata e mi rendo conto che il tizio di stamattina mi ha lasciato qualcosa di strano dentro, qualcosa che non sono riuscita a controllare e che mi ha portato a masturbarmi.
“Ma quanto sono scema.” Penso mentre mi metto sul divano a guardare delle pratiche che mi serviranno domani.
Poi mi capita tra le mani il biglietto del tipo e un’idea malevola mi passa per la testa.
Prendo il telefono e compongo il numero. Sento che mi sto bagnando di nuovo, sono fradicia.
“Il numero da lei selezionato…”
Chiudo e stringo un pugno,
“Sono una stupida, ma che cazzo vado facendo.” Dico ad alta voce, poi mi tuffo tra le scartoffie del caso. Se il tizio mi chiamerà inventerò una scusa e lo liquiderò.
“Luciano, cos’hai che non va? Problemi a lavoro?”
Mio marito non risponde, sono giorni che lo trovo distaccato, pensieroso, la cosa mi sorprende perché in tanti anni l’ho sempre visto a testa alta, fiero e guerriero.
Gli verso del vino e lui lo butta giù come fosse acqua minerale, è pallido.
“Mi vuoi dire che sta succedendo?”
Ci sediamo sul divano e poco dopo esco di matto e tiro il bicchiere di vino contro il Franco Angeli appeso al muro facendolo cadere.
Grido e lo colpisco con calci e pugni, sfogo tutta la mia rabbia e la frustrazione che solo una notizia così ti può dare.
“Perdonami, è iniziato così come uno scherzo poi invece è andata come è andata?”
“Andata come è andata? Ma ti rendi conto di quello che stai dicendo?”
Lo guardo mentre tampona il sangue da un graffio sotto l’occhio e lo vedo che sta piangendo. Non lo sopporto e mi chiudo in camera, domani deciderò il da farsi, questa è una situazione che devo ponderare bene e agire di conseguenza.
Lascio passare una settimana, Luciano è fuori per lavoro e me lo sono tolto davanti almeno non vedo quella faccia da cane bastonato che mi infastidisce. Stavolta l’ha fatta grossa, non me lo aspettavo proprio da uno come lui.
“E poi una botta e via, ma che tristezza!”
Prendo il cellulare e lo chiamo.
“Ho deciso, non posso lasciare le cose come stanno, dammi il numero che l’affronto.”
La sera stessa dopo aver chiamato la persona per un chiarimento ed essermi infuriata come un cinghiale, mi preparo, sono tiratissima, il tubino nero e le decollete mi danno la carica giusta per demolire la controparte.
L’appuntamento è alle nove a casa sua, mi ha dato da intendere che ceneremo insieme. Alla follia non c’è fine.
“Bene sei arrivata.”
“Ah sei tu…” rimango un attimo stupita, piacevolmente stupita della persona che ho davanti.
“Beh…te lo avevo detto che le occasioni vanno prese al volo e così ho fatto.”
Passiamo la notte insieme, non mi risparmio, concedo tutto, anche ciò che ho negato a mio marito per anni, così impara.
La sera che andò a giocare a poker, per divertimento i quattro imbecilloni, rilanciando all’ennesima potenza puntarono le mogli e guarda caso Luciano e Flavio persero.
Simona, con mio grande giubilo, ha dovuto porgere le terga a Pietro, un mio collega, noto come il “Perry Mason della trombata” uno squallidone unico, mentre a me è toccato lui, il tizio dei messaggi sul parabrezza.
Giorgio, questo è il suo nome, si è intrufolato in quella mano di poker, vincendola, forse anche barando ma riuscendo a ottenere ciò che voleva.
Dal canto mio, non ho più intenzione di separarmi da Luciano, penso che veramente si sia lasciato prendere dalla febbre del gioco e quindi va perdonato, non sono il tipo da mandare all’aria un matrimonio per queste cazzate, per il resto, essere stata usata come merce di scambio non mi è dispiaciuto poi così tanto e ho intenzione di continuare a giocare, domani mio marito resterà fuori e Giorgio mi vuole insegnare il Burraco. Prevedo una lunga notte.

Frank Cappelletti

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