Una giornata con gli Orsi Grigi


A cura di Augusto Benemeglio

1.Ecco la musica!
Mentre su “you tube” riascoltavo le loro canzoni di “Faber il poeta, recital che abbiamo rappresentato al Teatro D. Mario Torregrossa il 7 luglio u.s., sono andato con la mente alle loro faticate prove, alla nota stonata, all’entrata sbagliata, alla parola che salta, al pensiero che si fa suono, al vitello di zolfo sulla parete della sala musica-bazar della villa di Palocco di via Apelle; ed eccoli, gli “Orsi Grigi”, in quei pomeriggi ancora invernali con gli accordi tra le dita e il ventre, il cervello che ricerca dappertutto le tracce da fiera o da circo della domenica appena svanita, il campanello che insiste , fino al basta e al vaffanculo al postino di turno che suona sempre due volte … Ecco il segnale violento sul piatto, la corda che si tende fino a emettere un grido, come animale scorticato, il basso che rintocca il trasuono sulla fronte, l’immagine della chitarra che s’allunga fino a toccare l’ombra del muro e ride in cima al quadro di Pelzet, “La ferita dell’essere, gli spartiti e i suoni che sono enigmi o martellate , la desolante pochezza dei mezzi tecnici, la difficoltà dell’impesa – Ma chi cazzo ce l’ha fatto fare!? – il sudore che cola lungo la schiena dimentica delle discopatie del passato, tutta protesa nell’attimo presente, che è perpetuo: ecco la musica di De André e di chissà quanti altri suoi collaboratori ( ogni tanto piace ripeterlo a De Gregori, invidioso!) che entra da tutte le parti, va fuori delle finestre, negli interstizi della storia, nelle prime ombre della sera, e d’un tratto appare una signora – “Che meraviglia!, dice, gentilissima , invece di mandarci tutti a ramengo, a “scoa’ el mar, da buona veneziana qual è…

2.Rino il tastierista
Poi- d’improvviso, come un lampo nella notte – dopo dai e ridai, vai e rivai – parolacce a gogò, turpiloqui alla Belli, napoletani e piemontesi, ecco il tempo tormentato che si dissipa , ecco l’universo “De Andrè” che si sgrana , il suo mondo entra nel loro mondo di Orsi Grigi, si accende un seme (“E’ una storia da dimenticare, una storia da non raccontare, una storia sbagliata),con Rino perplesso , l’eterno dubbioso, con l’ocarina in bocca e la tastiera esiliata da se stessa , ditemi voi quando c…devo attaccare ( Andrea s’è perso, sì è perso e non sa tornare). Ma ecco che gli spazi si dilatano , si animano , vanno sulla cima del mondo dove ogni carezza dura un secolo ( Mille anni al mondo, mille ancora, che bell’inganno sei, anima mia). Ricominciamo tutto da capo, dice Piero, con un enigma a forma di orologio di sabbia sul crapone pelato da pretoriano di Pompeo , ma c’è una chitarra sopita, che medita .

3.Ezio chitarra e voce
E’ Ezio che si ferma , sfinito, ripensa alle sue radici, dove tutto era ordine e chiarezza , pragmatismo cavouriano: il presente è perpetuo, amici, piove sulla mia infanzia, piove sul giardino della febbre, piove sui pioppi sospesi tra cielo e nuvole messicane, piove sulle tue ciglia, Ermione, sì par che tu pianga, ma di piacere… Ma piove anche sulle mie nespole. Che fine faranno? Son piccole, acerbe, e non le vuole nessuno, neanche gratis. Non le ruberebbero neanche i ladroni di “Via della croce”: Perdonali se ti lasciano solo,/ se sanno morir sulla croce anche loro,/a piangerli sotto non han che le madri,/in fondo, son solo due ladri.

4.Claudio chitarra basso
Claudio l’Intellettuale, con l’aplomb inglese , è calmo e spettrale , pallido come uno straccio da coltello appena dilavato . Mi dice che Faber ha tradotto Dylan alla lettera: i peperoncini rossi nel sole cocente, la polvere sul viso e sul cappello, è tutta roba di Bob. Sì, d’accordo. Ma che c’entra nun chiagne Maddalena?; lui tenta di spiegarmi che è la parte della canzone scritta in spagnolo che diventa napoletano o giù di lì.E riprende a carezzare le corde con una voce incarbonita: Alla corrida con tequila ghiacciata /vedremo il toreador toccare il cielo.

5.Piero batteria e voce
Ma alla fine Piero , in tutto quel caos organizzato di batteria, esprime l’osso dell’osso del materiale di scavo poetico, Ahò, ma volemo fa’ sur serio oppure no….e allora annatevene tutti a ffa’ …er testamento de Tito – Non avrai altro dio all’infuori di me, onora il padre e la madre e onora anche il loro bastone, – e daje un’altra scarrocciata , con l’angolo a centoventi, uno sguardo alla bacchetta, uno al piatto, e un altro al tamburo: ti fascio e ti sfascio due mondi in pochi istanti, grappoli accesi di suoni , sillabe di note erranti nell’aria, astrazioni, marea di tutti i tempi del tempo e un nome comincia ad affiorare sulle labbra di tutti: Agustare’, se semo rotti abbastanza , ora lasciace lavorà in pace, noi mica ci divertiamo con le parole-lapis-lampade-ritratti-scarpe risolate, roba da letto e disletto. I nostri so’ cazzi amari. Un’architettura di suoni istantanei sopra uno spazio che si disintegra, te capi?….Le note musicali che noi massacriamo, okkei, vabbuo’, so’ nostre criature, so’ pezzi ‘e figli…Tu cerchi il significato della parola, noi cerchiamo l’accordo, l’armonia, l’astratto che diventa respiro e canto!.

6. Addio.
Me ne vado, un po’ offeso. Addio, amici. Mi dichiaro in perpetuo esilio da voi fino alla data fatidica del 6 luglio….Esco col motorino blu parcheggiato sotto il nespolo nano. Il cielo è un far west, un galoppo fantasmagorico di nubi sopra le cime di Palocco , graffi, ragnatele, piume di fuoco, figlie del sole, giardini degli dei. Penso ancora a quei quattro dell’Ave Maria : che faranno, ora, con quelle carabine di zucchero, quella luce intrecciata, quella tastiera che sa di prugne e mandarini e quella batteria scura che ruota e gira nelle “Terrazze” senza mai spostarsi dal suo meridiano , spazi e controspazi, imperi ed esarcati. Mi arrivano ancora, Cafiero e son brigadiero del carcere oinè!…/c’è un uomo geniale che parla co’ me.

Roma, 14 settembre 2013 Augusto Benemeglio

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