Un urlo onirico dalla galassia 2


di Corrado S. Magro

Quello zero uno per mille di margine di errore rischiava di trasformarsi da un momento all’altro nella sola ed unica verità. Finisce sempre così quando la statistica deve fare posto alla certezza.
Il sole brillava alto. Coadiuvato dal capo dei membri della spedizione, iniziò alacremente ad allontanare il secondo strato facendo attenzione a non danneggiare nulla di solido che avrebbe potuto incontrare. Ora che l’ombra del gigantesco ficus si era spostata, i raggi infuocati gli picchiavano addosso. Stanco, si asciugò il sudore andando a riprendere fiato sotto il fitto fogliame dell’albero dal quale partiva un’enorme radice contorta e che accavallata da altre più giovani affondava nel suolo parecchi metri più avanti.
“Che forma strana”, osservò Paride pensando al corpo di un gigantesco rettile. La piramide azteca a meno di mezz’ora di cammino, con la sua aria sorniona dimessa e la vegetazione giallognola sui terrazzi, si ergeva a custode sulla foresta che si estendeva alle sue spalle.
Seduto per terra e poggiato alla radice si appisolò.
Al mattino presto si era svegliato frastornato. Sentiva il disagio lasciato da uno di quei sogni dal significato occulto, che ci tengono in apnea e che, quando l’evento prossimo o futuro ci rivelerà una realtà posseduta senz’averne coscienza, ci farà dire: “Ma io lo sapevo!”.
Lo svolazzo di un grosso volatile gli ricordò che si trovava vicino alla foresta. Gli scavi erano arrivati a un punto morto e a momenti non sapeva cosa cercare. Non vi credeva più con la fiducia e l’entusiasmo che lo avevano sostenuto all’inizio di quell’avventura che ora rischiava di svanire opaca.
Eppure sentiva che doveva continuare, trovare quello che aveva estratto da frammenti di scritti e da leggende tramandate, prima che le risorse disponibili fossero esaurite. Ne andava del suo credito e del suo futuro di studioso. Forse anche lui come tanti, sfiorava le tracce dei millenni a cui dava la caccia, occultate sotto uno strato di pochi centimetri di terriccio.

Il vociare concitato degli indigeni attirò la sua attenzione. Li vide disposti in cerchio mentre impugnavano rami e bastoni occasionali con i quali provavano a tenere a bada qualcosa. Aguzzò la vista e scorse un grosso serpente, forse un pitone o un giovane anaconda che in mezzo alle erbe alzava la testa, il collo arcuato, provando a individuare un varco per potersi allontanare. Lo avevano certamente respinto più volte, si vedeva assediato e ora reagiva.
«Lasciatelo andare!» gli gridò contro.
Esitarono e a malavoglia tolsero l’assedio. Gli fecero capire che era di cattivo augurio se non l’avessero catturato e buttato nel corso d’acqua che scorreva nella vallata poco distante. Non prestò molta attenzione alle loro rimostranze e ritornò a scavare:
«Guarda…» disse quello che gli era vicino.
Il terriccio aveva cambiato colore: da grigio scuro polveroso a ocra quasi rosso bruciato. Ne raccolse una manciata che esaminò sul palmo della mano. Il cuore aumentò il ritmo dei palpiti.
«Procediamo con cautela.»
Un’ora dopo urtarono lo spigolo di un mattone. Era forse sulla buona strada.
«Liberate il suolo sulla distanza di quattro, cinque passi in largo e in lungo, prestando attenzione,» raccomandò recandosi a consultare il calcolatore sotto la tenda a un buon centinaio di metri.
«Vieni a vedere!» gli gridarono poco dopo.
Avevano portato alla luce i contorni di altri mattoni.
«Lasciate fare a me.»
Afferrò lo spazzolone adoperandosi ad allontanare i resti dello strato che ancora li copriva. Non prestò attenzione e non si lasciò distrarre dal mormorio del gruppo alle sue spalle.
Si avvicinava qualcuno.
Avanzava a passi lenti, appoggiandosi a un lungo e robusto bastone intarsiato come lo scettro di un signore tribale. Gli fecero posto e si associò ai presenti con il mento sulle mani aggrappate al pomo del bastone, ritto davanti a sé.
Allontanato il terriccio, i lati interni dei mattoni disposti regolarmente e ancora in ottimo stato, erano tagliati in archi di cerchio concavi che racchiudevano una pietra rotonda. Dal gruppo si levò una voce bassa, quasi rauca:
«Sei vicino alla meta!»
Sorpreso, l’archeologo si voltò alzandosi. Chi aveva parlato era un uomo dall’età indefinibile. Ne poteva contare anche cento o più. Destava l’impressione che il tempo per lui ormai non trascorreva, non si alternava in giorni e notti, stagioni, anni. Era di una spanna più alto degli altri, olivastro, il viso lungo rugoso, di aspetto imponente, guance e collo esenti da barba, mani callose, robuste e polsi poderosi, capelli che forse non sarebbero mai diventati bianchi. Dalla spalla partiva una corda alla quale stava appesa una sacca sgualcita probabilmente ripiena di vettovaglie, diverse zucche secche tappate pendevano dall’altra spalla. Vestiva poveramente, a parte una vistosa collana di grossi cristalli di zaffiro attorno al collo. Emanava l’aura di uno che osserva scorrere la vita, uno che immerso in un corso d’acqua guarda il fluire della corrente senza bagnarsi.
Chissà perché a Paride venne in testa questa immagine.
«Come fai tu a saperlo?» gli chiese.
«Ho ereditato dai miei antenati la memoria del passato. Ora ho saputo della tua presenza e credo avere capito il suo messaggio.»
«Che sarebbe?»
«Non mi è dato svelarlo. Allontana il resto e vedrai.»
L’archeologo corrugò la fronte e scettico, raccolse l’invito, tanto l’avrebbe fatto in ogni caso. La pietra grigiastra ripulita mise a nudo un incastro.
«Pensa a quello che potresti trovare. Procedi con estrema cautela,» gli raccomandò il vecchio.
Paride si rivolse a lui con stizza:
«Perché dici questo? O riveli quel che credi di conoscere o mi spieghi il perché dei tuoi avvertimenti. So quel che devo fare!»
«Non tutti gli avvertimenti necessitano un perché plausibile, e non tutto quello che sai lo fai come si deve,» e si allontanò di un lancio di sasso seguito dagli altri che pendevano dalle sue labbra.
Concentrato sul ritrovamento e meditando sulle parole ascoltate, Paride si adoperò a scalzare la terra rassodata attorno alla circonferenza della pietra.
Liberato anche l’incastro v’infilò un dito e tirò… la pietra non si mosse minimamente. Riprovò senza successo. Al battere leggero del manico della cazzuola sulla superficie seguirono rimbombi e rumori di cristalli che andavano in briciole. Ebbe un impeto d’impazienza, ma si frenò. Era un archeologo e non un tombarolo senza scrupoli in cerca di tesori da contrabbandare.
Sedette al suolo a gambe incrociate e d’istinto estrasse la bussola dalla custodia alla cintura. Posata sulla pietra, l’ago magnetico fece un giro di trecentosessanta gradi e continuò ad oscillare avanti e indietro su un arco di novanta.
Sgranò gli occhi e incredulo la sollevò. Allontanandola, le oscillazioni s’indebolivano fino a sparire e l’ago magnetico puntava deciso sul nord. Provò ancora ottenendo il risultato di prima. Sbalordito, ripose la bussola nella custodia.
“Campi magnetici variabili a questa frequenza? No!”, dedusse.
Una cimice verde e puzzolente, piaga degli orti, era approdata sulla pietra. Sembrava non riuscire ad allontanarsi e andava avanti e indietro lungo il bordo. A Paride sembrò che gli andirivieni avvenissero dentro l’arco indicato dalle oscillazioni dell’ago magnetico.
«Questa poi!»
Prese uno stelo e, tanto per fare qualcosa, la capovolse. Corrugò la fronte! Com’era possibile? Il ventre dell’insetto brillava azzurrino, come un metallo lucido e rifletteva un finissimo raggio solare, accecante, simile a un laser. Lo lasciò a roteare sul dorso, pedalare con le zampette in aria nello sforzo di abbandonare quella scomoda posizione, fin quando non riuscì nuovamente a mettersi a pancia in giù. L’archeologo lo guardò ancora e poi con l’aiuto della stelo lo fece saltare via.
Girandosi incontrò la figura del vecchio che sembrava indicare qualcosa nella sua direzione con il bastone. Di botto credette di averlo incontrato. Lo conosceva, gli divenne familiare il tono della voce…, lo aveva già visto, ascoltato, ma dove?
Si piegò di nuovo sulla pietra e deciso, infilato un dito nell’incastro, piuttosto che tirare provò a girare… nulla. Provò nell’altra direzione…ebbe l’impressione che qualcosa si muovesse lievemente.
Ritornò istintivamente a posare gli occhi sul vecchio, ma questi gli dava di spalle e dialogava con gli uomini della spedizione.
Paride avvolse un fazzoletto attorno al medio e riprovò con più energia: la pietra si muoveva, anche se di poco, non c’era dubbio. Vi si attaccò con movimenti alternati. La salsedine del sudore che colava a rivoli gli bruciava le pupille. L’allontanava ogni tanto con il pugno chiuso e continuava nella sua lotta accanita per scoprire cosa si celava sotto quella sorta di botola. Girando avanti e indietro, si accorse che la scanalatura che l’avvitava si sviluppava solo su un quarto della circonferenza. Senza più fiato, sotto un sole infuocato, sfinito, sedette al suolo.
A tratti mentre si adoperava, dal bordo della pietra, era venuto fuori uno strano fumo polveroso che non aveva potuto evitare di aspirare. Sudava freddo e gli sembrava che il cuore stesse per cedere. Riuscì a invocare aiuto, ebbe una sincope e cadde nell’incoscienza totale.

I sogni
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Sibili lancinanti, urla, grida d’orrore. Si contorceva e sudava, si aggrappava al sacco a pelo mordendolo, con le dita ad artiglio lacerava la camicia che indossava, incosciente, restava supino in catalessi e di tanto in tanto il corpo si sollevava dal giaciglio in tutta la sua lunghezza, per ricadervi pesantemente come un piombo.
I sogni arcani che sgorgano da una sfera esterna al divenire razionale, prendono possesso della nostra entità temporale. Essi vagano amorfi nell’oceano che raccoglie l’infinito, oltre i limiti di spazio e tempo, e quando l’energia riflessa che racchiudono si manifesta, provocano l’effetto travolgente come violente mareggiate che si scagliano contro i faraglioni, scuotendoli. In un istante ci fanno rivivere millenni del passato, ripetono infinite storie del presente, proiettano un guizzo avanti o indietro nel tempo, guizzo che nel profondo del sonno, quando l’IO è spento, inattivo, può equivalere ad una lunga notte. Questi sogni si erano impadroniti di lui, estraneo alla coscienza materiale, incapace d’intendere e volere, intelligenza sublimata che navigava nello spazio universale.
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In gruppo, nudi o con pelli di animali strette ai fianchi da corde di liana, armati di lunghe aste appuntite, di clavi e pietre legate a rami di legno, si erano addentrati nella foresta misteriosa per scovare una preda. In cammino, avevano passato la notte appollaiati in alto sui rami di un albero per meglio difendersi da quelle belve che davano a loro la caccia e che con il fuoco tenevano lontane dalle caverne affumicate o dalle capanne di fango che occupavano.
Al sorgere del nuovo giorno avevano avvistato una mandria di maiali selvatici al pascolo. Scelta la preda, si erano avvicinati, erano riusciti ad isolarla dal gruppo che fuggiva e l’avevano inseguito per chilometri attraverso la fitta vegetazione finché, stanca e a tiro, una clava roteante non la stordì e la punta di un’asta di legno non la trafisse. Con le mani a coppa avevano raccolto e bevuto il sangue che scolava caldo dalla ferita mentre la bestia moribonda, incapace ormai di levare le sue grida di disperazione, continuava a gemere.
Sotto il sole cocente, sul cammino del ritorno si erano fermati sul lieve declivio di una radura. Poggiata al suolo la preda che trasportavano a spalla avvicendandosi, si erano appisolati.
Attirato dall’odore di sangue che gli pizzicava l’olfatto, il mostro era partito alla ricerca. Alzava ogni tanto la testa per controllare che nessuno l’avesse scoperto e strisciando arrivò alla preda inerme e la risucchiò.
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Uno sprazzo di luce e un urlo lungo, terrificante si propagò nello spazio sidereo, a cui fece eco un sibilo assordante e Paride si vide in una piazza gremita di gente. Non era più lui, o meglio era lui che osservava il suo “alter ego”. Uomini e donne, tutti rivolti verso l’altare che sormontava la piazza, vestivano tuniche bianche. Una ragazza nuda veniva spinta a forza sugli scalini che conducevano all’altare. Era la vittima destinata al dio. Per rendergliela grata, gettata ai piedi del sommo sacerdote, avrebbe dovuto subire da costui il rito dell’iniziazione che la imbrattava del sangue dell’imene vergine penetrato. L’alter ego di Paride urlava il suo dissenso, si ribellava, voleva liberarla ma restava impotente, schiacciato a terra dalla calca che gli toglieva il respiro. La ragazza era ora trascinata via. Non gridava, non gemeva era solo pallida, terrorizzata e quando incontrò il suo sguardo, che bocconi riuscì a sollevare il capo, invocò il suo aiuto con un grido lacerante. Il sommo sacerdote lo aveva fissato pietrificandolo. D’un tratto, tutti quelli che lo trattenevano sparirono riunendosi al corteo. Ci provava anche lui, ma una forza misteriosa glielo impediva, facendolo annaspare.
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Un lampo ed apparve la maestosa figura di un vecchio che gli tendeva la mano tenendo nell’altra una daga lucente e una lancia.
«Va!» gli ordinò porgendogli le armi.
Il dio-mostro attendeva nella caverna sotterranea, dove secoli prima erano riusciti a relegarlo. Quando ebbe sentore del sangue caldo della vittima all’ingresso, si sollevò tremendo, gigantesco e la risucchiò, mentre grida di orrore riecheggiavano intorno. Solo così se lo potevano ingraziare, nessuno osando ribellarsi al sacro. Nessuno, tranne lui che libero e armato di daga e lancia si calò nella caverna. E fu una lotta feroce, tremenda. Il mostro aveva già risucchiato la ragazza, ma non pago, scorgendolo aprì le fauci e l’immensa testa piatta di rettile si avvicinò a lui che si era appena sollevato da terra. Gli era a pochi centimetri, orrendo. Paride per l’istinto di sopravvivenza si vide mentre con la spada lo feriva tra le squame del collo, vicino al rigonfiamento del corpo che stava fagocitando. Il gigantesco rettile inferocito, sibilando lo avvolse con la coda che turbinava a spirale, e lo scagliò contro la parete facendogli perdere la daga. Lo imprigionò ancora una volta tra le sue spire avvicinandosi con le fauci spalancate ma la lancia, tenuta ancora saldamente in pugno, lo trafisse da parte a parte. Il rettile allentò la stretta lasciandolo cadere, giusto in tempo perché l’alter ego di Paride recuperasse la daga, che gli si avventò contro, sibilando. La lingua biforcuta gli lambiva già i capelli. Il giovane, spinto dal terrore e dalla forza della disperazione, chiamò a raccolta le ultime energie, assestando fendenti fin quando non riuscì a recidere la testa a quell’essere mostruoso sopravvissuto alle epoche, elevato a dio dal malvagio, e che ora si dibatteva furioso con tutta la forza distruttrice che gli restava per evitare di soccombere.
All’alter ego di Paride abbandonato al suolo quasi tramortito, arrivavano dall’esterno dell’antro voci di maledizione. Pietre e cocci gli piovevano addosso sotterrandolo.
Su di lui scese il buio e quando non fu più…, si accese una luce.

Il risveglio
Il sogno svanito, la sincope superata, riaperti gli occhi si guardò attorno: era solo, steso sul giaciglio sotto la tenda dell’accampamento. I teli dell’ingresso scossi dal vento non lasciavano vedere anima viva, non sentiva parlare, un silenzio di tomba regnava. Provò ad alzarsi, la testa turbinava e la vista era offuscata. Tremava. Riuscì a sedere. Lo specchio che faceva parte del bagaglio, giaceva ai suoi piedi. Vide un’immagine annebbiata, i capelli arruffati, il viso smunto e nascosto da una barba di più giorni. Era lui quello? Prese la testa tra le mani e con i gomiti sulle ginocchia sentì il bisogno di sfogarsi. Si abbandonò a un pianto rotto da lamenti, quasi ululati alternati ai singhiozzi di un cuore spezzato da uno strano dolore che sgorgava dalla visione implorante della ragazza del sogno.
Nella prostrazione che lo invadeva, mentre liberava il suo IO dall’arcano, gli sembrò udire qualcosa, vedere qualcuno entrare, ma non ebbe né voglia, né forza di prenderne coscienza. Si riebbe dopo un lungo momento, quando la realtà contingente riprese finalmente il sopravvento. Si asciugò il viso con i brandelli della camicia e aprì gli occhi. La vista ritornata nitida, su uno zaino presso il capezzale, era posta una tazza di liquido fumante. Emanava un odore di gelsomino con effluvi di cannella e liquirizia.
Non si chiese nemmeno come vi fosse arrivata. I pensieri erano fermi, la prese e iniziò a sorseggiare lentamente. Il bisogno di piangere e di urlare sparì, si sentiva rinfrancato, le vene pulsavano. Un brivido gli percorse il corpo e partendo dalla nuca si propagò lungo il midollo spinale, scuotendolo, mentre un esercito di formichine era impegnato a percorrere tutti i sentieri che si districavano sotto la pelle.
Venne fuori. Era tutto calmo e silenzioso. Non vedeva anima viva. Chiamò Pablo a voce alta. Non gli rispose nessuno. Erano tutti spariti. A passo sostenuto si avviò verso gli scavi. Passando vicino al ficus, seduto per terra, appisolato con la fronte poggiata sulle mani aggrappate al bastone, ci stava il vecchio.
«Dove sono gli altri?»
«Andati. Hanno terminato il lavoro e sono andati.»
«Ma… »
«Hanno atteso. Sono andati solo quando li ho rassicurati che mi sarei preso cura di te.»
«Ma tu, chi sei?»
«Sono uno che con l’aiuto di madre natura li aiuta a curare i mali del corpo e della mente, che spesso non riescono a tenere lontani.»
«Uno stregone?»
«No! Uno che custodisce le esperienze dei suoi antenati. Tu nel tuo mondo hai medici e scienziati che in nome della scienza disprezzano il mio passato, e ignorano così anche quello che credono di conoscere. Io non so nulla, ma mi sforzo a vivere l’universalità di questo mondo.»
«E allora dimmi: cosa mi è accaduto?» lo incalzò Paride.
«Sei rimasto vittima dell’energia negativa dell’arcano che ha provato a sopraffarti. Ci sarebbe riuscito, ma sei stato forte e ti ho dato una mano.»
Paride girando lo sguardo scorse mucchi di detriti.
«Dovrei crederti? Ho vissuto un incubo, sì… Cosa hai fatto per impedirlo? Quanti anni hai?»
«Non devi credermi. La fede è un’emozione che si consolida nella volontà. Può essere cieca o consapevole. Quella cieca ti asservisce, quella consapevole ti sublima. Io non ho fatto nulla che tu possa ritenere importante e non conosco la mia età. A che pro. Cosa può significare il numero degli anni di fronte all’universo?»
Mise mano alla sacca ed estrasse una vecchia stoffa piegata simile ad uno stelo. Gliela stese davanti:
«Contiene la tua storia.»
«E cosa dice? Come continua? Io non so leggerla.»
«Racconta quello che hai sognato. Saprai dopo come continua. I grandi e tutti quelli che conoscono gli eventi che li hanno preceduti, hanno mai fatto tesoro di quello che hanno appreso?»
Paride, seduto sulla radice del ficus, rimase a riflettere.
Pensando al sogno tremò. Ne rivisse per un attimo l’orrore e ricordando l’immagine balenata quando era andato a rinfrancarsi all’ombra, con la rabbia, sorse in lui la voglia intima d’inveire contro il vecchio, cacciarlo via, eliminarlo.
Poi si alzò e si avviò ignorandolo.
Pietra e mattoni erano stati divelti e all’intorno si accumulavano i detriti osservati dal ficus. Due corde fissate a due solidi pali di legno infissi al suolo presso l’imboccatura, pendevano nell’antro scoperto. Gli uomini della spedizione le avevano certamente usate per aiutarsi ad estrarre tutto quel materiale. Ne provò la consistenza, fissò la punta di una di esse attorno al petto passandola sotto le ascelle e, facendo scorrere l’altra tra le mani, iniziò a calarsi. La parete non scendeva a piombo ma quasi.
Due piccoli raggi di sole riflessi dal lato opposto, incrociandosi producevano un effetto strano. Paride calandosi scorse un ologramma vago che mostrava i contorni della figura del vecchio sospeso nel vuoto. Ebbe paura e gli urlò contro:
«Dove sei?!»
L’eco dell’urlo si trasformò in un boato che fece tremare l’antro. Sentì qualcosa scricchiolare come se una parete cominciasse a cedere. Per un fenomeno fisico naturale, le oscillazioni sonore del rimbombo riflesso erano andate in risonanza, moltiplicando all’infinito l’energia iniziale. Stordito, riuscì a rendersi conto che dalle crepe che si erano aperte nella roccia, più in alto del suo capo, cominciava a colare acqua.
Immaginò l’irreparabile. Si era calato solo di una diecina di metri ma doveva farcela. Ora non erano più gocce ma piccoli getti che lo irroravano, mentre gli scricchiolii si facevano più intensi. Fra poco la parete sarebbe franata e chissà se i paletti delle corde non fossero stati divelti. Inarcando il corpo provò a risalire, ma provato com’era sentiva di non farcela. I getti erano già canali scroscianti che si riversavano in basso. Aveva poche speranze di uscirne vivo ma non disperò. Nella mente gli apparve l’alter ego del sogno che si batteva con tutte le forze contro il mostro e una voce che gli gridava: “Tieni duro!”, arrivò alle sue orecchie.
Si aggrappò ancora con più forza alla corda, i piedi contro la parete e si sentì trainare in alto.
Fuori dal buco, fradicio e sfinito, due braccia poderose lo spinsero facendolo allontanare per inerzia. Folletti e turbini di vento avvolgevano i cespugli quasi ad estirparli, provavano a sradicare il ficus che si era lasciato indietro di parecchi metri, prima di cadere a terra sfinito. Quando riprese fiato alzò gli occhi. Il vecchio, anche lui al limite delle forze, si era curvato sul proprio bastone per riprendersi, respirando faticosamente.
Paride si levò, lo guardò e l’abbracciò:
«Grazie!»
Rispose all’abbraccio e gli rispose:
«Era scritto.»
L’urto del bacino di acqua riversata nella caverna, fracassando il diaframma della roccia, aveva provocato uno smottamento. Il ficus giaceva divelto sul fianco, con fusto e buona parte dei rami immersi nel piccolo lago che si era formato a forma di cratere.
L’enorme radice contro la quale si era riposato, protesa in aria, spezzata, somigliava alle fauci aperte e sgangherate di un gigantesco rettile.
E la tenda? Incredibile! Nonostante il turbine, la tenda restava là, piantata dov’era sempre stata. A passo sostenuto la raggiunse: aveva bisogno di qualcosa di forte prima che gli desse di volta il cervello. Da una tasca dello zaino estrasse la bottiglietta di malto scozzese e, osservando il laghetto, ne bevve un lungo sorso.
«Ehi! Aspettaaa!»
Il vecchio andava appoggiandosi al bastone. Alzò la mano in segno di saluto e la figura seguendo il declivio si ecclissò. Lo chiamò ancora, corse, ma non vide più nessuno. La vegetazione lo aveva inghiottito. Si sentì triste, in colpa e avanzò osservando il movimento dell’acqua che scorreva. Su un margine dal cratere si era formato un bacino. Avvistò qualcosa di bianco galleggiare: era lo scheletro della testa piatta di dimensioni enormi di un rettile che con i grossi incavi delle orbite oculari ormai vuote, sembrava guardarlo sogghignando. Il bacino era profondo. Demoralizzato dagli eventi vissuti non osò tuffarsi per recuperarlo. Corse nella tenda, prese l’apparecchio fotografico ma al ritorno era tutto sparito in una buca, dove l’acqua si riversava perdendosi di nuovo nel suolo. Osservò sconsolato.
La piramide azteca sembrava appiattita, e impassibile continuava a osservare gli eventi che si erano avvicendati nei dintorni.
Cosa gli restava se non mettere insieme suppellettili e apparecchiature e avviarsi sul sentiero del ritorno? Cosa gli rimaneva di quella spedizione? Chi avrebbe creduto all’accaduto che sembrava frutto di un’allucinazione? Smontò la tenda, buttò la camicia a brandelli e iniziò a rovistare nello zaino per prenderne un’altra. Si ricordò che aveva un telefono satellitare. Avevano provato a raggiungerlo il giorno prima.
Per quanto tempo era rimasto incosciente?
Richiamò e avvertì che sarebbe presto rientrato: ricerca interrotta, nessun esito.
E ora al rientro come sarebbe andata a finire. Licenziato o relegato tra le scartoffie di un ufficio? Non si preoccupò più di tanto. Era giovane e la vita gli stava davanti. Uno smacco non è poi la fine.
Rovistando in cerca della camicia, toccò qualcosa di duro. Di che diamine si trattava? Rimase nuovamente basito: erano alcune pepite auree e una pietra non proprio piccola che rassomigliava, anzi era uno zaffiro. Chi l’avrebbe potuto infilare a sua insaputa nello zaino se non un membro della spedizione? Oppure…? Forse era quella la giusta risposta.
Era ora di andare.

A casa
La giornata era splendida.
L’episodio vissuto aveva preferito tenerlo per sé. Non aveva impegni e vagabondava per le vie della capitale. Dal Colosseo era arrivato ai giardini di Nerone, dove si era trattenuto ad osservare i gatti che spuntavano qua e là dalle aiuole e dai cespugli. Chissà perché preferivano tanto darsi convegno in quel posto, forse vi avevano installato il loro centro logistico e amministrativo. Degli esseri che popolano il pianeta, a noi umani sfugge quasi tutto, e del mondo che definiamo astratto, conosciamo ancora di meno.
Seduto su una panca, un micio venne a strofinarsi contro le sue gambe e continuò adagiato al suolo, con la testa contro i pantaloni. L’archeologo si abbassò a lisciarlo. Il felino gradì la carezza ma avendo visto uno o una della sua specie che l’osservava, era andato a stringergli la zampa o a mostrargli gli artigli. Gli occhi di Paride si posarono sulle proprie calzature. Erano in uno stato quasi pietoso, imploravano la messa in pensione.
“Sconti di stagione, fino al 50% su tutti gli articoli”.
Insomma i commercianti si riservavano sempre una via d’uscita; gli sconti erano fino e non in assoluto al cinquanta per cento. E infatti, alla richiesta di un paio di mocassini eleganti e di ottima qualità, la commessa l’avvisò che su quell’articolo poteva fargli il cinque per cento e non di più. Intento a provarle, al tintinnio dei campanelli dell’ingresso scorse due splendide gambe che lo varcavano. Interruppe l’esercizio e fece scorrere lo sguardo oltre il ginocchio, seguì la coscia che si nascondeva sotto la gonna, osservando quel poco che lo spacco metteva alla luce. Si trattenne in sogno per qualche secondo sul bacino, si arrampicò poi velocemente verso la zona occupata dai promontori che si rivelarono né minuscoli né troppo pomposi, li circumnavigò, scivolò verso l’alto sul collo, continuò sulla nuca coperta da lunghi riccioli afro dal colore rosso bruciato, che si adagiavano sulle spalle e in parte pendevano di lato un poco selvaggi, accarezzando il viso di una giovane donna con due labbra carnose e d’aspetto provocante. Una gnocca appena ventenne o di là, che non poteva nascondere classe e stile, nemmeno se celata dal saio e dalla carlinga con le ali fluttuanti del copricapo delle crocerossine paoline di una volta.
Paride rimase con gli occhi incollato al suo viso e lei sentendosi scrutata, si era fermata proprio sull’ingresso:
«Allora?» gli chiese fissandolo con un sorriso disarmante.
Lui arrossì e farfugliò:
«No niente, mi scusi,» e tornò a occuparsi dei mocassini specchiandosi, resistendo alla tentazione di tornare a guardare la ragazza: “Ma dove l’aveva incontrata?”
«Le vanno veramente bene, giovanotto!» commentò la gran bella sinuosa commessa o padrona, accompagnandosi con un sorriso e tastandogli gli alluci, mentre piegata su un ginocchio, la gonna troppo corta regalava la vista su uno slip nero merlettato.
«C’è da crederlo se lo dice con un’espressione così convincente,» rispose Paride con il viso arroventato.
Un poco confuso, pagò senza nemmeno rendersi conto se otteneva lo sconto e andò via come fuggisse da un nido di rapaci pronti ad artigliarlo, non potendo però evitare di posare gli occhi sulla nuova arrivata.
«Lo conosci?» chiese la giovane alla signora.
«No. Un tipo interessante, ma è la prima volta che lo vedo. Però guarda, s’è scordato il biglietto da visita estratto mentre frugava nel portafoglio.»
«Lo hai sconvolto. Me lo daresti, il biglietto?»
«Io, sconvolto?! E perché non tu? … Malvolentieri. Non mi sembra corretto.»
«Dai cosa vuoi che sia… mi ha incuriosito.»
«Solo curiosa? Me lo fai sapere se non riesci ad imbrigliarlo.»
«Te lo farò sapere in ogni caso. Ma tu sei sposata!»
«E con questo? Mi meraviglierei se quello non fosse già sotto tutela.»
«Oh bella questa! Ma guarda che sfrontata! Pronta a collezionare cervi? Quello non te lo lascio. Un tipo così l’aspetto da secoli.»
«Da secoli! Esagerata. Manco fossi la bisavola delle befane. Non per questo potrai evitare concorrenti.»
«E temibili anche.»
Risero, poi Debora, era questo il suo nome, si avviò con un paio di scarpe da tennis in borsa.
Andando, un giovane la trafisse con lo sguardo e osservandola da dietro fischiò. Lei si girò e sorridendo gli disse:
«Beh dai non sforzare i polmoni,» lasciandolo a bocca aperta.
Non aveva premura. Girato l’angolo entrò in un bar a bere un succo di frutta. Estraendo il portamonete le cadde per terra il biglietto da visita di Paride. L’aveva già dimenticato il proprietario e per evitare che andasse nuovamente smarrito, ne copiò le coordinate nell’agendina.
Continuò poggiando il naso contro le vetrine che la interessavano e, da vetrina in vetrina, si trovò nei pressi di un caffè di via Veneto.
“Un cappuccino non guasterebbe proprio” pensò, andando a occupare un tavolo in disparte.
“Toh, guarda!”, si disse scorgendo Paride sprofondato in un quotidiano aperto, la scatola dei mocassini, in una borsa di plastica del negozio, sulla sedia che gli stava davanti.
Finito il cappuccino si avviò passandogli accanto:
«È lei Paride …vero?»
Quello sorpreso, abbassò il giornale rimanendo di stucco.
«Sì sono io… Perché?»
«Oh nulla, una semplice coincidenza. Nel negozio dove ha comprato i mocassini c’era un biglietto da visita per terra. Non so perché l’ho raccattato e, siccome non erano presenti altre persone, ho dedotto che fosse suo. Ora che per puro caso la vedo, glielo rendo.»
Paride si toccò per istinto la tasca dove teneva il portafoglio.
«Che sbadato! La ringrazio. Ma lo sa che senza volerlo mi rende un servizio?»
«Non mi dica! Per così poco?»
«Si dà il caso che era l’ultimo biglietto da visita che mi restava in tasca. Più tardi ho un appuntamento e mi serve.»
«Magari importante, allora!» fece sibillina. Poi: «Perdoni l’osservazione.»
«Ma s’immagini. No, sì. Di lavoro… Le posso offrire qualcosa per ringraziarla?»
«Non vorrei essere scortese, ma devo andare.»
«Beh, ma potrebbe almeno dirmi come si chiama e a chi devo essere riconoscente e – facendosi coraggio – … magari dove potrei incontrarla?»
«Non saprei. Il mio nome è Debora,… ma lasciamo perdere.» Guardò l’orologio: «Ora devo proprio andare,» e si avviò.
A Paride rimase l’amaro in bocca. La notte non dormì. Non riusciva ad annegare quella figura dall’epidermide leggermente bruna e quella faccia che gli ricordava qualcuno. Ma chi?
Due giorni dopo era nel negozio di scarpe.
La signora lo riconobbe e lo accolse con uno di quei sorrisi smaglianti capaci di lasciare sbigottito anche un cavallo con la bocca piena d’avena.
«Le servono altre scarpe?»
Il giovane arrossì. L’altra si disse: “Da grigliare all’istante”.
«No, non proprio. Avrei… sa… insomma lei… sì… lei… conosce quella ragazza entrata nel negozio mentre io provavo i mocassini?»
La donna si fece seria:
«Conoscerla? Molto vagamente anche se è una cliente.»
«Ma un indizio, qualcosa. So soltanto che si chiama Debora ma vorrei saperne di più.»
“Allora si sono già incontrati, pazienza”, dedusse la signora.
«Beh sa già molto. Ma anche se la conoscessi, lei capisce… la discrezione. Una gran bella figliola!» e piegata con le braccia sul bancone mise in mostra i seni che danzavano nella generosa scollatura, poi fissandolo soffiò: «E Roma è piena di belle donne. Non trova?»
«Non lo metto in dubbio. Anzi,» fece sbirciando nella scollatura. «Ma sa com’è, è impossibile infilare tutte le belle rose nello stesso vaso.»
«E sì, a volte è troppo,» fece quasi sconsolata. «Lei chiedeva un indizio… mi sembra avere capito che abita non distante dai Parioli.»
«Speriamo non troppo in alto.»
«Questo le farebbe rinunciare all’impresa?» affaccendandosi a mettere da parte una scatola vuota.
«Forse, se si richiedono doti da scalatore,» parafrasando e facendo una smorfia.
«Ma che dice! Abito nel quartiere, conosco molte di quelle che vi pernottano e le assicuro che le scale non sono proprio stressanti. Servono solo due buoni polmoni.»
Lui fece finta di non capire. L’altra pensò: ”questo è già lesso ”.
Nella speranza d’incontrarla, il giovane appena libero tesseva strade e stradine dei Parioli e dintorni, osservava i passanti, frequentava ristoranti e bar sparsi nel quartiere senza risultato. Si era anche imbattuto nella signora del negozio che aveva invitato a bere un aperitivo sperando in qualche informazione, cosa che non fu, e che lui si guardò di chiedere, per non destare una certa impressione, anche se in realtà la destò lo stesso pienamente.
Entrato a fare spesa in un supermercato gli sembrò scorgere la ragazza oltre la cassa, mentre trasportava due borse piene di viveri. Che avesse famiglia? La chiamò ma nello stesso istante l’amplificatore sbraitando l’articolo promozionale, mascherò la sua voce. Quelli che erano vicini lo guardarono pensando che gli sfuggisse la cagnetta. Aveva anche lui da passare alla cassa e dovette accontentarsi di restare nella fila e chiedere scusa alla pasciuta massaia che aveva ricevuto sulle chiappe la pressione del suo carrello.
«Ehi, ma vuole spingere tutta la fila fuori?»
Si guardò bene dal rispondere che solo per lei sarebbe stata necessaria una ruspa.
Quella notte si rifecero vivi alcuni spezzoni dell’incubo vissuto qualche mese prima. Sognando le grida di orrore della vittima, si era svegliato in un bagno di sudore. Andò a sciacquarsi il viso e spense la sete con un bicchiere d’acqua fresca. Il sonno era svanito.
Sprofondato nella poltrona, i pensieri gli andarono al vecchio. Era lui quello che nell’incubo avuto sotto la tenda gli aveva armato la mano.
Si sentiva solo. Come sarebbe stato bello avere Debora accanto, sognare di lei e con lei e non del resto. Già al pensarci si sentiva meglio, più calmo e sicuro.
La intravvide giorni dopo che si tirava dietro una valigia e che, con un mucchio di carte impilate su un braccio, s’infilava nell’ascensore dell’atrio del palazzo che ospitava una banca. Quando si girò per premere un bottone le fece un cenno rimasto a mezz’aria. La porta dell’ascensore scivolata nell’incastro gliela aveva portato già via.
Più gli sfuggiva e più si sentiva attratto dal desiderio d’incontrarla quasi fosse stata un vecchio amore di adolescenza che però non sapeva dove situare con esattezza.
Negli ultimi tempi poi, quando si collegava alla rete del computer per telefonare, trovava inviti di donne che si proponevano per un dialogo, esaltando quello che avrebbero potuto offrire all’eventuale interessato. Una o due volte era stato tentato di rispondere, ma conscio che si trattava quasi sempre di bufale o di avventuriere di basso profilo, le bloccava.
L’estate si avviava alla fine. Il mattino era stato splendido fino alla svolta del mezzogiorno quando era venuta la pioggia. Aveva smesso al tramonto con il soffio del vento che aveva spazzato via le nuvole. Il pavimento stradale luccicava riflettendo la luce dei lampioni e dei fanali delle auto in transito. Bisognava evitare il bordo dei marciapiedi per non farsi fare una doccia dalla cintura in giù. Paride sprofondato in pensieri che eccezionalmente non turbinavano attorno alla figura di Debora, andava a capo chino verso un ottimo ristorantino del quartiere che ormai conosceva come le sue tasche. Girando l’angolo si scontrò quasi con qualcuno che procedeva nella direzione opposta rasentando le mura dei palazzi. Saltò di lato scusandosi e…:
«Debora?!»
«Scusi chi è lei?»
«Sono Paride. Quello del biglietto da visita. Ricorda?»
«Paride, Paride… ah sì, certo. Ora ricordo,» fece disinteressata. Poi, cambiando di botto tono e ritmo:
«Buona sera Paride. Con questo tempo non avrà certo infilato i mocassini.»
«E invece sì. Il sole splendeva quando sono venuto fuori. Senti, non siamo due nobili Matusalemme incartapecoriti del diciassettesimo secolo, e tutti intenti a prendersi per i fondelli con i loro salamelecchi. A che serve darci del lei?»
Debora rise.
«Non avevi notato le nuvole all’orizzonte? Beh tu sei più propenso a guardare in giù … e per poco non ci scontravamo. Come mai da queste parti?»
Paride non era certo di avere carpito il senso. Si limitò a pensare che Debora si riferisse proprio all’incontro improvviso o a quello del negozio.
«Assenza di calorie e mi stavo avviando verso un posto per rimediare.»
«Ah! Veramente?» “ma se abiti a chilometri”, pensò.
«Sì. Ti posso chiedere dove sei diretta?»
«Diciamo a casa.»
«E se io ti propongo di fare dietro front e proseguire nella mia stessa direzione? Quella volta, il biglietto da visita mi fu addirittura richiesto. Permettimi d’invitarti per dirti grazie.»
«Ma va!»
«Allora, accetti?»
«E sì, dai, ma faremo alla romana.»
«Si vedrà.»
La cena era stata deliziosa. Paride osservava Debora e rifletteva. Ma dove diamine l’aveva incontrata.
«Dal primo momento che sei apparsa, non mi sei stata estranea.»
«Lo fai per dire?»
«No. Troverei dell’altro. Perché mi hai detto che sono più propenso a guardare in giù?»
«Lo facevi quando provavi i mocassini.»
«Non sei convincente. Non mi hai mai visto per caso altrove?»
«Chi o cosa te lo fa dire?… Beh sei un archeologo.»
«Come fai a sapere che sono un archeologo? Sul biglietto da visita non ci stava scritto.»
«Sono curiosa e ficcanaso. E in quanto al visto, mi domando,… chissà,» si fece seria, « forse associazioni d’idee… ti ricordo qualcuno?»
«Non trovo una risposta, ma è come se ti conoscessi da secoli.»
«Ed è da tanto che ti aspetto,» disse Debora con uno sguardo intenso, coprendogli la mano.
Paride lesse in quegli occhi un messaggio non scritto, né parlato. Gli mancò la voce. Era confuso.
«Ce ne hai messo di tempo. Ma che fatica,» continuò Debora.
«Co…come sarebbe? No!… Non capisco. Come facevi ad aspettarmi senz’avermi conosciuto o incontrato?»
«Non ti dice nulla l’immagine di una ragazza trascinata per essere data in pasto a un mostro?»
L’archeologo sudò freddo, la vista gli si annebbiò, riuscì a mormorare “acqua per favore”. Portarono del ghiaccio e glielo passarono sulla fronte.
Poco dopo Paride usciva incredulo, felice e sorridente sottobraccio con Debora.
«Ah senti. Un avvertimento: in quel negozio di scarpe, da solo non ci entrerai più. Che quella è una concorrente abbastanza temibile.»
«E non è mostruosa!»
«Tutt’altro,» confermò Debora stringendosi a lui.

Corrado S. Magro


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2 commenti su “Un urlo onirico dalla galassia

  • Enzo Maria Lombardo

    Un bel racconto di fantasy molto articolato, tra incubi e realtà in cui l’annullamento del tempo fa rivivere, da un remoto passato, la parte migliore del sogno da vivere in un piacevole presente. Con l’aiuto di un biglietto da visita.
    Complimenti.

  • Corrado S. Magro

    Grazie Enzo. So che qualcuno avrebbe preferito un finale diverso, non troppo rosa, non stereotipico. Ne ho scelto uno alla luce dei parametri della quantistica che accetta il riflesso della realtà (soggettiva in ogni caso) così come noi ce la creiamo, permettendoci di agire su una base comune senza andare a indagare se la convenzione stabilita sia identica nella sostanza a tutti i soggetti. Mettendola in discussione, pur esistendone il fondamento, la vita resterebbe impossibile.