Prima visione: Ultimo tango a Parigi


Recensione film “Ultimo tango a Parigi” per la regia di Bernardo Bertolucci

Dallo scandalo all’utopia
Ultimop tango, il ritorno. Senza nomi, né passato, né futuro 50enne in cappotto esistenziale e 20enne fashion ’70 si consumano d’erotismo in appartamento caverna. Visto 40 anni fa: la visita obbligata a uno scandalo (quinta liceo, la battuta era: Passami il burro) e la scoperta di un saggio filmico misterico su sesso famiglia amore mone potere, un po’ difficile da capire a 18 anni, ma in emozionante, sensuale risonanza col disorientamento prima di entrare nel mondo delle regole già-fatte, nell’onda ribelle di un’età (Bertolucci aveva 31 anni). Dopo la condanna (1976) e la riabilitazione (1987): idem, ma col sospetto di aver intuito già la prima volta l’exploit di Brando e Schneider come idoli sconfitti tra libertà, ordine e disordine. In più, la maestria formale (luce, improvvisazioni, montaggio) e simbolica (per esempio l’inversione tra casa-matrimonio e hotel-adulterio). Visto oggi: un po’ come eravamo, con datata, prosaica utopia libertina, cinefila, dionisiaca; un po’ come siamo, convinti di riconoscere ogni volta nei decenni una prova di cinema abbagliante, senza rete.

Silvio Danese

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Titolo originale: Ultimo tango a Parigi
Nazione: Italia/Francia
Anno: 1972
Genere: Drammatico
Durata: 130′
Regia: Bernardo Bertolucci
Cast: Marlon Brando, Maria Schneider, Maria Michi, Giovanna Galletti, Gitt Magrini, Catherine Allégret, Luce Marquand

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