TRILUSSA BAZAR 2


A cura di Augusto Benemeglio

1. La tomba abbandonata

Uno s’immagina di trovare una tomba d’oro , con i palpiti dello spazio e dell’eternità , di riudire i passi del silenzio , l’Eco e l’estro delle sue stagioni liete sulle braci dell’anno che muore , perché va a trovare il sepolcro di un poeta simbolo della romanità della prima metà del ‘900. E invece no. Al Verano , il cimitero storico di Roma, c’è solo un labirinto di croci, una pianura di marmo annerito , una strada per ciechi e una desolazione totale: la tomba è semiabbandonata, sporca, senza una targa , un’indicazione, con due anfore incrinate , quattro vasi spogli e un par de crisantemi già seccati , due fazzoletti di carta, una busta di plastica e un sorriso seppellito. Questa la lapide di Carlo Alberto Salustri, in arte TRILUSSA, anagramma del suo cognome, – nato a Roma, neo-Capitale , nell’ora instabile del mattino del 26 ottobre 1871 e ivi morto , in solitudine, alla luce d’una lampada crepuscolare , il 1° dicembre 1951 , morto col sorriso amaro d’essere stato eletto senatore a vita ( lui dirà, senatore a…morte) , per soli venti giorni . Sembra quasi che alcuni suoi versi al vetriolo ,un po’ scettici , riecheggino nell’aria: -L’ omo è sceso de la Scimmia // -borbottava un Professore- // nun me pare che ‘ sta bestia // ciabbia fatto troppo onore // – È questione de modestia; // – je rispose un Ranguttano – // l’ importante è che la scimmia // nun sia scesa dar cristiano.
Ma sulla lapide di marmo, ci sono – scolpiti e incastonati in un libro aperto – altri versi , che sembrano riconfortare: C’è un’ape che se posa/ su un bottone de rosa:/lo succhia e se ne va…Tutto sommato, la felicità/ è una piccola cosa.

2. ERA UN CREPUSCOLARE

“Un’ape che però non mancava di pungere con una sua speciale grazia irriverente , né di ronzare nei posti più impensati, raccogliendo i segreti più intimi, sorridendone tra se prima ancora di far sorridere gli altri. Perché divertire il prossimo era quello che Trilussa sapeva far meglio, e la gente gli voleva bene per questo, non credi?”, mi dice Antonella Napoletano.
Sì, è così. Ma questi versi sentimentali mi fanno pensare a un crepuscolare come Gozzano, o addirittura – sotto certi aspetti – a quelli altrettanto famosi di Emily Dickinson: “ Per fare un prato occorrono un trifoglio ed un’ape/ Un trifoglio e un’ape / E il sogno/ Il sogno può bastare / Se le api sono poche. Ovviamente – soggiungo – nulla di più lontano dalla poetessa americana, di cui molto probabilmente Trilussa non aveva mai letto un verso, e forse non ne conosceva neppure l’esistenza , come la maggior parte degli scrittori e letterati italiani ( solo Cristina Campo si era avventurata, nel 1943, a tradurre i veri della Dickinson nel 1943, ma erano rarità ) , ma Gozzano ci sta, come dice Silvio D’amico: “ E’ nel sottofondo che si scopre la vera anima di questo poeta gigante , che aveva il cuore di un fanciullo , – che io conobbi personalmente quando ero ancora studente , nei primi anni del novecento. Aveva un grande studio da pittore (era anche un ottimo caricaturista) in Lungotevere Arnaldo da Brescia, una sorta di bazar , dove c’era un po’ di tutto : tappeti , divani , quadri , cianfrusaglie e animali imbalsamati, arredi ecclesiastici e lampade misteriose, statuette in bronzo , libri ben rilegati , strumenti musicali, liuti, fisarmoniche, violini, e soprattutto una grande sterminata quantità di fotografie e caricature delle sue poesie. Conoscendolo , posso dirvi che frequenti sono i momenti di crepuscolare malinconia , qua e là corretta dai guizzi dell’ironia. Trilussa è un sentimentale, ma siccome è romano, non vuol darlo a vedere, fa il viso dell’indifferente , dello scettico, ma spesso , mentre sorride (par che sogghigni) , ha dentro una malinconia autunnale e la lacrimetta tra le ciglia:
Indove ve n’annate / povere foje gialle/ come tante farfalle spensierate?/ Venite da lontano o da vicino?/ Da un bosco o da un giardino?/ E non sentite la malinconia/ der vento stesso che ve porta via?,
E la vita altro non è altro che una bolla di sapone:
La vita mia, che nasce per un gioco/ come la maggior parte de le cose,/ sta chiusa in una goccia… Tutto quanto/ finisce in una lagrima de pianto.

3. I GENITORI DI TRILUSSA

Trilussa è figlio di un cameriere di Albano Laziale, Vincenzo Salustri , e di una sartina bolognese, Carlotta Poldi, che si dice fosse molto avvenente, e di statura notevole per essere una donna , vive in un’ epoca di transizione. Roma, neo-capitale, cambia a vista d’ occhio, si trasforma , con la calata dei “buzzurri “ della burocrazia piemontese e il loro seguito: piccoli impiegati, segretari , portaborse, portinai, facchini, camerieri, e poi ancora funzionari e impiegati fiorentini . Cambia Roma e cambiano i romani. A soli tre anni , il piccolo Carlo Alberto Camillo Mariano, come era stato battezzato dai genitori , per non farsi mancare niente , Italia Unita e Clero ( la madre era molto religiosa) , perde il padre, appena trentacinquenne, per un cancro allo stomaco, e lui, con la madre, -che per poter sopravvivere fa la sarta,- vanno a vivere in un piccolissimo appartamento , uno sgabuzzino malsano, in via Ripetta , ma dopo undici mesi terribili , vengono ospitati al quinto piano del Palazzo di Piazza di Pietra del marchese Ermenigildo Del Cinque , presso cui il padre aveva lavorato come cameriere ; è vero che il marchese aveva fatto da padrino al neonato, ma questa straordinaria generosità del nobile romano destò più di un sospetto da parte della gente, data l’avvenenza della giovane vedova, e quindi di chiacchiere se ne fecero a josa, anche il poeta romanesco Filippo Chiappini, professore di italiano nei licei di Roma, e amico del’aristocratico , scrisse un sonetto dedicato” ar marchese Riminigirdo Der Cinque” , che allude ad una particolare intimità: “ s’aricordi de me: nun facci sciupo/de la salute sua, ch’adesso è bbona/ un zaluto a Ccarlotta e ar pupo” Ma sono solo illazioni. Non esiste nessuna prova concreta che i due fossero amanti o, come sostiene qualche gossiparo dei tempi nostri , che Trilussa fosse il figlio naturale del Marchese. Fattostà che madre e figlio vissero nel Palazzo nobiliare per diversi anni, e il piccolo Carlo Alberto guardava dalla finestra del quinto piano, sospeso tra il sogno e l’ombra , il brulicare di signore e gagà. Ascoltava la remota vibrazione dei timbri delle voci delle signore della buona borghesia che frequentavano la sartoria materna e si facevano le confidenze fra di loro. Alzava gli occhi in cerca del cielo e del sole e vedeva l’arpa e le corde della biancheria stesa ad asciugare ,e, più in là , i tetti e le mansarde fiorite, le gradazioni del cielo, con i suoi “fonetici” colori”.” Li panni stesi giocheno cor vento/ Tutti felici d’asciugasse al sole
Zinali, sottoveste, bavarole,/ fasce, tovaje, che sbandieramento!

4. La vocazione

Frequenta, ormai già grande , in due Collegi Religiosi romani , le prime classi di scuola , senza grandi risultati , anzi : ripete la seconda e la terza elementare e si ferma definitivamente alla quarta . Il prof. Chiappini, mentore di Trilussa , dice alla madre Carlotta che Carlo deve continuare gli studi: «Mandatelo a prendere quest’esame a Rieti, a Terni o in qualche altro paese dove non abbia a soffrire un’umiliazione che gli sarebbe penosa, e tornato qui con la sua licenza fatelo iscrivere all’Istituto e fategli studiare Ragioneria. Con tre anni d’Istituto egli può prendere la licenza tecnica e può ottenere un impiego governativo […] Non mi dite che è tardi, perché non è vero.»[ . Ma lui preferisce fare escursioni a Piazza di Spagna, corriere dietro le gonnelle e leggere i sonetti del Belli , che il marchese Del Cinque ha appena acquistato a peso d’oro ; insomma vuole studiare per proprio conto , e quasi subito comincia a pubblicare sonetti in dialetto romanesco , sui giornali locali . Nel 1887, all’età di sedici anni, presenta a Giggi Zanazzo, poeta dialettale e direttore del Rugantino, un suo componimento chiedendone la pubblicazione. Il sonetto , di ispirazione belliana, intitolato L’invenzione della stampa, gli viene pubblicato. Ha scoperto la sua vocazione, da questo momento non finirà mai di scrivere, e con risultati davvero apprezzabili. Le sue poesie, pubblicate sui giornali e riviste locali, ( Il Capitan Fracassa, Il Messaggero, il Travaso delle idee, Il Don Chisciotte) , trovano subito estimatori entusiasti , soprattutto fra la gente del popolo, e lui diviene ,in capo a qualche anno molto noto , lavorando nelle redazioni dei giornali, in particolare del Don Chisciotte. Le sue poesie vengono raccolte in volume dal titolo ” Stelle di Roma” e pubblicate da Cerroni & Solaro, nel 1889, libro che poi ripudierà, ma per motivi stilistici più che linguistici. Nel 1895 con “Quaranta sonetti” , presso l’editore Voghera, e nel 1896 “Altri sonetti”, presso Folchetto, la sua fama , nella cerchia romana, si consolida ed egli può vivere di soli versi, cosa davvero rarissima per non dire unica , per un poeta . Neppure il vecchio e cieco Omero ci riuscì, visse da mendico; se ne andava in primavera , con la lira e un codazzo di bambini , – che avevano in mano ramoscelli di ulivo da cui pendevano le bende di lana candide e le primizie di stagione, – presso le ville e le case dei ricchi , a cantare le sue storie; e tornava ad ogni fine maggio, come le rondini: l’aedo cantava , il ricco si affacciava e dava un’ offerta , oppure nulla, l’importante era il canto che poi avrebbero cantato i bambini, di generazione in generazione, fino ai tempi nostri. Ma l’ anima della Roma trilussiana non è affatto epica , anzi è piuttosto scettica, un po’ crepuscolare , con un sostanziale cinismo di base che prepara e poi asseconda la dittatura mussoliniana; è la Roma di Attila, er fraggello d’Iddio: Attila, er Re più barbero e feroce,/strillava sempre: – Dove passo io/ nun nasce più nemmeno un filo d’erba:/ so’ er Fraggello d’Iddio! -/ Ma, a l’amichi, diceva: – Devo insiste/su l’affare dell’erba perchè spesso/ me so’ venuti, doppo le conquiste,/ troppi somari appresso.

5. POETA DA PORTINERIA?

“Trilussa , invece, tutto il contrario – dice la Napoletano – , pubblicò in rapida successione “Favole romanesche”(1901), “Caffè cocnerto” (1903) e “Serrajo, nello stesso anno. Gli editori lo cercavano, se lo contendevano, e lo pagavano bene. La sua poesia ormai andava oltre i confini della città; fece delle vere e proprie tourneè in tutta Italia ( Milano, Padova, Brescia, Ferrara ) in tornei di poesia dialettale , riscuotendo ovunque successo. E c’era gente come Salvatore di Giacomo , Testoni, Crespi, ect). Era il poeta della gente, che mandava a memoria le sue poesie , le recitava per la strada, gli offriva un bicchiere di Frascati , lo additava come oggi si fa con un cantante o un calciatore…scriveva di tutto, per il varietà, il teatro, aforismi per i giornali, ma soprattutto poesie, satiriche, umoristiche, di tutti i generi, dei fatti di cronaca, avvenimenti sociali e politici…
Sì, ma se ci fai caso, in tutte le poesie sociali e politiche , lui denuncia, sottintende , allude , ma non emette condanne. Secondo alcuni critici – che non gli hanno mai perdonato tanto spudorato successo , sia editoriale che di pubblico , – la sua non è una poesia di contenuti, ma d’ uso e getta , di consumo immediato, poeta da portineria, o poeta da Bazar, parola magica, che sa un po’ d’arabo , di casino , di kitsch ! E non a caso il suo studio veniva chiamato proprio così, il TRILUSSA BAZAR . Ma , ripeto, è un poeta con la sindrome della portinaia , che ha la propensione di mettere il naso nei fatti degli altri, e tanto meglio se si tratta di qualcuno altolocato. Del resto ciò ha avuto sempre una parte importante nell’arte di raccontare ,sia in versi che in prosa, e c’è anche una Musa ad hoc, la garrula “Concierge”.

6. NON LO PARAGONATE AL BELLI

Trilussa non ha mai avuto pretesa di essere un moralista , ha scritto di sé: «Io mi consumo per cercare il vero // ma più che agli occhi credo al mio pensiero». E’ un uomo libero , indipendente da ogni moda e condizionamento, non si atteggia a intellettuale , è un poeta del popolo , l’abbiamo detto , che sta dalla parte del chiaro e semplice, immediato . E scrive senza sofisticherie o arzigogoli. Non lo si può paragonare al Belli , che gli ha fatto dono della nobile criniera del Leone di Roma , ma i muscoli, i denti non sono e non possono essere quelli, anche perché Roma è diversa. E anche la mentalità, il clima , la morale sono profondamente mutati. Ferire, sbranare , non è più lecito. Sono i tempi del mascheramento dei sentimenti personali , i tempi della sorridente ironica amarezza, delle invenzioni d’ un talento laico e potenzialmente ribelle. Dirà lui stesso: «In certe circostanze è molto triste // cercare una morale che non esiste».
Ma è proprio questo suo essere piccolo borghese fino all’osso quel che gli rimproverano in molti, – da Borgese a Pasolini e Sciascia, e altri ancora . I personaggi di Trilussa – dicono – non escono dal mantello di Gogol , e potevano anche uscirne, ne avevano in senso sociale e metafisico tutte le possibilità . Ad impedirlo è la mancanza di un vero e grande sdegno contro i vizi umani, che lui sente il bisogno sì, di catalogare, ma senza andare oltre, senza scavare nella verità : “Le verità so’ belle, se capisce/ ma pure in quelle ciabbisogna un freno”
Ma i versi di Trilussa sono naturali, autentici, frutto dei tempi mutati , e con essi il poeta certifica la propria modernità. La sua non è più la Roma papalina e stracciona del Belli , che scriveva versi che eruttavano il fuoco del vulcano sotterraneo che è l’anima del popolo oppresso; i versi di Trilussa magari sono permeati di luoghi comuni , dello scetticismo e della protesta del piccolo borghese, ma sono leggeri , ironici, sembrano scritti con la matita d’ un vignettista, mettono allo scoperto la pochezza umana d’ un piccolo mondo di filosofi senza filosofia, di sopraffattori, di furbastri e anche di babbei. E si fermano lì. Il Belli diceva dei romani, senza mezzi termini: “Semo grevi, sboccati, indiferenti, / senza ideali, senza sentimenti…”Trilussa dice esattamente le stesse cose, ma con uno stile diverso ,un vernacolo più attuale, più alla portata di tutti, anche dei non romani, e chissà perché passa per un qualunquista.
Belli era serio anche quando recitava i suoi sonetti, mentre lui era il primo che non si prendeva sul serio .…quanno me so’ visto così serio / m’è venuto da ride…” Trilussa possiede l’autoironia , e la tenerezza di un Debussy , la velata malinconia di uno Chopin , e un animo fanciullesco, giocoso, mentre Gioachino Belli ha la possanza di un Beethoven , o di un Michelangelo , leoni che ruggono dentro di lui , ma esteriormente , come cittadino, si comporta da codino rifatto, da reazionario. Sono troppo diversi l’uno dall’altro, come l’acqua dal vino. “Se certe sere bevo troppo e er vino/ me ne fa quarchiduna de le sue, /benché sto solo me ritrovo in due/ Con un me stesso che me viè vicino/ e muro-muro m’accompagna a casa/ pe’ sfuggì da la gente ficcanasa./ Io, se capisce, rido e me la canto,/ ma lui ce sforma e pe’ de più me scoccia:/- Nun senti che te gira la capoccia?/ Quanno la finirai de beve tanto?-/ E’ vero – dico – ma pe’ me è una cura – / Contro la noja e contro la paura. Trilussa è una vetrina sempre aperta, un bazar, dove ci trovi un po’ di tutto, miracolo, sentimento, e l’incontentabilità dell’Uomo. Dio prese il fango dal pantano
modellò un pupazzo e gli soffiò sul viso./ Il pupazzo si mosse all’improvviso
e venne fuori subito l’uomo/ che aprì gli occhi e si trovò nel mondo
come uno che si svegli da un gran sonno./ – Quello che vedi è tuo — gli disse Dio –
e lo potrai sfruttare come ti pare:/ ti dò tutta la Terra e tutto il Mare,/ meno che il Cielo, perché quello è mio…/ – Peccato! — disse Adamo — È tanto bello…
Perché non mi regali anche quello?

7. UN FORATTINI IN VERSI

Io credo che la sua caratteristica sia quella di fare il poeta croniquer, il Forattini in versi, un prodigioso cartoonist della società del suo tempo , che sapeva divertire il popolo di Roma prima di ogni altro. Si faceva portavoce di uno stato d’animo inespresso ed eloquente, che è proprio della scontentezza , della esclusione da ogni speranza , di rassegnazione totale da parte del popolo. Stiamo parlando dell’ eta’ giolittiana , della Roma umbertina, della Roma piccolo borghese degli impiegati , delle portinerie, dei cabaret; e Trilussa è un poeta che fotografa le situazioni , e riesce a distillare le vicende del suo tempo nell’emblema caratteristico della strip , una striscia che ha una formidabile rapidità di sintesi a tratti vagamente surreale . Con lui la cronaca assurge a metastoria , la vita degli uomini , l’immutabilità delle leggi che regolano le umane vicende :la violenza, l’astuzia, il calcolo, l’egoismo, la panza che si fa beffa dell’idea , ecc. Tutto ciò condusse Trilussa sugli antichi sentieri della favola, la parabola degli animali parlanti. E’-so-po, Orazio, La Fontaine e qualcosa di La Bruyère, ma c’è soprattutto lui, che leggeva poco e malvolentieri i libri , ma era sempre aggiornatissimo sulle ultime notizie dei giornali. E registrava tutto, come un computer, mentre ascoltava i discorsi, i dialoghi della gente nei caffè, nei cabaret, nelle portinerie, nei piccoli appartamenti o negli uffici dei travet che parlavano magari di politica spicciola, quella un po’ qualunquista, opportunistica ,che ritroviamo nelle sue poesie : Un Gatto, che faceva er socialista/ solo a lo scopo d’arivà in un posto,/ se stava lavoranno1 un pollo arosto/ ne la cucina d’un capitalista./ Quanno da un finestrino su per aria/s’affacciò un antro Gatto: – Amico mio,/ pensa – je disse – che ce so’ pur’io/ ch’appartengo a la classe proletaria!/ Io che conosco bene l’idee tue/ so’ certo che quer pollo che te magni,/ se vengo giù, sarà diviso in due:/ mezzo a te, mezzo a me… Semo compagni!/ – No, no: – rispose er Gatto senza core / io nun divido gnente co’ nessuno:/ fo er socialista quanno sto a diggiuno,/ ma quanno magno so’ conservatore!

8. L’ERMETISMO

L’ aria che circola nei versi di Trilussa è quella carica d’ umori dei vicoli, delle strade in ombra e delle piazzette all’ interno delle mura aureliane. Proprio quei bastioni, le loro pietre proteggono il poeta dall’ incalzare dei nuovi linguaggi dell’ arte novecentesca, garantendogli una sua attualità fuori dal tempo. E si diverte a satireggiare contro la poesia in voga dopo la grande guerra, il simbolismo, il futurismo, l’ ermetismo: Un Pappagallo recitava Dante:”Papé Satan, papé Satan aleppe…”./Ammalappena1 un critico lo seppe/ corse a sentillo e disse: – È impressionante!/ Oggiggiorno, chi esprime er su’ pensiero/ senza spiegasse bene, è un genio vero:/ un genio ch’è rimasto per modestia/ nascosto ner cervello d’una bestia./ Se vôi l’ammirazzione de l’amichi/ nun faje capì mai quelo che dichi.
Annota criticamene Paolo Mauri in occasione del secondo monumento fatto a Trilussa, ovvero la pubblicazione di tutte le sue opere ne “I meridiani Mondadori” , oltre duemila pagine, che lo consegnano definitivamente alla storia:”Il suo è il punto di vista popolare, tipico dell’ ignorante che non ammette di esserlo , e dunque si chiude ad ogni nuova esperienza”. Ma Trilussa è un cantastorie , e i cantastorie sono eterni. E , negli esiti più felici , come nella satira sulla razza, sull’autarchia e sulla libertà di pensiero del periodo fascista, dimostra anche di avere quel coraggio di cui molti gli rimproverano di non avere: Mentre me leggo er solito giornale/ spaparacchiato all’ombra d’un pajaro/ vedo un porco e je dico: – Addio, majale! -/ vedo un ciuccio e je dico: – Addio, somaro! -/ Forse ‘ste bestie nun me capiranno,/ ma provo armeno la soddisfazzione/ de potè di’ le cose come stanno/ senza paura de finì in priggione

9. IL MONUMENTO A TRASTEVERE

Quest’ultima poesia la trovate trascritta in una lapide di pietra presso il suo monumento a Trastevere, nella piazza a lui dedicata , che si trova tra lungotevere Raffaello Sanzio e via Ponte Sisto, proprio davanti all’omonimo ponte romano chiamato in passato “ponte de fero” , poiché per lungo tempo era stato tenuto in sicurezza con delle impalcature che lo circondavano totalmente facendolo apparire diverso dagli altri ponti storici di Roma. Il monumento fu eretto nel 1954 e non senza polemiche , sia per la strana posizione asimmetrica che per le sembianze, in cui tanti amici , poeti ed estimatori non lo riconoscevano, come l’amico Gugliemo Guasta. “Pover’amico mio, chi t’ha stroppiato? / Tu che vivo parevi un monumento, / ner monumento pari un disgrazziato; / tu ch’eri tanto bello, fai spavento. / Io me ce sento rabbia, me ce sento, / de nun poté conosce st’ammazzato / che prima t’ha scorpito a tradimento, / poi mette in mostra er còrpo der reato. / Tutto pe sbieco, mezz’a pecorone / lui pò ringrazzià Dio che nun te vedi / arinnicchiato accanto ar fontanone. / Se te vedessi, Tri nun ciabbozzavi / e benché t’abbia fatto senza piedi, / ma sai li carci in culo che je davi!”

10. ROSA TOMEI.

Gran frequentatore e animatore di salotti e teatri, ma anche di osterie, caffè e varietà, corteggiatore di belle signore con le quali amava andare per le passeggiate di Roma, Trilussa fu ritenuto un tombeur de femmes, ma anche un ex mammone, un narciso cinico e disincantato che visse da scapolo fino alla morte. Si dice che ogni sera si portava nella casa-studio di via Maria Adelaide , una donna diversa , più di mille? Altrochè! . Qualcuno ha scritto che furono diecimila le donne che ebbe nel corso della sua vita . E c’era sempre, invariabilmente – come nella fiction televisiva – Rosa Tomei , la povera vecchia serva ciociara brutta e analfabeta, che doveva rimettere tutto in ordine dopo le notti brave del sor padrone, senza essere mai pagata, e neanche ringraziata . Rosa fu l’unica che le fu sempre fedele e l’assistè fino alla morte. Ma , alla luce del libro recentemente pubblicato da Secondina Marafini, le cose stanno veramente così? Era solo una serva? Chi fu veramente Rosaria, detta Rosa, e che cosa rappresentò per Trilussa? …Intanto c’è da dire che , ammesso e non concesso che abbia avuto tante donne, Trilussa ebbe un solo grande amore, Giselda Lombardi, che introdusse nel mondo dello spettacolo e fece diventare attrice col nome d’arte Leda Gys , anagramma del suo nome. Era una di quelle romanine de trastevere che fanno girar la testa, vent’anni, bella , ambiziosa , effervescente, capricciosa, labbra rosse e svelta favella, vissero insieme per tre quattro anni, poi tutto finì. Siamo nel 1915 e Leda conosce il produttore napoletano Gustavo Lombardo , con cui avrà una lunga relazione sentimentale che sfocerà nel matrimonio dopo la nascita del loro figlio Goffredo, il futuro padre della Titanus .In realtà a quel tempo la “vecchia” Rosa Tomei di Cori , provincia di Latina , doveva ancora nascere. Nacque infatti l’anno dopo, nel 1916, e venne a servizio dal poeta nel 1929 , a soli tredici anni, e probabilmente non vide tutto quel traffico di donne e sesso perché Trilussa – er sor padrone – era già un anziano signore pieno di acciacchi, di noia lombalgia e malinconia. E quando il padre di Rosa, un paio d’anni dopo, tentò di farglielo lasciare per mandarla a servizio di Petrolini, più giovane e gagliardo, allora già famoso, la ragazza rifiutò: er mi padrone nun lo lasso. E’ vero che numerose ammiratrici vennero sempre a far visita al poeta , anche in tarda età, ma non necessariamente entravano nel suo letto. Da quel che scrive la Marafini, Rosa, fu un po’ tutto per Trilussa: Governante, segretaria, perpetua, fantesca, cuoca, infermiera, complice, alter ego, allieva: ma, si presume, nulla di più, condannata all’ «amore puro». La sua devozione per il pigmalione non fu mai ricambiata, tanto meno sul profilo economico: non le pagò mai un salario né le lasciò nulla.« Nun t’ ho manco sistemata…» si scusò il poeta romanesco sul letto di morte. E cinque anni più tardi Rosa fu sfrattata dalla casa di via Maria Adelaide. Era venuta rozza e analfabbeta, ma era arguta e intelligente , imparò presto tutto e bene , compose perfino poesie, di cui ben trentatré si trovano nel libro della Marafina . Rosa rimase sola, senza una dimora. Girovagò con i suoi ricordi recitando led sue poesie al ritrovo dei romanisti, ma presto s’ammalò, ebbe due infarti e un ictus , e morì a 50 anni completamente ignorata. Questa , potremmo dire , è un’altra delle tante storie di una dedizione e di un amore totale , a senso unico , quasi del tutto ignorato e non ricambiato. Del resto , Trilussa , all’amore non ci aveva mai creduto : Anche l’Amore è un ‘arca/ che salva dal silenzio della vita./ Ma, a tempesta finita,/ non si sa mai la roba che si sbarca.

11. LA RELIGIOSITA’

Sulla religiosità del poeta ( era ateo?, era massone? ) qualcuno ha espresso riserve conoscendo la vita mondana da lui condotta in gioventù e negli anni della maturità e anche qualche poesia anticlericale Ma osservando però con attenzione le sue opere2, ci si accorge di una vena spirituale che affiora in alcune poesie dense di significato. E se ne accorse papa Giovanni Paolo I, – papa Luciani ,- che recitò una sua poesia in un dei pochi mercoledì delle sue udienze (tre in tutto, poi morì) e lo fece con il suo immancabile dolce accento veneto: LA FEDE Quella vecchietta cieca, che incontrai/ La notte che me spersi in mezzo al bosco,/ me disse: – Se la strada nun la sai,/ te ce accompagno io, che la conosco./ Se c’hai la forza de venimme appresso,/ de tanto in tanto te darò ‘na voce,/ fino là in fonno, dove c’è un cipresso,fino / là in cima, dove c’è la Croce… -/ Io risposi: – Sarà… ma trovo strano/ che me possa guidà chi nun ce vede… / -La cieca allora me pijo la mano/ E sospirò: – Cammina! – Era la Fede.

Se non sei felice, comportati come se lo fossi, disse Giggi Zanazzo, poeta romaesco ebreo, e maestro di Trilussa. La felicità verrà in seguito…Se sei in preda alla disperazione, comportati come se credessi. In queste parole che ne riecheggiano altre più celebri , c’è un mistico scettico che cammina sui propri misteri , oppure un uomo che spera? Quanno me godo da la loggia mia/ Quele sere d’agosto tanto belle/ Ch’er celo troppo carico de stelle/ Se pija er lusso de buttalle via,/ a ognuna che ne casca penso spesso/ a le speranze che se porta appresso. […]
Nonostante il costante successo che non l’abbandonò mai , le 26 ristampe delle sue poesie , i più che discreti introiti sui diritti d’autore ,Trilussa non riuscì mai a saldare i debiti. Fece vita dissipata e morì senza possedere nulla di suo. Morì povero.

12.LA GUERRA

Gli è stato rimproverato di non aver scritto nulla o quasi durante i conflitti bellici, ma non è vero. Ci sono alcune poesia tuttora attuali per gli eroi per la condanna di tutte le guerre, tipo la ninna nanna de la guerra, che è stata poi musicata da Claudio Baglioni.: Ninna nanna pija sonno,/ che se dormi nun vedrai/ tante infamie e tanti guai/ che sucedeno ner monno./ Fra le spade e li fucili/ de li popoli civili./ Ninna nanna, tu non senti/ li sospiri e li lamenti/ de la gente che se scanna/ per un matto che comanna,/ che comanna e che s’ammazza/ a vantaggio de la razza./ O a vantaggio de una fede,/ per un Dio che nun se vede,/ ma che serve da riparo/ ar sovrano macellaro;/ che quer covo d’asassini/ che c’insanguina la tera/ sa benone che la guera/ è un gran giro de quatrini/ che prepara le risorse / per li ladri de le borse./ Fa la ninna, cocco bello,/ finché dura sto macello,/ fa la ninna che domani/ rivedremo li sovrani/ che se scambieno la stima,/ boni amici come prima;/ sò cuggini e fra parenti/ nun se fanno complimenti!/ Torneranno più cordiali/ li rapporti personali/ e, riuniti infra de loro,/senza l’ombra de un rimorso,/ ce farano un ber discorso/ su la pace e sur lavoro/ pè quer popolo cojone/ risparmiato dal cannone.
Poesie come queste ed altre sulla guerra fanno ripensare , oggi , all’atteggiamento apparentemente distaccato , da scettico piccolo borghese di cui è stato accusano Trilussa . Di fronte allo strazio dei bombardamenti e dei massacri, che si perpetuano all’infinito , il poeta è intervenuto, ha denunciato . E non solo alla guerra tra gli uomini, ma anche a quell’infinito massacro sugli animali da macello, il poeta interviene con quella sua amara ironica grazia , che è solo sua: /Una matina un povero Somaro,/ ner vede un Porco amico annà ar macello,/ sbottò in un pianto e disse. Addio, frate:/ nun ce vedremo più, nun c’è riparo!/ Bisogna esse filosofo, bisogna./ Je disse er Porco via, nun fà lo scemo/ ché forse un giorno se ritroveremo/ in quarche mortadella de Bologna

13. L’ULTIMO TRILUSSA.

C’era in lui – al di là delle apparenze – dirà un suo allievo e amico poeta come Giorgio Roberti – una disperazione più larga e una compassione eterna per il piccolo meschino essere che è l’uomo ,e ciò nasceva da una malinconia sempre più radicata e un’infinita tristezza per la giustizia e la verità che non ci sono e non ci saranno finché l’uomo non ritrovi le ragioni ultime di quei valori che consentono una vita umana e umanisticamente motivata, che tenga conto non solo delle cose visibili, ma anche e soprattutto di quelle invisibili … Dobbiamo costruire insieme una nuova civiltà che sappia finalmente ritrovare lo spirito di solidarietà umana e cristiana. Da questi sentimenti forse un po’ confusi nasceva l’ultimo Trilussa che andava in profondità, che cercava il senso della vita , quello che confessava quasi sottovoce di conservare gelosamente sul comodino i canti di Leopardi : Perché ciavemo tutti in fonno ar corela cantilena d’un ricordo antico lasciato da ‘na gioia o da un dolore . Siamo all’ultimo Trilussa, che soffre d’asma ed sempre più ripiegato in se stesso, estraneo a quanto accade fuori, nella vita sociale e letteraria . Vive in solitudine , pronto a fare i conti con la propria anima . Forse ricorda le passeggiate a Villa Borghese a braccetto con Lina Cavalieri, lui da una parte e D’Annunzio dall’altra, – la trasteverina che era diventata la donna più bella del mondo, – anche Lina era morta nel tardo inverno del 1944 , a seguito di una bomba d’aereo della Raf che l’aveva seppellita sotto le macerie della sua villa di Fiesole ; le sfide a suon di versi con Salvatore Di Giacomo, a Milano, e poi a Padova, Brescia Ferrara, la tourneè all’estero, in Brasile e in Argentina , dove era stato insieme a Fregoli , e le sue poesie venivano acclamate come fossero brani di opera lirica ; era l’uomo senza maschera , che cercava il senso della vita ; da questi pensieri nascevano quegli scorci gentili e fili esili, versi sospesi insieme alla biancheria splendente al sole , o arrossati di tramonto , quelle rapide aperture a un sé sempre nascosto, occultato, mascherato , a quei momenti in cui provava il piacere… de sentì dolore nella favola che tutti conosciamo/ Pe’ conto mio la favola più corta/ è quella che se chiama gioventù/ perché c’era una vorta/ e adesso non c’è più/ E la più lunga? È quella della vita/ la sento raccontà da che sto ar monno,/ e un giorno, forse, cascherò dar sonno/ prima che sia finita.
Nessuno scienziato, nessun scrittore, nessun filosofo, nessun santo, nessun poeta è mai riuscito a spiegarci fino in fondo cosa sia la vita: sin dai prima attimi è destinata a rimanere un mistero. Ma anche se si è scettici o pessimisti, non si abbandona mai la traccia di una speranza, perché l’uomo porta con se la speranza fino nella tomba. Anche quando l’uomo è già morto e lo stanno seppellendo , un granello di speranza gli sopravvive. E poi non si può decidere di non sperare : non è un problema di volontà personale, di libera scelta. Se speri, qualcosa spera in te, spera nella tua piccola luce: La Luna piena minchionò la Lucciola:/- Sarà l’effetto de l’economia,/ ma quel lume che porti è debboluccio…- Sì, – disse quella – ma la luce è mia!
E si spensea anche la sua luce . Trilussa mori’ , circondato da un consenso durato oltre mezzo secolo, il 21 dicembre – lo stesso giorno in cui era morto Gioachino Belli – del 1950, a settantanove anni. Tre settimane prima era stato nominato senatore a vita da Einaudi, e aveva detto a Rosa, l’ultima donna che gli era rimasta: A Ro’ , semo ricchi…: Ma poi aveva soggiunto,- consapevole delle sue disperate condizioni idi salute: A dittela tutta, Rosa mia, me sa che m’hanno fatto Senatore a…morte!
AUTORE : E infatti venti giorni dopo morì; e sulla lapide , che sta in Via Maria Adelaide, dov’era il suo BAZAR , la casa-studio di Trilussa , ora fabbricato pubblico recentemente restaurato, spunta , tra infissi d’alluminio e vetri blindati , una lapide di marmo su cui vi sono incisi alcuni suoi versi , con un finale stranamente pirandelliano ( lui che non volle mai incontrarlo in vita, nonostante abitassero entrambi a Roma) , che riassume forse il senso vero della sua esistenza:
La strada è lunga ma er de più l’ho fatto, / so dov’arivo e nun me pijo pena.
Ciò er core in pace e l’anima serena / der savio che s’ammaschera da matto.
FINE

AUGUSTO BENEMEGLIO

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2 commenti su “TRILUSSA BAZAR

  • augusto 43

    Grazie a te, Enzo.
    Se orbiti nella zona di Roma
    lo facciamo in recital a teatro, il prossimo
    22 febbraio ( Teatro d. Mario Torregrossa,
    via Macchia Saponara, 106 – Acilia Roma)
    anche con qualche canzone romanesca.