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	<title>Commenti a: Tiziano Scarpa &#8211; Stabat mater</title>
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		<title>Di: gino spadon</title>
		<link>http://www.liberolibro.it/tiziano-scarpa-stabat-mater/comment-page-1/#comment-1213</link>
		<dc:creator>gino spadon</dc:creator>
		<pubDate>Wed, 12 Aug 2009 06:07:59 +0000</pubDate>
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		<description>Come nell’ascolto della musica sono generalmente le prime note ad attirare la mia attenzione così avviene nella lettura di un romanzo. Sono le prime pagine, (parlo generalizzando, s’intende) che mi attraggono o mi deludono. Quelle del romanzo Stabat Mater di Tiziano Scarpa, recente vincitore del premio “Strega”, non sono certo fatte per entusiasmarmi. Mi ha infastidito la frase “Io sono la mia malattia e la mia cura” che richiama tanto il celebre aforisma di Karl Kraus secondo il quale “la psicoanalisi è quella malattia di cui ritiene di essere la cura”. Consonanza veniale, certo, ma che disturba come disturbano in prosa certe rime o assonanze. Anche lo stile con quelle frasi brevi, tutte singulti, invece di suonarmi come novità mi richiama alla mente certi procedimenti di autori di feuilletons che, essendo pagati a riga, andavano a capo il più spesso possibile, Del contenuto lo specimine di un paio di pagine è troppo breve per dare un giudizio compiuto (lo darò a lettura terminata) ma già basta per un paio di osservazioni  Piuttosto discutibile mi sembra tutta la storia dei pesci che agonizzano. Prima l’autore generalizza e dice che “i pesci salgono in superficie, con le bocche spalancate”, poi, immediatamente dopo, individualizza affermando “eccone un altro, viene boccheggiando, muore”. E’ come se io dicessi “Gli uomini soffrono, ma eccone un altro che soffre di più”. Alquanto barocco mi appare il processo delle identificazioni. Tutti i pesci sono “moribondi”  ma eccone uno che “boccheggia e muore” ed è l’alter ego dell’io narrante, ed eccone “un altro agonizzante” (???) che incarna “il pensiero del fallimento” vissuto dallo stesso io narrante. Il processo identificativo non è finito perché  sulla “riva di un’isola minuscola” c’è una ragazza che altri non è se non la protagonista che assiste senza poter far nulla alla propria morte. Strana, infine, la causa di questa moria di pesci. Il pesce “Cecilia” (la protagonista del romanzo) è immerso “in un liquido nero, velenoso” ed eccolo salire in superficie… “per morire”.  Si direbbe che questo pesce non voleva morire di morte naturale nel mare avvelenato, ma ci teneva a suicidarsi suicidarsi.

IL TESTO

“Signora Madre, è notte fonda, mi sono alzata e sono venuta qui a scrivervi. Tanto per cambiare, anche questa notte l&#039;angoscia mi ha presa d&#039;assalto. Ormai è una bestia che conosco bene, so come devo fare per non soccombere. Sono diventata un&#039;esperta della mia disperazione.

Io sono la mia malattia e la mia cura.

   Una marea di pensieri amari sale e mi prende alla gola. L&#039;importante è riconoscerla subito e reagire, senza lasciarle il tempo di impadronirsi di tutta la mia mente. L&#039;onda cresce rapida e ricopre tutto quanto. E un liquido nero, velenoso. I pesci moribondi salgono in superficie, con le bocche spalancate, annaspano. Eccone un altro, viene su boccheggiando, muore. Quel pesce sono io.

   Mi vedo morire, mi guardo dalla riva, ho i piedi già bagnati di quel liquido nero e velenoso.

   Arriva in superficie un altro pesce agonizzante, è il pensiero del mio fallimento, sono ancora io quella, sto morendo un&#039;altra volta.

Perché venire a galla? Meglio morire sott&#039;acqua. Vengo tirata giù. Mi sento sprofondare. È tutto buio.

   Poi sono di nuovo sulla riva, in piedi, ancora io, ancora viva, guardo il mare velenoso, nero fino all&#039;orizzonte, i pesci morti pullulano, con le bocche spalancate. Sono io, siamo io, mille volte, mille pesci in agonia, mille pensieri di distruzione, sono morta mille volte, continuo a morire senza smettere di agonizzare. Il mare si gonfia, sale, è velenoso, nero.

   Sono il pesce con gli occhi velati, salito in superficie per morire. Guardo in alto, sopra la mia testa. C&#039;è un orizzonte livido, le nuvole sono scure, come un mare capovolto, il ciclo nuvoloso è fatto di onde immobili, sfuocate.

   Vedo la riva di un&#039;isola minuscola, là in fondo c&#039;è una ragazza che si guarda intorno. Mi guarda mentre muoio, non può fare niente per me, quella ragazza sono io.

   Fai qualcosa per me, ragazza sulla riva, fai qualcosa per te stessa. Non lasciarti amareggiare da ciò che senti dentro di te. Dovunque ti volti vedi la tua disfatta. La marea nera sale, è piena di pesci morti. Reagisci, non soccombere”.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Come nell’ascolto della musica sono generalmente le prime note ad attirare la mia attenzione così avviene nella lettura di un romanzo. Sono le prime pagine, (parlo generalizzando, s’intende) che mi attraggono o mi deludono. Quelle del romanzo Stabat Mater di Tiziano Scarpa, recente vincitore del premio “Strega”, non sono certo fatte per entusiasmarmi. Mi ha infastidito la frase “Io sono la mia malattia e la mia cura” che richiama tanto il celebre aforisma di Karl Kraus secondo il quale “la psicoanalisi è quella malattia di cui ritiene di essere la cura”. Consonanza veniale, certo, ma che disturba come disturbano in prosa certe rime o assonanze. Anche lo stile con quelle frasi brevi, tutte singulti, invece di suonarmi come novità mi richiama alla mente certi procedimenti di autori di feuilletons che, essendo pagati a riga, andavano a capo il più spesso possibile, Del contenuto lo specimine di un paio di pagine è troppo breve per dare un giudizio compiuto (lo darò a lettura terminata) ma già basta per un paio di osservazioni  Piuttosto discutibile mi sembra tutta la storia dei pesci che agonizzano. Prima l’autore generalizza e dice che “i pesci salgono in superficie, con le bocche spalancate”, poi, immediatamente dopo, individualizza affermando “eccone un altro, viene boccheggiando, muore”. E’ come se io dicessi “Gli uomini soffrono, ma eccone un altro che soffre di più”. Alquanto barocco mi appare il processo delle identificazioni. Tutti i pesci sono “moribondi”  ma eccone uno che “boccheggia e muore” ed è l’alter ego dell’io narrante, ed eccone “un altro agonizzante” (???) che incarna “il pensiero del fallimento” vissuto dallo stesso io narrante. Il processo identificativo non è finito perché  sulla “riva di un’isola minuscola” c’è una ragazza che altri non è se non la protagonista che assiste senza poter far nulla alla propria morte. Strana, infine, la causa di questa moria di pesci. Il pesce “Cecilia” (la protagonista del romanzo) è immerso “in un liquido nero, velenoso” ed eccolo salire in superficie… “per morire”.  Si direbbe che questo pesce non voleva morire di morte naturale nel mare avvelenato, ma ci teneva a suicidarsi suicidarsi.</p>
<p>IL TESTO</p>
<p>“Signora Madre, è notte fonda, mi sono alzata e sono venuta qui a scrivervi. Tanto per cambiare, anche questa notte l&#8217;angoscia mi ha presa d&#8217;assalto. Ormai è una bestia che conosco bene, so come devo fare per non soccombere. Sono diventata un&#8217;esperta della mia disperazione.</p>
<p>Io sono la mia malattia e la mia cura.</p>
<p>   Una marea di pensieri amari sale e mi prende alla gola. L&#8217;importante è riconoscerla subito e reagire, senza lasciarle il tempo di impadronirsi di tutta la mia mente. L&#8217;onda cresce rapida e ricopre tutto quanto. E un liquido nero, velenoso. I pesci moribondi salgono in superficie, con le bocche spalancate, annaspano. Eccone un altro, viene su boccheggiando, muore. Quel pesce sono io.</p>
<p>   Mi vedo morire, mi guardo dalla riva, ho i piedi già bagnati di quel liquido nero e velenoso.</p>
<p>   Arriva in superficie un altro pesce agonizzante, è il pensiero del mio fallimento, sono ancora io quella, sto morendo un&#8217;altra volta.</p>
<p>Perché venire a galla? Meglio morire sott&#8217;acqua. Vengo tirata giù. Mi sento sprofondare. È tutto buio.</p>
<p>   Poi sono di nuovo sulla riva, in piedi, ancora io, ancora viva, guardo il mare velenoso, nero fino all&#8217;orizzonte, i pesci morti pullulano, con le bocche spalancate. Sono io, siamo io, mille volte, mille pesci in agonia, mille pensieri di distruzione, sono morta mille volte, continuo a morire senza smettere di agonizzare. Il mare si gonfia, sale, è velenoso, nero.</p>
<p>   Sono il pesce con gli occhi velati, salito in superficie per morire. Guardo in alto, sopra la mia testa. C&#8217;è un orizzonte livido, le nuvole sono scure, come un mare capovolto, il ciclo nuvoloso è fatto di onde immobili, sfuocate.</p>
<p>   Vedo la riva di un&#8217;isola minuscola, là in fondo c&#8217;è una ragazza che si guarda intorno. Mi guarda mentre muoio, non può fare niente per me, quella ragazza sono io.</p>
<p>   Fai qualcosa per me, ragazza sulla riva, fai qualcosa per te stessa. Non lasciarti amareggiare da ciò che senti dentro di te. Dovunque ti volti vedi la tua disfatta. La marea nera sale, è piena di pesci morti. Reagisci, non soccombere”.</p>
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		<title>Di: ...</title>
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		<dc:creator>...</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 07 Aug 2009 16:44:32 +0000</pubDate>
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		<description>...si beh all&#039;inizio nn mi piaceva molto...poi, verso la fine ho cominciato anche a capirlo dipiù e posso dire che, tutto sommato è un libro carino...</description>
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