Sympathy 2


raccontidi Roberto Miano

In buona sostanza noi eravamo quelli strani, quelli freak, i mostri, quelli tra le virgolette additate, che in mezzo ci si mette ogni cosa che si vuole stigmatizzare, quelli che se ne fregano del mondo che si interessa di loro solo per schifarli o schivarli (quelli che… scegliete voi la lettera), quelli che tra virgolette, e cioè quelle rappresentate dalle dita piegate di un dio minore, ci vivono da sempre.
Noi siamo quelli che un punto di vista è solo una prospettiva che mette improvvisamente un angolo al centro di uno spazio vuoto. Ed è un punto di vista quello per cui laddove alcuni di noi vivono voialtri pensate essi stiano sopravvivendo.
Noi eravamo strani perché gli altri ci giudicavano così, ed eravamo mostri perché alla fine gli altri non ci piacevano ed era logico sentirsi diversi. Essere normali, per noialtri, per quel che significava, non conveniva. Non avevamo dei genitori, non avevamo degli amici al di fuori del nostro habitat, non avevamo prospettive. Una prospettiva è una fuga e nessuno di noi ha mai pensato di voler fuggire. Del resto dentro noi si viveva, fuori si sarebbe trattato di sopravvivere. Eravamo autosufficienti, nel senso che soprattutto ci bastavamo, eravamo autarchici, coatti, comici, spaventati, guerrieri ed obiettori di una coscienza che si stava spegnendo, soffocata da isolamento che diventava progressivamente sempre più inconsapevole. Portatori sani di un’anima da calendario, eravamo nati, o meglio abbandonati nella casa famiglia Sympathy, una villa giallo senape, con un portone austero frontale, uno, la porta delle culle, sul retro, le finestre di legno ed una giusta cornice di marmi dignitosi. Sympathy era stata destinata a noi poveri disgraziati dal testamento di un caritatevole e ricco omino inglese (ed ecco il perché del nome). Nessuno conosce il motivo del suo gesto, una targa all’ingresso è testimone del perenne ringraziamento di noi tutti a Mr Ioso. Lo chiamavamo così, non si trattava di mancanza di rispetto, ignoravamo il nome ma non il sentimento di debito nei suoi confronti, una sincera coscienza morale per cui ogni volta davanti a quella targa chinavamo la testa con rispetto. Sympathy metteva in fila due piani e un tetto lavatoio stenditoio, di fronte ad un giardino per un totale di una decina di stanze, con soffitti altissimi, una palestra/refettorio, una cucina, tre bagni, un’aula, un angolo rottura (così chiamavamo l’angolo dedicato a Nostro Signore Crocifisso su un quadro di mosaico, che noi – passandoci davanti – dicevamo sottovoce “mosaicomelapensoeamen”) ed altri nascondigli che ci vantavamo ognuno di conoscere “solo io”, ma che in realtà erano sempre l’ennesimo sottoscala dietro le sedie sgangherate e la collezione segreta di diabolik di padre Oreste(inpeace), morto per una overdose di carboidrati e di anni.
A gestire la casa c’era Suor Tre Teste. Non era una bella donna, era una bella suora, “ma anche le suore sono donne” diceva Pugno. Però aveva un aspetto austero e così intrigante che noi giovani abbandonati dalle cose eravamo convinti che tra le sue gambe ci fosse il segreto della donnitudine. Teoria quest’ultima sviluppata dai due secchioni del gruppo Piero & Angela e approfondita in separata sede da Pugno che, convinto della sua donnitudine, le avrebbe di lì in poi dedicato molta della sua arte.
Suor Tre Teste, che – a parte un copricapo da suora ed un crocifisso di legno scuro – vestiva in borghese, l’avevo battezzata così io perché aveva la testa non troppo grande, diciamo piccolina, ma due tette decisamente grandi che quando si chinava per pregare, vista da in piedi sembrava avesse tre teste. Ora a dire il vero la fantasia gestisce al meglio i disegni della ragione, ma il nome piacque a tutti e da allora fu così. Amen, infatti disse Bigottino, il più giovane del gruppo, nato a Nettuno, abbandonato nudo come un verme in un cesto di vimini con una bibbia a coprirgli le pudenda. Il custode che lo trovò lo battezzò bigottino, si chiamava Mauro, così era stato lasciato scritto nella bibbia, ma bigottino era più freak, e così fu. A parte me e Ogino, c’era Edgar Allan Pone, gran curioso di letteratura inglese, nato effettivamente a villa Sympathy e lì lasciato da una madre troppo giovane, era un abile processatore di cazzate con le quali velava ogni discorso serio, ovviamente il soprannome se lo era scelto lui. Ogino, leggenda vuole che era stato abbandonato sotto una pianta dell’orto, lo trovò sorella Quondam durante l’ora del parvulorum merenda est. La allora novizia chinatasi per capire cosa si muovesse tra le piante, dopo aver visto il pargolo, si dice che ruppe il voto di silenzio che si era portata con sé a villa Sympathy come unico bene.
“Sono cavoli!” esclamò, poi fece di nuovo silenzio.
Suor Tre teste, dopo aver scambiato con la silente Quondam il bambino per uno sguardo di intesa disse “Lo chiameremo o Gino o Knauss. Voi che ne dite?” Tutti votarono per Ogino, lettera o compresa, e sebbene qualcuno sottovoce si fosse domandato “Che cazzo di nome è Ogino?”, ebbene da allora si attende un nuova cesta perché un Oknauss ci starebbe bene tra noi mostri, proprio come i cavoli a merenda.
A proposito io sono Giove, ma qui dentro sono stato spesso Peter, mia madre amava la letteratura classica e mi aveva battezzato come Giove. Poi però , prima di suicidarsi, mi ha affidato ad un porta pane dell’IKEA e abbandonato in via dell’Olimpo, scelta evidentemente non casuale. Barbie Ti, versione riveduta e corretta di Barbiturici, cresciuta assieme a me, portata qui da un’ambulanza, di origini scozzesi e studiosa di latino, quando mi vedeva mi diceva sempre “Iuppiter…” e poi si allontanava, tanto, troppo da me. Io che mi vantavo di saper l’inglese perché mi piacevano i Queen, le rispondevo ogni volta, mentre lei se ne andava “Yes, I’m Peter, if you want… BUTMYNAMEISGIOVE!” Lei non diceva nulla, gli altri invece se la ridevano e allora per tutti diventai Peter, quello della seconda stanza a destra, vicino allo stanzino, quello buio col gradino, che porta alla camicia dell’asola che non c’è. La camicia dell’asola che non c’è è una camicia bianca, di canapa fastidiosa, che puzza di ospedale, che si infila al contrario ed ha le maniche lunghe, che si legano quando qualcuno fa andare la brocca versando tutte le gocce che fanno rigurgitare il vaso dove siamo stati piantati da sempre. Lo stesso vaso dove Barbie Ti più volte ha tentato di farla finita. Suor Tre Teste l’ha tenuta stretta a sè tutte quelle volte, ed ognuna di quelle volte le ha salvato la vita (che poi puntualmente Pugno la sera, a letto, ci ha detto “ sempre detto io che quelle tette farebbero resuscitare un morto”). Barbie ha vomitato l’anima più di una volta. Debbo dire che fa un certo effetto vedere un’anima ridotta a terra a pezzetti in un liquame maleodorante. L’anima però è poi tornata al suo posto. Barbie è carina. Lei è una donnina, ma non credo che ci consideri degli ometti in uno scambio prospettico diametralmente opposto, lei ci schifa tutti, a parte Angela, ma non nel senso che ci considera mostri, nel senso che noi siamo maschi e cioè potenzialmente dei mostri, i suoi mostri. Lei gioca sola, adora i propri capelli e parla e gioca con le sue spazzole, “con la parte del manico” precisa di tanto in tanto Pugno.
La vita è bastarda. Spesso ti graffia così tanto la pelle che spesso ti costringe a goderti gli attimi, anche quelli che si dovrebbero giocare in due, in completa solitudine. Barbie è stata portata qui da un tribunale. Cos’è un tribunale? In un tribunale ci sono delle persone, con un grembiule nero, che ascoltano dei tipi in giacca e cravatta che parlano di tuo padre e di tua madre, che sono lì, da qualche parte in prima fila, e piangono, e poi parlano di tuo zio, che ha la giacca bella, la cravatta e due poliziotti vicino, perché ti ha voluto bene, un po’ troppo e ti ha chiesto di volergli bene, troppe volte. Allora tu, che non puoi assistere al tribunale, ma che hai assistito al resto dello spettacolo, vieni spedita in una casa famiglia. E siccome qui ci siamo noi che siamo dei mostri, alla fine diventi un mostro, bellissimo, fragile, capace di covare un uovo che ogni giorno si schiude lasciando venire fuori una piccola idea, letale, per cui pensi che è meglio morire. Ed ogni covi rabbia dentro un uovo nuovo, che lo tiri fuori dal culo, perché la tua anima è stata insidiata anche da lì.
A noi non è dato di sapere di certe cose. Il fatto è che noi certe cose le sappiamo. Non abbiamo però le parole per comprenderle. Suor Tre Teste ci consoce bene. Da tanto tempo ormai non viene più a villa Sympathy DottoRauss. Quello stronzo, zoppo, ci faceva un sacco di Nizioni e poi ci metteva la camicia dell’asola che non c’è. Non è un caso che tra noi siano preziosi i bottoni. Le camicie o hanno le maniche corte o hanno un asola dove infilare un bottone. Se non è così noi diciamo che qualcuno ti sta fregando. Servono i bottoni per decidere se chiudere o meno qualche cosa. Prima o poi troveremo ognuno quello giusto. Suor Tre Teste conosce la nostra passione e di tanto in tanto ci porta una vasta collezione di bottoni. La camicia dell’asola che non c’è è rimasta appesa come un fantasma nello stanzino. Non è mai stata gettata via perché, dice lei, serve a ricordare gli errori o gli orrori. Tutto sommato sono d’accordo perché se dimentichi, allora può essere che torni DottoRauss e tutto ricomincia da capo. Un mostro senza mani non può far paura. Ma nessuno si domanda di quanta paura facciano a lui le ombre che dallo spigolo del muro lo minacciano, quando si stringe nelle spalle con le lacrime che scendono sulle guance che non può asciugarle nessuno.
Non sappiamo quanti anni abbiamo, ma abbiamo imparato a lavorare i vimini. Facciamo delle ceste, salvo poi metterci dentro un etichetta in cui scriviamo “io sono nato qui” e poi il nostro nome. A Barbie ne ho fatta una io. A lei non interessa sapere dove è nata. La notte trema ed io non posso farle coraggio perché il mio pisello, sebbene non sia così lungo, ci tiene fin troppo distanti. Lei mi accetta, ma sono un ometto e questa cosa non me la perdona, non ancora almeno. Studia latino con Quondam, ovviamente lo fanno in silenzio. Del resto è una lingua morta. La mattina poi andiamo in giardino che arriva la signora con la bilancia. Se non fosse troppo vecchia, sarebbe una di noi. E’ una donna silenziosa che gira per il quartiere con la sua bilancia ed offre a tutti la possibilità di pesarsi. In cambio chiede una monetina. Da noi accetta un bottone, a volte anche un sorriso. Suor Tre Teste le offre poi il pranzo e le regala un giacchino, magari un vestito smesso e un po’ di pane.
Io le vedo certe cose e allora mi segno sul diario che si può disperare o avere la certezza di sperare. Questo distingue l’anima sconfitta negli attimi ma imbattibile in potenza. E noi, noi mostri, almeno in potenza siamo imbattibili.
Pugno per esempio sarebbe normale se non fosse che DottoRauss una volta ha sbagliato dose per la Nizione ed ora Pugno ogni tanto dà fuori di testa che anche io gli metterei la camicia senza asole. Ma lui tira calci e pugni al letto, dice qualche parolaccia, si fa tre seghe al giorno (mattina, dopo pranzo e dopo l’avemaria, prima di dormire), ma poi alla fine non dà fastidio a nessuno. Piero ed Angela sono maledettamente intelligenti, tanto che non riesco ancora a capire perché siano qui e non la fuori a riprendersi quello che è loro. La realtà è che sono orfani, i genitori sono morti un sabato sera che tornavano a casa tutti insieme, sono stati investiti da una macchina di ragazzi che tornavano da una discoteca, ma che avevano imboccato la superstrada contromano, Piero ed Angela furono gli unici a salvarsi dall’incidente. Avevano due anni forse, non ricordano nulla dei genitori e se glie lo chiedi ti rispondono che sono “coloro che in seguito ad un atto di passione li hanno concepiti e poi generati nei termini di nove mesi di gravidanza della madre. Pugno è sempre interessato alla storia del concepimento, sa che c’entra il sesso. Piero lo fa tacere, perché Angela non sopporta più di tanto Pugno e perché è l’unica che può avvicinarsi a Barbie, che non sa cosa significhi concepire, ma che un giorno si ricorda di essere stata in ospedale, prima del tribunale, e che aveva sentito dire ad una signora, una con gli occhiali, la borsa di pelle e le mani affusolate, che era l’assistente sociale affidata dal tribunale alla ragazzina, che era necessario per alcune complicazioni sopravvenute procedere ad un aborto e null’altro perché poi l’infermiera si è accorta che stava sentendo e ha chiuso la porta. Barbie ha chiesto a Quondam cosa significhi “ab – orto”, perché il vocabolario Castiglioni Mariotti traduce una cosa che non ha senso. Glie lo ha chiesto tre volte, Quondam ogni volta le ha carezzato la testa, stringendola a sé. Barbie alla fine è andata da Angela con la stessa domanda. Angela non le ha carezzato la testa, un po’ ha pianto e poi ha ripetuto “già… non ha senso”. Poi hanno parlato, molto e alla fine è stata Barbie che ha pianto. E’ uscita dalla stanza correndo, è giunta in lacrime all’angolo rottura e ha detto frasi non proprio gentile a Nostro Signore Crocifisso del mosaico. Quando è andata via, asciugandosi le lacrime, si è sentita una di noi tanto che ha aggiunto “mosaicomelapenso!”. Noi che eravamo dietro di lei, avendola seguita, preoccupati, abbiamo detto AMEN in coro. Suor Tre Teste ha ascoltato le sue bestemmie da dietro una porta socchiusa. Quando poi Barbie è tornata ha ringraziato Angela e si è avvicinata a me. Io non sapevo cosa dirle. Lei mi ha preso la mano e mi ha detto
“Iuippiter è latino. Iuppiter, Iovis. Significa Giove, il tuo nome. Tu sei Giove, Iuppiter, non Peter, ti prego quindi di perdonarmi, please, I’m sorry…”
Io non so di cosa dovessi perdonarla, ma negli occhi aveva una luce buona. E non mi lasciava la mano. Le ho risposto “ok!”
Allora lei si è avvicinata e mi ha chiesto una cosa.
Erano tutti curiosi. Io mi sono girato ed ho chiarito a tutti che da quel giorno in poi io mi sarei chiamato Giove. Perché quello era il mio nome. E poi feci presente a tutti che Io e Barbie eravamo amici, molto speciali ed io avevo il permesso, solo io, di tenerla per mano.
A quel punto osai. Mi avvicinai e le diedi un bacio su una guancia. Lei si toccò la guancia e poi mi diede un bacio sulle labbra, allora fece un cenno ad Angela.
Pugno disse qualcosa di stupido. Piero lo zittì. Bigottino si avvicinò e pregò per noi, recitando un padrenostro. Noi ci limitammo ad un amen finale. Ogino non disse nulla. Venne da noi, ci mise un braccio sulle spalle e ci fece fare un giro delle stanze per condividere con noi degli attimi, come se fossimo due nuovi arrivati. Si sentiva odore di the alla menta venire su dal refettorio. Suonò la campanella del merenda est, stavamo scendendo quando qualcuno bussò tre volte, pesantemente, alla porta delle ceste. Ci fermammo tutti. Edgar Allan Pone esclamò con senso teatrale “someonelsenew from the madding crowd”. Suor Tre Tese ci radunò. Quando aprimmo il portone sul marmo della soglia, quasi in bilico sul primo gradino c’era una cesta, era una di quelle che si vedono nei bar con i torroni e i panettoni e i salami e i vini. Ma in questa c’era solo un fagotto. E non c’era scritto niente. Dentro si muoveva un pupone biondo. Erano anni che non aprivamo quel portone ed eravamo tutti stranamente contenti di questo fatto. Un altro mostro. Un’altra mascotte. Suor Tre Teste lo prese in braccio, sembrava molto serio, poi all’improvviso fece una smorfia e pisciò con un getto rigido prima in faccia a Pugno poi in testa un po’ a tutti.
“Che schifo” disse Pugno. “E’ benedetta!”aggiunse Suor Tre Teste. “E ora a te come ti chiamiamo?”
“Sarà pure benedetta ma è pur sempre piscia…” commentò Pugno. “Taci!” Disse Ogino, facendosi largo. Lui è Oknauss, vero Suor Ti.?”
Suor Tre Teste che lo aveva cresciuto raccontandogli più volte la storia del suo curioso nome, gli aveva promesso che avrebbe mantenuto la parola data a Dio e agli altri di noi quando accolse Ogino.
“Vero!” Disse ad Ogino, porgendogli il pargolo.
Lui lo sollevò con braccia, come la scimmia del re leone, e poi mostrandolo a tutti noi esclamò “Benvenuto Oknauss, benvenuto tra noi mostri!
In quel momento sorella Quondam interruppe per la seconda volta il suo voto di silenzio e sfregandosi nervosamente le mani, poggiandole sulle nostre teste, chiudendo qualche bocca aperta disse:
“Osservate chi sa tacere, quegli sta scavando nell’anima per far spazio ad una memoria che non ha bisogno di parole…”
Poi tornò al suo silenzio e alla nostra merenda.

Roberto Miano


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

2 commenti su “Sympathy

  • Corrado S. Magro

    Il mixer impasta veloce un sacco di spezie pepandole. Sotto il sorriso della satira e del burlesco, spunta qua e là il sottofondo di un mondo reale che amalgama una luce non sempre gaia, quasi triste, in armonia con lo stile inconfondibile e caro all’autore