Svevo e Montale s’incontrano a Milano…


A cura di Augusto Benemeglio

1.Svevo e Montale s’incontrano a Milano la mattina del 27 febbraio 1926.

Il giovane Montale era arrivato da Genova , praticamente senza una lira in tasca , la sera precedente e aveva trovato alloggio di fortuna in una stanza che serviva per il ripostiglio per i sacchi della pasta e il riso , sita sopra il ristorante “Piemonte” , il cui ingresso era di fianco al famoso Palazzo Marino , a un passo dalla Scala. Montale si svegliò presto e uscì avvolto nella nebbia . Intravide la Scala e ripensò a tutti gli anni in cui aveva studiato canto con il maestro Ernesto Sivori , “piccolo , rattrappito sui tasti, venerabile e insieme ridicolo, modulava le note con una boccuccia a uovo di piccione che s’apriva a stento fra le gronde dei grandi baffi canuti e le falde tremolanti della nivea barba mosaica. Gorgheggiava come un usignolo centenario…” Montale sognava di poter riuscire a interpretare le parti di basso, Boris Gudonoff, Gurnemanz, Filippo II, i suoni sepolcrali dell’eunuco Osmin e di Sarastro, ma il vecchio maestro gli disse che doveva impostare la voce da baritono. E allora cominciò a pensare al fez piumato di Jago,, al monocolo a tabacchiera di Scarpia, ma Sivori un brutto giorno morì e fu la fine di tutti i suoi sogni. Eccola, la Scala, davanti a lui, il vertice dei suoi sogni da ragazzo. Un grande manifesto annunciava per le ore 21 la prima dell’Orfeo di Gluck diretto da Arturo Toscanini. Montale era intento a leggerne le righe , quando vide che proprio sotto quel manifesto c’era un anziano signore. E’ Schmitz, è Svevo, pensò, e il cuore gli fece un sobbalzo. Il volto corrispondeva perfettamente alla fotografia pubblicata qualche settimana prima dalla rivista francese Nouvelles Littéraires”, una testa quasi calva , occhi ironici, grossi baffi, proprio l’immagine di un grand seigneur borghese. Svevo allora aveva 65 anni.

2-Montale non sapeva che fare.

Gli vado incontro, gli dico, Maestro, io sono Eugenio Montale, quello che ha scritto l’articolo su di lei sulla rivista “L’Esame”? Tentennò, non trovava il coraggio di presentarsi. Intanto l’anziano signore cominciò a incamminarsi verso via Manzoni , dando il braccio alla moglie, Livia Veneziani, che gli parve di parecchi anni più giovane. Lui li seguì con discrezione a qualche metro di distanza , poi quando temette che Svevo entrasse in uno dei grandi alberghi della via, riuscì a vincere la timidezza e si accostò, Il Signor Schimtz?, chiese. Un po’ come Stanley quando trovò Livingstone in Africa: Mister Livinngston, I presume.
Non si dissero grandi cose, i due scrittori. Svevo accennò al fatto che aveva conosciuto un Montale diversi anni fa , titolare di una ditta genovese che importava acqua ragia , resine e prodotti chimici, Tale Domingo Montale, se non ricordo male. E un suo parente?
E’ mio padre, disse il poeta.

3.E Svevo ne fu molto contento,

perché era pur sempre l’industriale di vernici sottomarine, che esportava in tutta Europa , a parte la passione per la lettteratura dalla quale era rimasto disgustato per parecchi anni a causa delle delusioni e amarezze dinanzi al tenace silenzio e all’indifferenza della critica per le sue opere Una vita e Senilità.
Se non fosse stato per Joyce, disse, non avrei mai più ripreso a scrivere. Per lunghi anni mi sono dedicato agli studi del mio amato violino.
Montale annuì che sapeva tutto, informato dall’amico triestino Bobi Bazlen, che era colui che gli aveva appunto spedito i due libri in questione un anno prima e che poi aveva poi recensito sulla Rivista milanese “L’Esame” con un titolo che la diceva lunga sul valore dello scrittore triestino: “Omaggio a Italo Svevo”, il più grande , anzi l’unico moderno narratore italiano, che poi erano le stesse parole che aveva usato Bazlen nel spedirgli i libri ( “ Senilità” è un vero capolavoro, è l’unico romanzo moderno che abbia l’Italia!) .

4.Bobi Bazlen?,

disse Ettore Schmitz , in arte Italo Svevo. E’ un ragazzo straordinario, un poliglotta con una vocazione sciamanica, uno scopritore di territori inesplorati, peccato che sia così giovane così poco accreditato!. E poi aggiunse: Lei mi ha dato abbondante conforto, col suo articolo, Signor Montale . Mi venga a trovare a Trieste, magari la prossima primavera, sarò molto felice di proseguire questa conversazione. Che ne dice?
E Montale ci andò, a Trieste, a Villa Veneziani , una splendida casa appena fuori città, a poca distanza dalla fabbrica delle vernici, dove Svevo viveva con la moglie Livia, la figlia Letizia e il marito Ing. Fonda Savio, con due nipotini e la vecchia suocera, Olga Moravia.

5. L’orina di Olga

Piccola occhialuta indiavolata , la suocera di Svevo si occupava ancora d’affari e lo faceva con l’autorità di una regina e la competenza di un capitano d’industria. Si diceva che era lei la depositaria del segreto delle insuperabili vernici che servivano a dipingere le carene della navi e per le quali gli armatori inglesi andavano matti. Si dice che Olga vuotasse nei barili delle vernici il liquido giallognolo contenuto nel suo vaso da notte, la sua impareggiabile orina.

Augusto Benemeglio

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