STRANA STORIA A KATMANDU


raccontidi Frank Cappelletti

“Pirla.”
La parola rimbomba in testa, e mi irrita, non poco. Il barè mezzo vuoto, una cinese con altri due tizi blatera e ride. Il freddo continua ad attanagliare la città ma non è poi così glaciale per essere gennaio, butto giù un whisky per far strada alle birre e allungo i piedi sotto il tavolino. L’orologio che era di mio padre mi segnala che ho tutto il tempo necessario per ubriacarmi e sfanculare il mondo.
“Ma tu guarda che cazzo di soggetto…”.
“…quello arriva bello come ‘sto cazzo e dice a me come campare, come regolarmi per vivere al top.”
Lucio un amico del liceo, trasferitosi a Milano, torna ogni tanto al paesello giusto in tempo per grattugiare i coglioni con le sue scoperte da cazzaro.
“E stai attento a ciò che mangi, controlla le calorie, no carne, no pesce, no assolutamente latte… no questo, no quello… vai su questo sito che ti spiega tutto. Minchia oh… un Padreterno!”
Per un po’ gli ho dato corda poi ho messo in stand by i neuroni e staccato le sinapsi. Non ho mai sopportato i diktat, le imposizioni sono le cose più lesive al mondo, forse peggio di Ebola.
Finisco la birra e ordino un bourbon in barba a tutto il China Study, un libro di un imbecille che ha fatto una palata di soldi scrivendo puttanate sull’alimentazione.
Trenta minuti e altrettanti drinks mi rammentano che è ora di fare due passi, saluto e mi dirigo bello sciolto verso il corso. Il mercatino dell’antiquariato è tappa fissa per quell’umanità vacua che guarda tutto, ma non acquista una mazza. Vago tra le bancarelle schivando gli sguardi spenti dei commercianti.
Maschere nepalesi, mala, dorge, l’apoteosi del buddhismo mahayana in due metri di stand.
“Cazzo mi interessa.”
Mi fermo a guardare e ci sono certamente delle belle cose, non le cazzate fatte in serie che sono su internet.
“Vado personalmente in Nepal a scegliere ogni singolo pezzo.”
Il tipo è in gamba e facciamo subito amicizia, mi racconta che almeno un paio di volte l’anno va a Katmandu e riempie un container, con statue, drappi e incensi. Natale mi ha lasciato col culo a terra, ma decido ugualmente di acquistare la maschera Mahakala e una campana tibetana. A casa, l’appendo in camera e faccio vibrare la specie di scodella di rame come mi ha fatto vedere Igor, il tizio della bancarella. Il ronzio iniziale si trasforma in un sibilo che poi diventa cupo e continuo. Mi piace la sensazione che lascia dopo che il suono cessa, il silenzio pare vivo, corposo, uno stop all’incessante corsa del tempo. Mi stendo a terra e penso:
“Certo che non mi farebbe male, tanto per quel che concludo qui.”
Stretto necessario, convalida del passaporto, visti e cazzate varie e Katmandu mi accoglie schiaffeggiandomi con un vento himalayano da togliere la pelle dalla faccia.
La camera in Freak Street, la via principale, fa decisamente cacare, ma anche casa mia non è Versailles. Una trentina d’anni fa hippy e pacifisti venivano a svernare quassù cominciando ad aprire le porte al consumismo e puttanate varie.Penso al perché sono qui e scendo in strada e traffico d’inferno mi travolge, una tormenta senza fine di esseri umani e mezzi da accapponare la pelle. Mi destreggionella bolgia fino a un bar dove, dopo la terza birra, mi sento a mio agio e attacco bottone con il barman, un tedesco reduce degli anni sessanta che tra una canna e un’imprecazione mi da alcune dritte su come godermi la vacanza.
“Katmandu, ma tutto il Nepal, è una scoperta emozionante, qui non si perde tempo, ma si acquista coscienza e la gioia è uno spettacolo che assieme alla natura, ti accompagnerà nel tuo soggiorno. Perdersi tra questi vicoletti è un viaggio nel viaggio, cedi al loro richiamo e tempra il tuo spirito. Comunque questo è il mio numero, casomai ti dovessi perdere.”
Penso a quello che ho mollato in Italia, quell’opprimente nulla fatto di disoccupazione, ex moglie, bollette non pagate, ipercolesterolemia e ora guardo il fascinoso mondo in cui sono capitato. In una bettola mangio del riso e butto giù una mistura di the e burro e il titolare, un magrolino tutto nervi, mi chiede se ho bisogno di rilassarmi e in un battibaleno mi trovo due vie più sotto, in un salone per massaggi, dove trattano tutti i dolori, compresi quelli dell’anima.
La ragazza è strepitosa e dopo cinque minuti di terapia e venti dollari in più, si fa scopare.
Betty ha 25 anni. Tutti la chiamano “ La vecchia” perché la prostituzione qui predilige le bambine, ma lei se ne frega e lavora ugualmente.
Le chiedo del perché faccia la zoccola e lei snocciola le sue traversie, fatte di botte, miserie e papponi. La lascio ai suoi clienti. La notte ha preso il sopravvento e Katmandu mi ricorda tanto Bangkok.
Rimembro un po’ del mio passato alla cazzo e torno dal tedesco che mi vede e senza che lo chieda mi fa scorrere sul bancone birra e whisky. La musica tecno a palla fa un po’ a cazzotti con l’idea che ho di un Nepal, tutto buddhismo e mantra.
“Non ci pensare quello che cerchi ti è già dentro.” Dietro di me, un lama, un monaco sull’ottantina, parla riuscendo a surclassare con la voce il frastuono del locale.
“Come scusa? “
Ride mettendo in mostra una dentatura non troppo perfetta, mi fa segno di seguirlo fuori, sotto lo sguardo divertito di Hans.
“Ciò di cui necessiti, non è qui, ma già dentro di te, tu sei venuto da lontano solo per aiutarmi a mettere le cose a posto.”
Il monaco poggia una mano sulla fronte e mi mette al collo un mala, un rosario buddista, biascica qualcosa di incomprensibile e sorride di nuovo. Presumo che tutto questo cerimoniale abbia un costo e attendo che dica il prezzo, ma non lo fa, mi fissa e sembra che mi scavi dentro.
“In una vita precedete noi siamo stati amici, abbiamo preso i voti e ci siamo aiutati quando le vicende della storia ci hanno travolto, tu hai perso la fede e ti sono stato comunque accanto quando hai lasciato il tuo corpo per migrare in un altro.”
Lo guardo divertito convinto che questo breve riassunto sulla mia vita precedente preveda una tariffa più salata, ma non è così, prende dalla bisaccia che ha sul fianco un involucro e me lo mette in mano.
“Sei stato monaco e questo già lo sai, ma ti sei innamorato di una donna, una prostituta che viveva non lontano dal tempio e per amor suo hai commesso una cosa grave.”
Scarto il pacchetto e mi trovo tra le mani una testa di un Buddha.
“Hai rotto la testa della statua per venderla a mercanti inglesi e con il ricavato scappare con la donna.”
Lo guardo sempre più divertito, penso che voglia appiopparmi la statua per chissà che cifra, sorrido e aspetto una sua mossa. Il bar spegne il frastuono e chiude, quelli che erano al suo interno caracollano fuori come vomitati da una grossa bocca.
“Questo è il perché tu sei qui, il perché sei arrivato da lontano in questa valle.”
“Per comprare questo Buddha?” Dico facendogli capire che ho smascherato il suo gioco, ma lui ride, batte i piedi e scuote la testa divertito.
“Assolutamente non ti sto vendendo nulla.” Dice asciugandosi gli occhi dalle lacrime.
“Il mala che hai al collo è il tuo, l’ho ritrovato da un rigattiere insieme alla testa della statua dieci anni fa, sono riuscito ad averli e ho atteso che tu tornassi a Katmandu.”
Sbalorditoguardo il rosario d’osso, la nappina rossa è tutta spelacchiata segno del tempo inesorabile che lo ha attraversato, lo stringo tra le mani e percepisco una vibrazione.
“Dobbiamo fare in modo che il Karma muti, che cambi, che torni a essere benevolo nei tuoi confronti, perché devi ammettere che la tua vita non sia proprio rose e fiori.” Dice ieratico.
Mi sento svuotato, la sbornia dissolta e tutta quell’assurda situazione prende una piega impossibile.
“Devi riportare il Buddha al vecchio tempio poco fuori Katmandu, verso Ichangunarayan, proprio sul finire della valle, a ovest troverai un grande caseggiato e dietro c’è il piccolo tempio, dove abbiamo passato parte della nostra vita precedente, non ti dico altro, sono certo che riconoscerai quei posti.” Il vecchio continua a parlare ma perdo il contatto con la realtà, capisco solo “Namaste… saluto il Dio che è dentro te”, nessuna delle sue parole transita nel cervello eppure ho capito molte cose.
Lo fisso andare via, salgo in camera e mi siedo sul letto, sono arrivato nella valle da meno di ventiquattr’ore e tutto è cambiato.
Lucio mi caga il cazzo perché è stato uno dei miei maestri nella vita da monaco, la mia ex, una delle persone che mi ha dato la caccia per via del furto nel tempio.
“Cristo, ora capisco tutto, tutto torna, il monaco mi ha spiegato ogni cosa.”
Stringo tra le dita il mala e mi rilasso, sento la città dormire e al suono del mio respiro mi addormento anch’io.
Il giorno dopo chiedo a Hans una mappa stradale e in auto mi lancio nel traffico nepalese. Le case sono vecchie ma la gente sembra ugualmente felice, ognuno ha qualcosa da fare e quelli che scelgono una vita di ozio, sono chiamati “santi” e nutriti con le offerte.
“Qui l’agenzia delle tasse non riuscirebbe a mettere radici, che paese!”
Poi una fila di sale massaggio e un Mc Donalds mi riporta con i piedi a terra, la globalizzazione e le puttane hanno contaminato la terra dei Malla tanto cara a Tucci.
Mi fermo a un baracchino che vende bibite per fare il punto della situazione e dissetarmi.
“Certo che potrei fregarmene, finire la mia vacanza e tornarmene a casa con dei bei souvenir.” Dico a voce bassa.
“Ma non lo farai, lo so!”
Il monaco è dietro di me che ride.
“Non avresti portato alcun souvenir a casa, lo hai fatto già una volta tanto tempo fa e stai ancora pagando le conseguenze.”
Mi sento stranamente a mio agio con lui è evidente che ciò che mi ha detto sta riaffiorando da non so quale profondità temporale, sento di conoscerlo da sempre, un amico di un’altra era.
Salgo in macchina quando mi viene in mente una cosa.
“Scusa ma la donna che fine ha fatto?”
“Chi la prostituta?”
“Sì, lei.”
“Dopo che sei morto, è sparita, nessuno sa che fine abbia fatto, di certo anche lei non avrà avuto un Karma misericordioso.”
Un paio di ore dopo arrivo a Ichangunarayan, cerco di sforzarmi di riconoscere il luogo ma niente, non ho ricordi, giro intorno alla villa e poco più in la vedo il piccolo tempio.
Non ci sono più le porte, i muri scrostati e segnati dall’incuria, piante cresciute ovunque e qualche bottiglia di plastica a dimostrare la meravigliosa civiltà che siamo.
“Era ora che arrivassi.”
Mi volto e un paio di uomini mi vengono incontro sorridenti.
“Il monaco mi ha detto…”
“Si, abbiamo riconosciuto il mala al collo, non potevi che essere tu.”
I due sono tutt’altro che religiosi, sembrano far parte di qualche gang di rapper per come sono agghindati, ma evidentemente, anche loro avranno a che fare con la storia.
“L’hai portato?” mi chiede quello col tatuaggio di Eminem sul collo.
Consegno il pacco convinto di aver posto fine al karma negativo e sto per andarmene quando un” tlack” mi fa gelare il sangue. Uno dei due ha estratto una semi automatica e me la sta puntando contro.
I primi colpi vanno a vuoto, riesco a risalire in macchina e ripartire a razzo, ma i gangster nepalesi non si danno per vinti, mi inseguono sparando parecchi colpi.
“Ma che cazzo sta succedendo?” mi domando mentre il lunotto posteriore esplode in un inferno di vetri che mi investono, ferendomi a una spalla e alla nuca.
Mi infilo in un vicolo appena riesco a raggiungere una via trafficata, una ruota a terra, mi costringe ad abbandonare l’auto, ho i battiti a tremila, perdo sangue ma sono ancora vivo.Il Karma negativo non è ancora terminato.
In un salone massaggi dove sono accolto da un paio di ragazze, telefono al tedesco.
“Hans…pronto? Sono l’italiano…”
Dall’altra parte sento biascicare qualcosa e mi viene voglia di bestemmiare.
“Se mi hai chiamato ti sei perso…ja? Gut!”
Il suo umorismo bavarese mi fa incazzare, gli spiego tutto e lui mi rassicura, sono cose che capitano a Katmandu, mi sconsiglia di rientrare al momento, di starmene alla larga per un po’, che sicuramente tutto tornerà come prima, ne ha già viste di queste situazioni negli anni ’70 con tutti quegli sballoni che trafficavano con la droga.
“La droga? E che cazzo c’entro io? Ma se non mi sono mai fatto neanche una canna in vita mia?” penso, mentre una delle ragazze della sala parla con due militari e indica nella mia direzione.
“Minchia ci mancava pure i gurkha, questi non fanno prigionieri.”
Memore di documentari sulla ferocia di questi soldati mi lancio di nuovo in mezzo alla folla.La vera fortuna per uno che scappa in una metropoli è la gente, migliaia di persone per strada con cui mimetizzarsi, con cui rendersi invisibile e una turba di automezzi senza marmitte catalitiche che attraverso i gas di scarico rendono l’aria irrespirabile creando una cortina che blocca la visuale.
“Puttana vacca sono nel pieno di un intrigo internazionale.” La paura iniziale si è trasformata in energia, tutto questo sarà sicuramente un grande equivoco, male che va andrò a rifugiarmi all’ambasciata e buonanotte suonatori.
Attaccato a un autobus, sono sballottato per la città, sono stanco, impolverato, mi fa male la testa e ho sete, devo bere qualcosa.
Scendo al volo e mi tuffo in un bar della via principale, un paio di birre riportano il mio umore a uno stato di pace e chiarezza mentale e mentre mi ingozzo con un mix tandoori, all’unica tv cui non è attaccato un karaoke, vedo la mia faccia. Sono un ricercato e non devo capire il nepalese per riconoscere che sono nella merda. Chiamo Hans, ma quando risponde, non borbotta frasi in tedesco ma in un inglese da manuale mi invita ad andare da lui.
“Cazzo ma che minchia ho fatto?”
“Forse…” penso.
“…tutto questo doveva accadere nella mia vita precedente e siccome sono morto, la devo scontare ora.”
Il casino fuori si sta diradando, molte persone si ritirano in casa e le strade cominciano a svuotarsi, controllo quanti soldi mi sono rimasti e per fortuna ne ho abbastanza. Riconosco la sala massaggi di Betty e chiedo di lei.
“Ciao Amore ti sono piaciuta allora?”
Mi afferra per mano e mi porta di sopra, direttamente in camera sua.
“Mi dici perché hai fatto tutto quel casino?”
“Quale casino scusa?”
La donna brucia un incenso davanti alla statua di Ganesh e mormora qualcosa, poi si gira e accende una sigaretta. È notevolmente bella, i capelli raccolti e il rossetto carminio la fanno assomigliare alle attrici dei film anni ’40 con Bogart.
“Tu non hai fatto niente vero?”
“No!” dico risoluto.
“Hai staccato la testa di un Buddha, lo hai riempito con mezzo chilo di eroina purissima e hai fatto da tramite con i corrieri di Chao, il trafficante cinese del cazzo. Qui ti cerca anche l’esercito, pensi che i gurkha qui sotto vogliano offrirti da bere? Quelli ti tagliano le palle e poi te le fanno mangiare col riso.”
Mi viene da piangere, ma mi trattengo, le spiego tutto per bene e chiedo di aiutarmi.
Lei sorride e si spoglia.
“Ok…”
“…ti aiuto, ma tu mi scopi, paghi e domani vediamo cosa possiamo fare.”
La notte passa meravigliosamente, sesso, alcol e tranquillità, forse sono giunto al capolinea della sfiga e stare a letto con una prostituta è quello che il Karma vuole.
“Alzati pezzo di merda!”
La voce che mi da gli ordini non è quella di Betty, apro gli occhi e tre poliziotti mi trascinano fuori dalla stanza, provo a ribellarmi ma l’ultima cosa che vedo è la puttana che ride e conta dei soldi. La zoccola mi ha venduto alla polizia. Un forte dolore alla nuca mi fa perdere i sensi.
“E non venire più qua pezzo di merda, vaffanculo.”
L’asfalto bagnato mi inzuppa i jeans d’acqua, cerco di alzarmi ma mi viene da vomitare e resto a terra per un po’, qualcuno dice di chiamare il 118, ma alla fine si fa i cazzi suoi.
“Cristo amico, ma che hai in quella testa? Bere in quel modo, molestare le clienti e poi fare a botte con dei cinesi, ma non hai più l’età, non sei un ragazzino.”
Scuoto la testa, tutto gira, Katmandu non sembra più lei. Ed infatti non lo è.
Sono per terra fuori dal bar dove ho passato tutto il pomeriggio. Tutto quello che ho fatto, il Nepal, Betty, Hans e il monaco, l’ho sognato.
Mi trascino verso casa, una via crucis di dimensioni bibliche, la testa mi scoppia, ho male a una spalla e sanguino dalla fronte.
“Devo smettere di bere così.”
Mi butto sul divano ma vomito anche l’anima, una doccia mi snebbiala testa.
“Che cazzo di sogno…io in Nepal…Cristo che roba.”
Il getto d’acqua mi da una scossa e mentre mi lavo una cosa intrappola la mia mano, esco dal box e guardo allo specchio. Al collo ho il mala che mi ha dato il monaco e la testa del Buddha è sulla mensola.Guardo le lancette dell’orologio girare al contrario.
Strana storia a Katmandu.

Frank Cappelletti

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