Stelle


raccontidi Frank Cappelletti

All’improvviso picchiò come un aereo da caccia, convinto di passare indenne davanti all’automobile in corsa, sicuro di tornare in alto sfruttando le correnti ascensionali generate dall’auto; ma come tutti i grandi calcoli statistici e delle probabilità, il caso ci mette lo zampino rovinando tutto. Una macchina ci supera sbarrando la strada al piccione, schiantandolo sotto i pneumatici.
“Tu ha visto uccello in ruote, si?”
L’uomo ride compiaciuto dell’animale spiaccicato sull’asfalto, ma la cosa non mi turba. Ratko è l’apoteosi del cinismo e cattiveria spalmati su un corpo non proprio da ballerino. La testa pelata del serbo ciondola avanti e indietro felice che la morte abbia manifestato la sua presenza al suo passaggio.
“Proprio sfortuna, lui vola e sbam, lui morto…tu visto, da?”
“Si ho visto.” Dico stancamente.
Ratko è un lottatore, miliziano di Arkan la Tigre durante la guerra nell’ex Jugoslavia, quando è ubriaco ride, piange e racconta le sue prodezze da ergastolo. Un metro e novanta di imbecillità supportata da muscoli, cicatrici e scarso rispetto della legge, uno da tenere accanto, come amico, perché averlo contro equivarrebbe a morte certa.
“Ora tu fortunato Michele, tu molto fortunato, tu intasca diecimila euro senza fare un cazzo, si?”
Il serbo con l’orecchio deformato a tortellino, ride e parla in slavo tutto felice; io comincio a pensare che tuffandomi nel merdaio balcanico, ho fatto la cazzata più grossa della mia vita.
“Senti Michele, tu ora mi ascolti, si? Ora, se tu non fa cazzate di italiano e tutto fila liscio come piscio, tu prende soldi, io prende soldi e ciao vafanculo tutto quanto. Dico bono?”
“Si dici bono… dici bono,Ratko.” Rispondo ma sono veramente scoglionato, ho bisogno di bere qualcosa e lo faccio fermare in un bar. Lui è entusiasta e inizia i festeggiamenti con un paio d’ore d’anticipo dando fondo a una bottiglia di Nardini.
“Tu mi è sempre piaciuto Michele, tu fratello, mi ha aiutato quando io scappa di polizia-politica di merda. Tu fratello più di fratello.”
Mentre lo scimmione ordina altra grappa e piange, ripenso a come l’ho conosciuto, ai giorni in cui lo tenevo nascosto nel seminterrato perché lo credevo un barbone inseguito dagli sbirri per qualche furtarello.
“Grazie tu gentile.”
“Figurati la polizia non piace a nessuno e ultimamente si è resa ancora più odiosa con i fatti di Genova.”
“Io non conosce fatti, perché io straniero, ma polizia deve rompere palle, quello loro lavoro, nostro lavoro invece, quello di scappare sempre, sia che rubato, sia che fatto niente.”
Avevo raccattato quel tizio per strada mentre una pattuglia lo inseguiva, gli avevo aperto il portone e lui ci si era infilato dentro. Una giacca mimetica, jeans, scarpe da tennis e un sacchetto dell’immondizia era tutto ciò che possedeva.
“Puoi restare qui un po’, giusto il tempo che le acque si calmino.”
Due mesi dopo era ancora nel mio scantinato, non dava fastidio, si muoveva in maniera silenziosa e quando usciva, quelle rare volte, restava fuori il tempo necessario per giungere al market all’angolo.
“Scusa, ma come fai con i soldi, dove li prendi?”
“In Italia sempre tutto bono, donne vecchie da monete perché io porta spesa. Oggi per sdebitare comprato vodka e prosciutto, ora noi festeggia, noi beve in onore di grande Vojvoda.”
Con due sorsi vuotò mezza bottiglia e partì col suo racconto.
“Michele… io soldato di grande Serbia, io combattuto per mio paese per quattro anni, un po’ qua e là fatto grandi battaglie in guerra più sporca del mondo, guerra di gente che prima diceva di essere fratelli e sorelle ma che alla fine si è ammazzata perché diversa in tutto. Michele non vero il detto- una fazza, una razza-questa è cazzata bona per film, nessuna razza può vivere con altra per troppo tempo; tu capisce, che finché Tito comandato, noi cetnici restati nell’ombra, ma quando testa di cazzo con stella rossa morto, noi volere grande Serbia stato potente.” Si interrompe per un attimo e alza tre dita in alto.
“Sloga SrbinaSpasava…”
“L’unità salva grande Serbia… Musulmani, kosovari ,albanesi tutti appesi.”
Lo guardo basito, il simpatico barbone è un razzista secessionista serbo. Mi verso un abbondante bicchiere di vodka, credo che il racconto del pelato mi gelerà il sangue nelle vene. Prima di continuare a parlare fa dello stretching come se avesse bisogno di tutti i muscoli pronti per raccontare l’inferno che ha fatto scendere nelle strade della Bosnia.
”Guerra è guerra questo si sa, tu cerca di ammazzare me, ma io più forte e fotte te… ma tutta storia comincia con casino a Vukovar.”

Croazia 1991

Dopo 87 giorni la battaglia di Vukovar è quasi terminata, le truppe regolari jugoslave cingono l’assedio con forze preponderanti. La città è devastata.
“Ratko tu e i tuoi fatevi largo a est e arrivate all’ospedale, sicuramente troverete un po’ di resistenza, ma non frega un cazzo, tu arriva all’ospedale e aspetta lì.”
Gli ordini di Arkan, il grande comandante non si discutono, mai. La pattuglia esce velocemente, sicura della facile preda. Dopo quasi tre mesi i serbi sono riusciti a sfondare e i primi ad entrare sono i paramilitari di Arkan ”la Tigre”.
“Andiamo, presidiamo l’ospedale e vediamo cosa possiamo ricavarne.”
“Ratko ma sei sicuro che il comandante sia d’accordo?”
Il capo pattuglia tira su col naso e sputa il catarro su un cumulo di macerie.”
“Ascoltate, nessuno manca di rispetto al comandante Arkan, non dobbiamo fare niente che lui non farebbe.” Ride e fa un gesto con la mano molto esplicito.
Una raffica li ferma. La città devastata è il regno dei cecchini.
“Sinisa… tu e Petko mirate a quel caseggiato, copritemi, chi sta sparando è un coglione non un tiratore scelto.” I militari aprono il fuoco favorendo l’avanzata del commilitone. La palazzina o ciò che ne resta doveva essere stata signorile prima del conflitto, i mobili distrutti e gli stucchi rimasti sui muri sono raffinati, stonano con il mondo in guerra. Il frastuono delle armi automatiche copre i passi e Ratko in breve è dietro al fuciliere.
“Bastardo.” Pensa mentre appoggia il kalashnikov a terra.
“Questo è un lavoro che va fatto col coltello, un lavoro di fino. Gli taglierò la gola come si fa ai maiali e appenderò le orecchie sulla giubba come medaglie.”
Un piede in fallo fa girare il cecchino. È sorpreso non si aspettava il serbo alle spalle, carica l’arma, ma l’otturatore s’inceppa. Ratko gli è addosso in un attimo, non c’è speranza in un corpo a corpo, perché lui pesa cento chili e l’altro, l’altro è solo un bambino che cerca di divincolarsi, poi comincia a strillare e piangere.L’uomo molla per un attimo la presa e gli sorride.
“Quanti anni hai?”
“Undici.”
“Un po’ presto per fare il cecchino, non è meglio andare a scuola?”
“Qui non c’è più niente, mio padre e mia sorella morti e mia madre è all’ospedale, a me non resta più nulla, l’unica cosa che posso fare è combattere.”
Il serbo prende dalla tasca un Mars e glielo dà. Il ragazzo abbozza un sorriso, era da tempo che non ne mangiava uno, lo scarta velocemente e morde il cioccolato ingoiandolo senza quasi masticarlo.
“Grazie.”
La lama gli entra nella gola facendogli tirare fuori la lingua nel vano tentativo, di avere un po’ d’ aria per vivere ancora. Soffoca e si porta le mani al collo mentre il sangue, la cioccolata e le lacrime gli impastano il giubbotto.
“Era solo un ragazzino del cazzo?” Sinisa si accende una sigaretta e si mette in tasca un orecchio come ricordo. Il bambino aveva addosso documenti interessanti che avrebbe dovuto consegnare al comando croato, ma vedendo arrivare la pattuglia serba, aveva pensato di guadagnarsi il rispetto degli altri ammazzando il nemico.
“Ormai mandano a combattere i bambini, come Hitler nel ’45. Criminali ecco cosa sono, criminali.”Ratko mette al sicuro i documenti e la mappa, li consegnerà al “Vojvoda”, al condottiero Arkan. Le informazioni riportate avrebbero dato una svolta a tutto il conflitto.
All’ospedale non ci sono uomini armati e i primi a farne le spese sono le donne.
”Facciamo un’entrata in grande stile.” Dice Sinisa mentre si accende la sigaretta. Una granata fa saltare una camerata e nel fuggi fuggi generale, feriti e infermiere sono usati come bersagli per il divertimento dei miliziani della Tigre.
“Petko, solo le vecchie baldracche, le giovani ci servono.”Ratko ride soddisfatto, di lì a poco il comandante Arkan avrebbe preso posizione e dell’ospedale di Vukovar non si sarebbe saputo più nulla se non, che nessuno è uscito vivo da lì.

Terminati vodka e racconto il serbo resta seduto con la fronte appoggiata sul tavolo, per un po’ il silenzio piomba in casa come per cementare, chiudere ermeticamente quella storia di atrocità commesse in Europa dopo la fine della seconda guerra mondiale. Ma con uno scatto felino il clochard batte le mani, ride e grida:
“Ora tutto finito, guerra finita, ora allegria.”
Il coglione di barbone che avevo in casa era un criminale di guerra ricercato internazionale.
”Un criminale di guerra, sei un cazzo di ammazza bambini.”
“Tu non dire così…” Dice fingendo di irritarsi.
”… anche croati ammazzato bambini in scuola a Vukovar, guerra non passeggiata, tu parla perché visto in tv quello che americani e tuo governo ha voluto fare vedere, tu non può capire che noi non criminali di guerra, quelli SS di Hitler, noi soldati addestrati per fare di Serbia uno stato libero e forte.”
Lascio perdere la discussione e prego affinché il testone pelato se ne vada di casa, minaccio di denunciarlo, ma qualche giorno dopo è lui a salvarmi il culo da una brutta fine, così lo lascio stare e continuo la mia vita di merda. In seguito, grazie a un aggancio con la mafia, monda i suoi peccati in documenti puliti e una nuova vita. Nuova per modo di dire, perché Ratko è un bandito incallito, invischiato in giri da far rabbrividire quelli della Magliana.
Pago e lo trascino fuori. È allegro, intascherà duemila bigliettoni, che farà sparire in un paio di serate in alcol, scommesse e donne per poi ricominciare da capo.
“Io oggi felice come cazzo nel culo di zoccola rumena, perché tu finalmente mette testa a posto e sposa brava donna di Belgrado.” Tira su col naso, sputa e scoppia in una risata così fragorosa da distruggermi i nervi già severamente scossi.
“Già, proprio brava donna, immagino.”
“Dai Michele non dire cazzate, Dranka è donna di bellezza pura, intelligente …”
“…e figlia di boss vero?”
Ratko annuisce con il capo solennemente e supera un camion.
“Tu Michele troppo calcolatore, tu pensa troppo; tu va in comune sposa Dranka, pranzo di nozze, beve champagne, sniffa cocaina, tutto senza pagare perché tu ospite d’onoree poi domani grande male di testa e tutti a casa.”
“Già…” penso.
“…ha ragione lui, in fondo che cazzo ho da lamentarmi?Sposo la puttana, prendo i soldi e me la svigno, mangio e bevo alla faccia della mala serba, saldo qualche debito col mondo e alla fine sparisco da questo buco di merda e mi rifaccio una vita in Costarica .”
Si perché se mi trovo qui a dover leccare il culo a questi criminali è per debiti, piccole cose, trasformate in madornali errori da una serie di circostanze astrali negative, congiunzioni di pianeti che per un motivo ignoto, hanno lasciato sanguinare l’anima trasformando la mia vita in una macelleria. Le scommesse mi hanno portato sul fondo di un baratro fatto di creditori, camorristi e dita spezzate; poi quando con la pistola alla testa stavo pregando, il coglione di serbo ha tolto le castagne dal fuoco patteggiando lui la mia pena, un fantastico matrimonio riparatore con una delle famiglie mafiose peggiori d’Europa.
La sala del comune è semplice senza tanti fronzoli, un paio di arazzi e bandiere adornano i muri; il mazzo di rose sul tavolo è per la sposa, un dono del sindaco. Mi guardo attorno e i personaggi sono gangster degni di un film di Scorsese, uomini con camicie sbottonate fino all’ombelico e donne svestite da far sembrare tutto un set porno. Extension e unghie lunghissime fanno pendant con gli anelli d’oro e le facce truci dei malavitosi. Non mi sento a mio agio; un affresco dietro di me raffigura una Natività con un cielo stellato. Bellissimo.

Le stelle sono ferite, un luminoso ricordo, ciò che resta dello sguardo che da secoli leviamo quando più non bastiamo a noi stessi. Vagabondi in un’ora notturna, il naso rivolto all’insù interroghiamo ogni parte di cielo perché ci dica ciò che non siamo, ne più vogliamo, , oppure ciò che finalmente saremo e vorremo. E da quaggiù le stelle sembrano davvero infinite, chissà che interrogandole non si possa invece scoprire che sono meno di noi poiché la vita è questa da sempre, e la ferite finiscono dunque per somigliarsi: ciascuna è già stata di un altro, e di un altro sarà. La stella lassù, per dire, quanti occhi d’ignari compagni l’hanno inchiodata al suo posto, quali stesse, martellanti domande?
“Che diavolo ci faccio qui?”*

“Già…che cazzo ci faccio qui?”
Sono nervoso, mi viene da pisciare e il disagio aumenta quando vedo che da sotto la giacca un paio di uomini hanno i ferri.
“Cristo, quando cazzo finirà questa storia?” Chiedo al mio amico.
“Tu tranquillo…” mi risponde Ratko passandomi un braccio sulle spalle.
“…ora ti racconto perché tu oggi deve essere felice, perché in questo momento noi tutti felici che anche tu qui. Prima che venga tua sposa, io spiega quando business ha fatto noi diventare potenti e non carne per merda di cannone. In 1995 con grande comandante Arkan noi teneva duro per onore di grande Serbia e entra in villaggio…”

Bosnia dicembre 1995

“Un altro paese di merda con vecchie che piangono e mocciosi che si pisciano addosso.” Petko prese una sigaretta e la strinse tra i denti.
“Fai avanzare fino alla piazza i carri, poi raduniamo la gente, devo fare domande a tutti.”
Un’ora dopo un centinaio di persone aveva riempito quella piazza. Arkan camminava dandosi arie da star, incurante dei fiocchi di neve che gli andavano a imbiancare il basco.
“Inutile cercare di spiegarvi chi e perché mi ha confidato il vostro segreto, sarebbe fiato sprecato quindi, qualcuno di voi venga qua e mi dica dov’è ciò che cerco.”
La folla sbigottita cominciò a mormorare ma dopo la prima raffica e venti morti, cominciarono a gridare e scappare.
“Ora passate casa per casa e se non sanno niente… terminateli.” Arkan amava usare quel vocabolo, trovava poetico gridarlo prima di una razzia. Le case furono passate al setaccio, gli uomini scavarono un’enorme fossa prima di essere giustiziati, poi la stessa sorte toccò ai vecchi e in ultimo alle donne, non prima di essere torturate e stuprate.
Il giorno successivo l’odore del sangue aveva reso nauseabonda l’aria, per le strade i cadaveri erano impastati con le macerie delle abitazioni; nella scuola i bambini erano morti al loro banco, giustiziati con un colpo in testa. Inutili esseri, non sapevano niente e come merce di scambio valevano ancora meno.
“Ratko, che ti dicevo?” Arkan prese sottobraccio il miliziano.
“ Basta porre la domanda e attendere la risposta, ma se questa non arriva, bisogna cercare da soli.”
“Quei bastardi avevano messo tutto nella scuola.”
“Ma noi l’abbiamo trovata, i documenti che hai trovato tempo fa erano giusti, peccato la mappa sbagliata che ci ha fatto girare per anni, per fortuna i contatti con gli italiani, ci hanno snellito il lavoro, ora possiamo continuare la guerra acquistando armi dagli americani. Sento che molto presto avrò riconoscimenti per il mio operato qui e tu… tu sarai al mio fianco, come hai fatto fino a oggi.”

“Ma pace viene firmata in quel giorno e guerra… niente più, una pace che ci ha fatto avere non tutto nostro sogno cetnico, ma bono così!”
Guardo il serbo schifato e mi domando veramente il perché abbia condiviso del tempo con un assassino.
“Ratko le tue storie di guerra mi fanno accapponare la pelle e non mi frega un cazzo di conoscere le tue prodezze.”
“Io racconta solo per dire che sul finire di guerra mafia italiana detto noi dove trovare e vendere cinquecento chili di eroina presa da croati ed entrare per affari con loro.Ecco come noi fatto big business e ora grazie Dio, anche tu parte di famiglia.”
“Merda… me ne sbatto i coglioni di famiglia, mafia, i cetnici, la guerra… voglio andarmene via, non voglio stare qui un minuto di più.”
“Ora non fare minchione, Dranka è arrivata. Sposala, mangia prende soldi e Lakunoc… buonanotte!”
La donna è entrata in comune, lo capisco dallo squittio delle altre che fumano, gridano e applaudono. Ho paura di voltarmi e vedere l’atroce porno star con ciglia finte e capelli cotonati che dovrò impalmare, ma poi mi dico che tutto è una finzione, che solo per oggi sarò la cacca che sono sempre stato; dopo questa pagliacciata, niente più scommesse, cercherò un qualsiasi lavoro e attenderò che la mia buona stella torni a brillare.
“Puttana vacca… carina.”
Non molto alta, i capelli castani raccolti sulla nuca e i profondi occhi verdi che non hanno bisogno di trucco, un tailleur grigio la veste mettendone in risalto le forme.
“Ciao marito.” Sussurra mentre mi prende il braccio e sorride a due in fondo la sala.
“Poliziotti.” Dice anticipando la mia domanda.La farsa di questo matrimonio è nota alle autorità, la loro presenza è solo un proforma, erano già a conoscenza dell’evento e del futuro aggancio che la mala serba avrebbe piazzato al di là dell’Adriatico. Col matrimonio e la cittadinanza, Dranka non potrà essere rimpatriata se arrestata, al massimo si farà un anno dentro, grazie alle nostre leggi, poi tornerà libera a gestire il business. La mia dolce metà è la nipote di Arkan, l’ex comandante di questi criminali. All’epoca dei massacri poco più di una bambina ma ora a capo di una rete mafiosa fitta come Cosa Nostra.
Il sindaco unto a dovere è sbrigativo, suda e ogni tanto tartaglia, è evidente che è eccitato, si strofina compulsivamente la mano sull’uccello. Un paio di ragazze ridono e parlottano, ma a lui non frega un cazzo, nel suo ufficio lo attende una stangona pronta a farlo schizzare come una bottiglia di spumante a capodanno.Nel giro di un attimo, fedi al dito e via, sono sposato a una mafiosa. Il party è una cosa hollywoodiana, la mala non lesina per quanto riguarda la location, la villa presa in affitto è meravigliosamente pacchiana, tutta stucchi e falpalà e i commensali danno l’impressione che onoreranno il matrimonio con sesso e alcool a volontà.
“Congratulazione fratello, tu fa parte di grande famiglia.” Ratko mi abbraccia e mi fa trangugiare due flutes di champagne, lo guardo mentre, entusiasta, parla ad alta voce in slavo e altri applaudono.
“Bene ora che siamo marito e moglie mi ripeti come ti chiami, che non ho capito bene?”
“Michele… e se per te non è un gran dolore, vorrei prendere baracca e burattini e andare via.”
Lei abbassa gli occhi e finge di essere dispiaciuta, poi sorride e indica il mio amico che sta ballando con una tizia con tacchi vertiginosi.
“Non credo che lui voglia lasciare Jaelena prima di domani e poi ci sarebbe una cosa.”
“Una cosa?”
“Si, fondamentalmente le leggi qui in Italia sono un po’ cambiate negli ultimi anni, prima ti sposavi e dopo dieci giorni fanculo, ci si separava.Ora siete diventati più furbi e i matrimoni con donne straniere li tenete d’occhio e se non durano un po’, niente cittadinanza, quindi…”
“Quindi?”
“…per almeno tre mesi dovremo dare l’impressione di essere una coppia felice, ma tranquillo avrai un’aggiunta per lo scomodo.”
Tiro una bestemmia, lei sorride e mi bacia sulle labbra guardando gli sbirri alla porta.
“Non farlo più per oggi, non mi frega un cazzo della religione, ma se la polizia sgama qualcosa e tutto salta… salti anche tu.”
Il suo italiano perfetto mi fa incazzare di più delle poco velate minacce; avverto Ratko dell’inculata che mi ha fatto prendere e lui, già mezzo andato, mi da una pacca sulla spalla.
“Tu sa cosa diceva grande Vojvoda Arkan prima di pulizia? Non importa quanto lungo e sporco, ma tu fa tuo lavoro fino a termine poi violenta puttane, prende soldi e dimentica tutto.”
Maledico la mia vita e l’incapacità di mandare a fanculo le persone, mi giro e la mia pseudo moglie mi abbraccia.
“Michele ascolta, so che non erano proprio i patti e che sei contrariato ma tre mesi passano presto e poi domani si parte, viaggio di nozze… New York ti piacerà.”
Dranka ha calcolato tutto, preparato visti e passaporti e un soggiorno in America per quindici giorni, la guardo mentre balla insieme a due guardie del corpo e un paio di porno stars, sono nel pallone più completo, incazzato dell’intoppo di tre mesi ma attratto dalla bella vita cui andrò incontro.
“Beh, per tutto il volo sei stato zitto, non sei proprio di compagnia.”
L’hotel non è malaccio e la suite è full optional, una cosa da nababbi per uno come me che una pensione a tre stelle è già troppo costosa.
“Hai ragione ma Ratko e la sua amica non hanno smesso di fare casino e tu ridevi delle loro prodezze.” Il viaggio era stato un vero tormento con il testone e la bionda che facevano evoluzioni e tracannavano champagne convinti che la business class fosse messa a disposizione per i loro trastulli di animali.
La donna si toglie l’asciugamano dai capelli e si pettina, è decisamente bella e gli occhi verdi mi fanno eccitare.Mi avvicino a lei ma poi resto paralizzato dallo sguardo autoritario con il quale mi intima di stare fermo, mi sento alla stregua di un cane e la sua padrona.
“Scorda qualsiasi pensiero tu abbia formulato, questo matrimonio ovviamente non prevede rapporti, quindi non ci pensare, niente scopata di viaggio di nozze, se hai voglia trovati una puttana… offre la casa. Piuttosto ricordati che domani saremo a pranzo da amici, vedi di vestirti come si deve, basta con quelle polo, vai a comprarti un abito.”
La lascio finire di prepararsi e vado nella stanza accanto, accasciandomi sul letto.
“Vacca boia… questa mi legge nel pensiero.” Penso mentre mi rilasso e attendo di uscire. Tutto sommato sono contento; la voce del mio matrimonio si è sparsa in giro e quelli a cui dovevo soldi telefonano e si congratulano, ora che ho le spalle coperte nessuno mi minaccia più. New York è una favolae se non fosse che è un assassino patentato, Ratkoè una guida esperta, si muove per la Fifth Avenue come un newyorkese, conosce l’ubicazione di tutti i negozi d’alta moda e gioiellerie.
“Tu non abituato a benessere, tu rimasto a stato di baraccato. Io fatto fame da ragazzo in monti Balcani, ma poi capito che vita è fatta per cane rabbioso che mangia altro cane.Fatto guerra e trovato giusta via per ottenere ricchezza.
“Ammazzando e stuprando.” Lo dico di getto, ma mi pento immediatamente, l’uomo si pianta sui piedi come un antico pugile e si sporge verso me, minaccioso.
“Quando mio piccolo paese colpito da artiglieria croata, io in licenza premio e visto mia famiglia saltare in aria…” dice fissandomi.
“…mia madre e le mie sorelle straziate dallo spostamento d’aria e tutti i miei ricordi sprofondati per sempre con casa. Io doveva andare in Olimpiade con lotta greco romana, ma in anni ’90 per me solo dolore; Arkan ha dato me possibilità di riscatto e lui diventato famiglia. Io assassino ok, ma tu non può giudicare perché io non giudicato te che quasi ti fa sparare in testa per debito di gioco di scommesse, io mai pensato a te come uomo senza palle, sempre voluto bene, al contrario tuo che da alto di tua ignoranza, giudica chiunque.”
Lo stentato italiano di Ratko mi fa zittire, mette a tacere tutte quelle voci che mi facevano sentire superiore sia a lui che a tutti gli altri.
“ Forse ha ragione, ha ucciso e commesso cose schifose in un periodo atroce come una guerra.” Penso a mio nonno che poco prima di morire confidò a mia madre gli omicidi commessi nel dopoguerra, con altri partigiani, per sanare quella sete di vendetta covata durante il ventennio; quelle spedizioni che fecero finire al muro uomini e donne che avevano scelto di non cambiare idea. Abbasso lo sguardo e continuo a camminare mentre Ratko si muove due metri avanti a me, mi dispiace ciò che ho detto, ma resta il fatto che ha ucciso senza mai cedere alla pietà, lo ha fatto a cuor leggero senza pensare solo per un attimo che stava togliendo la vita a qualcuno che non gli aveva arrecato danno.
Il giorno successivo il pranzo è solo una copertura, tutto il ristorante è in mano a Cosa Nostra, ovviamente non capisco un cazzo di cosa dicono, anche gli italiani parlano slang. A trattativa conclusa ridono contenti, è evidente che l’affare è andato bene, continuo a sentirmi un pesce fuor d’acqua anche qui a Little Italy. È tutto come in quei B-movie in cui gli italo-americani hanno brillantina nei capelli, gesticolano e vestono tute coloratissime.
”Quindi siamo a posto, finalmente ti sei sposata con un italiano, hai fatto la cosa giusta.”
Il vecchio ha gli occhi lattiginosi e mi fissa da dietro spesse lenti, annuisce con la testa e mangia della minestra da una ciotola.
“La vecchiaia è una zia a cui tutti siamo debitori, prima o poi ci chiede di pagare dazio…” Alza la testa e tutti quelli che sono nella stanza annuiscono.
“…ma è un onore arrivarci, anche se come nel mio caso, non posso più mangiare ciò che voglio.”
“Un tumore all’intestino sei mesi fa.” Mi sibila Dranka all’orecchio.
Il vecchio continua a buttare giù il suo brodo, tutti sono in silenzio, solo il sincopato battere del cucchiaio sul piatto scandisce il tempo che passa lentamente.
“La vecchiaia è un regalo che non tutti meritano, un traguardo che solo uomini onorati possono ambire, mentre al giorno d’oggi ci sono giovani che devono ripartire da zero, che hanno bisogno di un aiuto per ricominciare una nuova vita perché questa non è più salutare per loro.”
“Non capisco che sta dicendo.” Sussurro a mia moglie.
“Qualcuno gli ha fatto uno sgarro, sicuramente uno della famiglia e ora lo ha condannato.”
Il sangue mi diventa di ghiaccio, siamo in un ristorante a guardare un vecchio che mangia e lancia strali di morte come se niente fosse; mi rendo conto sempre più che questo non è il mio mondo e benché in passato non sia stato uno stinco di santo, non sono di certo un criminale.
“E la Madre bedduzza mi mandò un regalo, questo angelo del Signore …Dranka, vieni qua dammi un bacio.” Il vecchio la invita accanto a se, la bacia, le sussurra qualcosa e poi continua a mangiare.La giornata scivola via tra contatti con la mala di mezzo mondo e uno shopping forsennato, Dranka e Jaelena depredano negozi facendosi scudo con la Visa. New York è magica, e come tutte le cose magiche a me rompe le palle, non vedo l’ora di tornarmene in albergo, ma soprattutto che scadano questi tre mesi e me ne possa andare per la mia strada senza portarmi più appresso questo senso d’oppressione che mi comprime il torace; l’ascesa di una famiglia mafiosa fatta grazie a criminali di guerra che invece di marcire in prigione girano per strada sfoggiando gioielli.
“Michele piace anello?” Mi grida Ratko mentre mostra e bacia un agghiacciante anello con la testa di tigre acquistato in memoria di Arkan.
“Quindi a stasera.” Dranka chiude il telefono e mi guarda, parla con gli altri due poi mi sorride.
“Michele, don Gino mi ha chiesto un favore, niente di impossibile, una cosuccia che solo tu puoi fare visto che nessuno ti conosce da queste parti.” Mi bacia su una guancia e mi accarezza.“Stasera andrai a Little Italy con Ratko e dovrai sparare in faccia a un tizio con un giubbotto di pelle. Questo è l’indirizzo.”
La fissò incredulo, forse questo è il classico umorismo balcanico con cui tanto si divertono, ma i loro volti seri mi fanno desistere dal pensiero.
“Ma che cazzo stai dicendo, ma ti pare una cosa sensata?”
La donna si accende una sigaretta e mi guarda fisso.
“La cosa ha un senso, se lo fai cinquemila dollari ti arriveranno sul conto, nel caso contrario ti seppelliscono a Staten Island.”

Tutto si mette a girare, un vortice fatto di case, automobili, luci e persone, quella che prima era una strada ora è un amalgama di colori, un terremoto ha devastato New York. I palazzi sono crollati, niente più grattacieli e lo skyline della città è liquidato, per sempre. Colonne di polvere e detriti si stagliano verso l’alto rendendo inutili gli occhi e impossibile la fuga; la Grande Mela è un enorme cimitero. Intravedo delle ombre attraverso la coltre, centinaia di persone che gridano e corrono in tutte le direzioni. L’aria, quel po’ d’aria, si è rarefatta, sono costretto a tenere la bocca aperta mentre la polvere me la riempie facendomi vomitare. Mi chino per trovare una via d’uscita da questo inferno ma non riesco a camminare sono bloccato; New York è morta. Mi stropiccio gli occhi per una visuale migliore e una volta rimosso il velo che li copre non è cambiato un cazzo, niente si è mosso da dov’era e mentre guardo Dranka e gli altri disgustati, mi rendo conto che il cataclisma è esistito solo nella mia testae il rumore che ho sentito, causato dalla pressione sanguigna; Il vomito mi ha sporcato la maglia e inzaccherato le scarpe. Sono paralizzato dalle parole della donna.
“Dai Michele, non fare schifezza, stasera viene anche io con te, tranquillo. Noi prende macchina, trova coglione e… BUM, fa cosa giusta, poi tutti a festeggiare per creare alibi per polizia-merda.”
“Vaffanculo Ratko… per te che hai sgozzato un bambino è una cosa giusta, per me no.” Mi guardo attorno alla ricerca di un mezzo per la fuga, l’immagine di New York con tutti i suoi taxi è una bufala, gli yellowcab girano alla larga, forse minacciati dall’aura maligna della merda che stanno spargendo mia moglie e i compari.
“Sta di fatto che lo farai comunque, non frega un cazzo a nessuno quello che pensi, qui si fa come dice don Gino.”Dranka è categoricasi volta e insieme all’altra zoccola se ne va in un bar.
Arriviamo all’indirizzo fornitoci dal boss e aspettiamo, la notte ha chiuso tutto lo stato col suo nero mantello.
“Senti Ratko, ma perché non lo fai tu, d’altronde sei un veterano di guerra, per te sparare è come bere una birra.” Mi gioco la chance speranzoso che la mia buona stella non mi abbia abbandonato.
“Michele, se don Gino detto tu… tu fa e basta,io già fatto lavoro per mafia italiana. Loro vuole sempre facce nuove per evitare sospetto.”
Prima che riesca a emettere un suono, il testone pelato mi mette in mano una pistola con il silenziatore. Sono terrorizzato, è impossibile uccidere, non è nel mio Dna, guardo l’arma e un conato scuote il mio corpo.
“Non fare donna anzi non fare finocchio, Dranka migliore di te, migliore di tutti, sparato a uomo quando lei dieci anni.”
Fuori il buio è quasi totale, l’insegna è rotta e la fioca luce non rischiara un cazzo, il locale indicato da don Gino non è molto frequentato, dei giovani bevono attorno a un biliardo mentre quello col giubbotto, l’uomo che dovrei far fuori, è al bancone insieme a un tizio.
“Come cazzo faccio a sparargli, manco mi ha fatto niente…” penso mentre butto giù un whisky per darmi la carica.
“…questo coglione magari ha soffiato nella minestra di merda di quel boss del cazzo e ora è condannato.”
Lo guardo in tralice per non destare sospetti; sembra uscito da una copertina di dischi dei Ramones, il chiodo di pelle con le spillette, i capelli lisci e lunghi come Johnny Ramone, beve e ride con quell’altro, che come lui è venuto fuori dagli anni ’80.
Ingoio un altro paio di whisky ed esco, aspetterò i due punks fuori, il caldo del locale e l’odore di hamburgers mi danno la nausea e non posso rimettere e dare nell’occhio; Ratko dall’altra parte della strada mi fissa, forse è felice come sempre quando la morte è nei paraggi, mi tiene gli occhi puntati addosso come un padre che guarda il proprio figlio tirare un calcio di rigore; penso alle feste che mi farà per il mio primo omicidio.
Vomito, mi gira la testa e il sapore di rancido mi fa contrarre lo stomaco.
“Cristo non posso farlo.” E mentre penso a Gesù Redentore, i due escono.
Esplodo due colpi e una sagoma si schianta a terra, scappo con gli occhi offuscati dalle lacrime, sento gridare e degli spari mi fanno abbassare il capo lasciando che i proiettili mi fischino sopra la testa senza fare danni.
“Cazzo Michele, tu grandissimo figlio di puttana, tu schiva pallottole come grande vojvodacetnik.” Ratko ride e batte i pugni sul volante contento come una pasqua mentre mi accascio sul sedile. Una volta in albergo mi chiudo in camera e me ne sbatto i coglioni di tutti. Dranka bussa un paio di volte ma non apro, domani farò i bagagli, la situazione è diventata intollerabile. New York vive e muore ogni giorno e i miliardi di stelle che l’ammantano di notte, la coprono con amore, consapevoli però, che Lei non ama nessuno se non il proprio caos, quell’inesauribile serpente di energia negativa, con cui stritola e soffoca ogni essere vivente al suo interno. Cinquecento omicidi ogni giorno vengono recensiti da un esercito di trentaseimila poliziotti che perlustrano la città.
“Porca troia oggi saranno cinquecento uno, per causa mia.”
Una statistica che avevo letto anni prima sostiene che con soli cinquecento morti, New York è una città più sicura e vivibile, che grazie al giro di vita del sindaco Giuliani i malviventi ci pensano due volte prima di uccidere.
“Col cazzo… si ammazza con una facilità estrema, un boss del cazzo assolda delle troie slave che a loro volta chiamano in causa un coglione e il gioco è fatto. Magari domani mi diranno di far saltare per aria Mc Donald e a me toccherà farlo senza requiem.
“Sei di una simpatia unica, capisco che magari non parlando né inglese né tantomeno slavo ti senta un po’ fuor d’acqua, ma sei a New York, esprimi un desiderio, una voglia, uno sfizio che vorresti toglierti.”
“Ti ringrazio per l’interessamento…” Rispondo seccato. Siamo nella sala ricevimenti dell’hotel a fare colazione come se niente fosse, come se quello che è accaduto ieri sia un fatto capitato ad altri, a gente che vive milioni di anni luce da noi.
”… ma ieri sera mi hai fatto sparare a un tizio solo perché “don Vito Coglione”non ha ricevuto il rispetto dovuto. Ho accettato di farlo perché mi avete obbligato e sono uno spiantato, non ho una lira da parte con cui poter dire la mia e i creditori mi alitano sul collo, l’idea di divertimento è proprio lontana anni luce; con voi ho contattato la mafia italiana, i cartelli della droga, la triade cinese, ci mancano i gangster neri e poi abbiamo fatto l’en plein… questo rincorrere la morte sempre ridendo mi fa paura, sono stanco di starvi appresso, sono atterrito dal vostro cazzo di stile di vita.” Dico quello che ho sullo stomaco tutto d’un fiato, mentre loro continuano a mangiare senza problemi.
“Comunque mi piace il jazz, sarebbe bello ascoltareTomaszStanko, è qui a New York in questi giorni.” Rispondo poi mi tuffo nel caffè che sto bevendo.
“Sei il contrario degli italiani che ho conosciuto quando studiavo, taciturno, tetro e piagnone, incapace di prendere al volo un’occasione con cui fare soldi e divertirsi.”
“Hai studiato in Italia? E dove?” Chiedo fingendo interesse. Più tardi troverò il modo di partire e lasciare questi pazzi con le loro storie di onore malato.
“Scommetto che stai pensando che ho frequentato le scuole serali e mi sono mantenuta facendo l’entreneuse, vero? Tu credi che siamo criminali, puttane e assassini. Ti sbagli, in Italia sono stata all’università, alla Normale di Pisa, poi un master di giornalismo qui in America.” Vorrei sprofondare nella tazza suicidandomi con i cornflakes, più passa il tempo e più mi rendo conto di essere io l’ignorante e che volente o nolente sono parte di questo ingranaggio; anche Jaelena che sembra uscita da un bordello per come si concia, ha frequentato l’università.
“Se anche Ratko ha una laurea, mi butto dall’Empire state building.” Penso avvilito.
“Comunque vedrò cosa posso fare per esaudire il desiderio di mio marito, troverò il modo di farti sentire questo jazzista” dice calcando la parola “Marito”facendo sghignazzare Jaelena
Dranka si rivela di parola. Istruita, appassionata e notevolmente bella, mi trascina a Harlem in un club dove tutte le stelle del jazz hanno lasciato un’impronta. Il posto è magnifico, è lì dagli anni ’30, la mia pseudo moglie conosce il gestore che ci fa accomodare in un priveè. Le foto di Chet Baker, Thelonious Monk, Dizzie Gillespie e centinaia di artisti tappezzano le pareti, le luci soffuse mi fanno sprofondare in quell’atmosfera meravigliosa e rarefatta che solo i locali jazz possono avere. Un paio di musicisti stanno ultimando il check-sound; l’acustica è perfetta, mi sbrago sul divanetto e allungo le mani sulle tartine.
“La vita è strana e forse hai ragione tu, sono troppo musone e non me la spasso mai, voglio cogliere al balzo l’occasione e godermi la serata.”La donna si avvicina e mi schiocca un bacio sulla bocca e poi ride.
“Bravo Michele la prima cosa sensata che ti sento dire, ma ti comunico una notizia che ti farà morire.”
La guardo interessato, bevo il secondo whisky e comincio a sentirmi su di giri, sono convinto che se giocherò bene le mie carte, magari Dranka mi farà scopare e una volta tornati in Italia avrò raggranellato abbastanza denaro per vivere decorosamente. La guardo e il top che indossa stasera mette in mostra due tette da paura.
“Sarà anche capo-mandamento di tutta la Serbia, ma è proprio una bella figa.” Penso .
“Non è detto che tu debba aspettare tre mesi per andartene…”
“Ah no?” rispondo, mettendomi in bocca del caviale, ma non riesco a ingoiarlo.
Due colpi sparati da Ratko mi raggiungono al petto, ho giusto un attimo per vedere che il soffitto è pieno di luci, luci di stelle che sanguinano per le mie ferite.
“Mi dispiace fratello ma ieri è vita, oggi è morte, tu capisci, si?”
“Questo coglione ha sparato alla persona sbagliata, ha ucciso uno che era lì per caso e il tizio è ancora in giro, don Gino mi ha telefonato stamattina incazzato nero, gli ho dovuto promettere una commissione gratis per colpa di questo mangia merda ignorante di un italiano, ma nulla è sempre un male, ora portate via questo stronzo.”
Dranka beve il suo drink e sorride. L’alternativa ai tre mesi di convivenza è la vedovanza e il madornale errore da me commesso era l’occasione che aspettava.
“Ispettore Filipovic? Dranka… si tutto fatto, come mi ha detto. Ora tocca a lei, faccia i rilievi e stili un rapporto come si deve…”
La donna si alza e va verso la porta.
“…mi raccomando il reporter e le foto dell’italiano ucciso e rapinato da un negro di merda… grazie. Per ora le mando Jaelena, sarà a sua completa disposizione per il week end… certo all’Ambassador, ho già riservato per lei l’attico, si diverta e dimentichi anche quel debituccio, penserò io anche a quello. A presto.”
Tutto è andato storto per me, se non avessi avuto la vista offuscata, avrei notato che a cadere sotto i miei colpi era l’amico del tizio col giubbotto di pelle e a questo punto, per la mafia ora ero io il moscerino da togliere di mezzo; un’inutile persona incapace di fare un servizio semplice come sparare in faccia a un tizio. E così è stato. Dranka e gli altri tornati in Italia non hanno fatto altro che scuotere la testa davanti alle autorità per nascondere la vera causa della mia morte, fingere di piangere al funerale e dopo qualche tempo tutto è passato nel dimenticatoio, gli affari hanno cominciato a girare e come in tutte le storie noir, i cattivi hanno avuto ragione sui fessi.
Le stelle puntano i loro fasci luminosi dentro le ferite, illuminando l’animo umano, purificandolo da tutto e indirizzandolo verso posti migliori. Chissà se anche i più tormentati, quelli che in vita non hanno conosciuto che angherie e stupidi scherzi del destino, chissà se anche loro otterranno lo stesso trattamento. Chissà se una volta tra le stelle si potranno avere gioie gratuite, senza dover per forza rispondere a un padrone. Mi lascio trasportare via dagli astri e mi godo l’assenza di ogni male, morire è un attimo e in fondo è la cosa migliore che mi è capitata in tutta la mia vita.

* Citazione tratto da: Gli alberi hanno il tuo nome di Alessandro Mari.

Frank Cappelletti

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