Citazioni: Stefan Zweig, Novella degli scacchi – Paura – Lettera di una sconosciuta


Citazioni tratte da: Novella degli scacchi

… poiché più un essere umano si limita, più, d’altro canto, si avvicina all’infinito…

Ma non ci si rende già colpevoli di una limitazione offensiva, definendo gli scacchi “un gioco”?

Niente al mondo è in grado di esercitare una tale pressione sull’anima umana come il nulla.

… il gioco degli scacchi, stimolando e concentrando le energie dell’intelletto in un campo eccezionalmente limitato, possiede lo straordinario pregio di non stancare il cervello neppure a fronte del più gravoso impegno mentale, ma piuttosto, al contrario, di affinare l’agilità e il vigore.

A quanto pare il nostro cervello è regolato da forze che operano in maniera misteriosa, e che cancellano in automatico ciò che può essere gravoso e pericoloso per la coscienza…

Citazioni tratte da: Paura

Sprofondò lo sguardo nel proprio passato come in un abisso. Sposata da otto anni, non si era mai avvicinata sul serio a suo marito nell’illusione insensata di vivere una felicità troppo tiepida e modesta, ed era rimasta estranea all’essenza più intima di lui, non meno che dei propri figli. Tra lei e i bambini c’era gente pagata per i suoi servizi. Domestici e governanti, pronti a dispensarla da tante piccole preoccupazioni, di cui solo ora – da quando aveva osservato più da vicino la vita dei suoi figli – cominciava a intuire il fascino, accorgendosi che potevano essere più incantevoli degli sguardi focosi degli uomini, più inebrianti di qualsiasi amplesso. Poco a poco la sua vita acquistò un senso nuovo: ogni cosa si legava alle altre in una rete di rapporti e significati, mostrandosi nel suo volto serio e profondo. Da quando Irene conosceva il pericolo, e con il pericolo un sentimento vero, tutto, anche ciò che un tempo le era stato estraneo, le appariva affine. In ogni cosa ritrovava se stessa, e il mondo, un tempo trasparente come vetro, si trasformò di colpo in uno specchio grazie alla superficie scura della sua stessa ombra. Ovunque guardasse, ovunque porgesse l’orecchio, ritrovava d’improvviso la realtà.

«Oggi è stato condannato un innocente». Interrogato da lei e dagli altri, aveva raccontato, ancora fuori di sé, che quel giorno avevano punito un ladro per un furto commesso tre anni prima, una sentenza a suo parere ingiusta, poiché dopo tre anni quel delitto non apparteneva più a quello stesso uomo. Si condannava di fatto una persona diversa da quella che aveva commesso il crimine, e per di più due volte, poiché essa aveva già trascorso tre anni nel carcere della propria paura, nell’eterna angoscia che venisse alla luce la sua colpevolezza.

La paura è peggio del castigo, perché il castigo è dopotutto qualcosa di determinato e, duro o meno che sia da sopportare, è sempre meglio di una tremenda incertezza, dell’orrore senza fine della tensione.

A dire il vero continuo a non capire come un essere umano possa compiere un delitto con piena coscienza del pericolo, e poi non abbia il coraggio di confessarlo. Questa paura meschina di fronte a una parola, io la trovo più riprovevole di qualsiasi crimine

Citazioni tratte da: Lettera di una sconosciuta

Ti ho amato da quell’istante. Lo so, le donne ti hanno detto spesso, a te, il vezzeggiato, queste parole. Ma credimi, nessuna ti ha amato in maniera così servile, così piena di dedizione, fedele come un cane, come quella creatura che ero e che sono sempre rimasta per te, dato che nulla, sulla terra, può eguagliare l’amore di un bambino che ama dal buio senza che nessuno se ne accorga: per-ché è così disperato, così servile, così sottomesso, così attento e appassionato come mai potrà essere l’amore di una donna adulta, che brama, desidera, e tuttavia, in modo inconsapevole, esige. I bambini solitari, solo loro riescono a tenersi stretta, tutta intera, la loro passione: gli altri dissipano il loro sentimento in chiacchiere socievoli, lo levigano con le confidenze, hanno sentito e letto molto dell’amore, e sanno che esso è un comune destino. Ci si gingillano come con un giocattolo, se ne vantano, come ragazzi con la prima sigaretta. Ma io, io non avevo nessuno con cui confidarmi, da nessuno ero istruita o messa in guardia, ero inesperta e ignara: precipitai nel mio destino come dentro a un burrone. Tutto ciò che cresceva e sbocciava in me conosceva soltanto te. il sogno di te, come, amico del cuore.

Tu eri partito, e il tuo servitore trascinava i pesanti tappeti, che aveva battuto fuori, oltre la porta spalancata dell’appartamento. Li trascinava a fatica, il brav’uomo, e in un impeto di temerarietà andai da lui e gli chiesi se potevo aiutarlo. Egli ne fu sbalordito, ma acconsentì alla richiesta, e così vidi – se solo potessi dirti con quale rispettosa, quasi religiosa venerazione! – l’interno del tuo appartamento, il tuo mondo, lo scrittoio al quale eri solito sederti e sul quale, dentro un vaso di cristallo blu, c’erano dei fiori. I tuoi armadi, i tuoi qua-dri, i tuoi libri. Fu appena uno sguardo fugace, rubato, nella tua vita, dato che il fedele Johann mi avrebbe di certo impedito di osservare con più attenzione, ma grazie a quell’unico sguardo risucchiai l’intera atmosfera, ricavandone nutrimento per il mio infinito sognare di te, nel sonno e nella veglia.

Senza volerlo, posasti su di me il tuo sguardo distratto, che subito, non appena incontrò i miei occhi attenti – come trasalì il ricordo in me! -si trasformò in quello sguardo che concedi a ogni donna, quello sguardo tenero che avvolge e allo stesso tempo denuda, che abbraccia e già afferra, lo sguardo che per la prima volta aveva risvegliato in me, bambina, la donna, l’amante. Per uno, due secondi, quello sguardo tenne avvinto il mio, che non poteva né voleva strapparsi da te – e un istante dopo mi eri già passato accanto. Il cuore mi batteva all’impazzata: involontariamente dovetti rallentare il passo, e come mi girai, in preda a una curiosità indomabile, vidi che ti eri fermato e che mi guardavi. E lo capii subito, dal modo in cui mi osservavi, intrigato e interessato: non mi avevi riconosciuta.

Oggi capisco – ah, tu mi hai insegnato a capirlo! – che il viso di una fanciulla, di una donna, dev’essere qualcosa di infinitamente mutevole per un uomo, perché il più delle volte è appena uno specchio – ora una passione, ora un gioco infantile, ora un gesto di stanchezza – e svanisce con la stessa facilità di un’immagine riflessa; che, insomma, un uomo può smarrire molto più facilmente il ricordo del viso di una donna, poiché il tempo lo attraversa con luci e ombre, l’abito lo incornicia ogni volta in maniera diversa. Coloro che si rassegnano, soltanto loro sono in realtà le vere sapienti.

Dissi che avevo ancora tempo. Così mi chiedesti, scrollandoti subito di dosso una lieve esitazione, se non volevo salire un attimo su da te a chiacchierare. «Volentieri», dissi con tutta la naturalezza del mio sentimento, e subito notai che in qualche modo eri rimasto colpito dalla rapidità della mia risposta – non so se fosse imbarazzo o contentezza, ma in entrambi i casi eri visibilmente sorpreso. Oggi capisco bene quel tuo stupore; lo so, tra le donne, anche quando il desiderio di abbandonarsi alla passione è bruciante, si è solite negare questa inclinazione per fingere invece spavento o indignazione, che solo insistenti preghiere, bugie, promesse e giuramenti riusciranno a placare.

Immagina – suona banale, ma non so dirlo in altro modo – che fino alla tua porta c’erano stati, per una vita intera, la realtà, il mondo di tutti i giorni, cupo e smorto, e dietro di essa si apriva il regno incantato della bambina, l’antro di Aladino; immagina che per migliaia di volte avevo fissato con occhi ardenti quella porta che ora attraversavo barcollante, e solo così potrai intuire – ma soltanto intuire, mai sapere davvero, amore mio! – ciò che portò via con sé, della mia vita, quel minuto travolgente.

Quella volta, in quella sala all’Ospizio di Maternità, ho toccato con mano l’orrore della povertà, ho capito che in questo mondo il povero è sempre colui che viene calpestato, umiliato, la vittima, e non volevo, a qualsiasi costo, che tuo figlio, il tuo raggiante, splendido bambino, dovesse crescere laggiù, in quegli abissi, in mezzo alla feccia, al grigiore stantio, alla volgarità della strada, nell’aria appestata di una stanza che affaccia su un pozzo luce. La sua tenera bocca non doveva conoscere la lingua del marciapiede, né il suo corpo candido le vesti livide, sformate della povertà – tuo figlio doveva avere tutto, tutta la ricchezza, tutta la leggerezza della terra, doveva elevarsi di nuovo fino a te, alla sfera in cui vivi tu.

Mai ho conosciuto un uomo, nelle carezze di un uomo, una tale dedizione all’attimo, un tale divampare e risplendere dell’essenza più profonda – per poi estinguersi, tuttavia, in un oblio senza fine, quasi disumano.

Titolo: Novella degli scacchi-Paura-Lettera di sconosciuta
Autore: Stefan Zweig
Prezzo copertina: € 5.90
Editore: Newton Compton
Collana: Classici moderni Newton
A cura di: S. Montis
Data di Pubblicazione: giugno 2016
EAN: 9788854191051
ISBN: 8854191051
Pagine: 151

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