Starcrash di Luigi Cozzi, un film da rivalutare 1


A cura di Gordiano Lupi

Il successo riportato da George Lucas con Guerre stellari (1977) convince il regista italiano Luigi Cozzi, grande appassionato di fantascienza, a girare un film che si muove sulla stessa falsariga: Starcrash – Scontri stellari oltre la terza dimensione (1978). Un film a suo modo d’autore perché il regista scrive pure il soggetto e lo sceneggia, in collaborazione con Nat Wachsberger e R.A. Dillon per  i dialoghi. La pellicola esce con la firma anglofona di Lewis Coates, pseudonimo che in Italia e sui mercati esteri permette una migliore commercializzazione del prodotto. Un nutrito gruppo di tecnici italiani e americani lavora agli effetti spaziali e stellari ben riprodotti in studio: Paul Beeson, Roberto D’Ettore Piazzoli, Roberto Girometti, Giuseppe Lanci e Ron Hays. La colonna sonora di John Barry realizza un buon tema fantascientifico stile Guerre stellari, tanto da risultare a tratti molto intensa e suggestiva. Un vero e proprio cast lavora agli effetti speciali, che per le conoscenze tecniche del tempo e per le possibilità economiche sono notevoli: Matteo di Verzini, Germano Natali, Armando Valcauda e Caio Crescini. Il montaggio di Sergio Montanari è serrato e rapido, non ci sono tempi morti e le scene d’azione le possiamo definire “all’americana”. Ottime anche le scenografie di Amedeo Crugnola che ricostruisce navicelle spaziali, mondi lontanissimi, pianeti sconosciuti in modo più che credibile. Producono il film Nat e Patrick Wachsberger e Luis Nannerini per la A.I.P. Enterprises e lo distribuisce la Fida Cinematografica. Gli attori principali sono la bella Caroline Munro nei panni succinti di Stella Star, pirata dello spazio convertita agli ideali dei buoni e Marjoe Gortner, il compagno d’avventura Akton dai poteri soprannaturali e dal cuore d’oro che si sacrifica per la giusta causa. Presenze importanti: Judd Hamilton, marito della Munro nella vita reale e robot Elle nella finzione, mascherato in tuta spaziale da androide, e il grande Christopher Plummer, l’Imperatore delle galassie. Una particina molto breve viene ritagliata anche per Nadia Cassini, sensuale regina delle Amazzoni che canta pure il motivetto della colona sonora Star Crash. Joe Spinelli è il malvagio conte Zarthan e Robert Tessier è Thor il traditore. Citiamo anche Daniela Giordano, Cindy Leadbatter e Salvatore Baccaro che per le sue caratteristiche fisiche viene utilizzato nei panni di un orrendo umanoide. Baccaro è un vero esperto di simili interpretazioni, si veda per tutti La bestia in calore (1977) di Luigi Batzella che Marco Giusti ha utilizzato addirittura come immagine simbolo per il suo dizionario “Stracult” sul cinema italiano. Il film è girato a imitazione di Guerre stellari però ha una sua identità autonoma, è prodotto con capitali Usa e girato a Cinecittà con la partecipazione di validi tecnici italiani. Star Crash è noto anche con i titoli: Scontri stellari oltre la terza dimensione e Stella Star. Negli Stati Uniti è stato distribuito da una società di Roger Corman e ha incassato molto bene, secondo una dichiarazione dello stesso Cozzi riportata nel volume “Spaghetti nightmares” (Luca M. Palmerini e Gaetano Mistretta, 1996).
Il budget a disposizione di Cozzi per costruire una risposta italiana a Guerre stellari era di appena un miliardo e seicento milioni mentre ne sarebbero serviti molti di più per fare le cose al meglio. Il film in ogni caso si fa apprezzare per un soggetto semplice e originale, per le scenografie curate e un cast di attori ben impostato, tanto che si lascia vedere con piacere a distanza di oltre vent’anni. La fantascienza italiana non presenta prodotti cinematografici di particolare valore, a parte i classici di Antonio Margherirti e di Mario Bava che risalgono agli anni Sessanta. Luigi Cozzi si ispira ai grandi maestri e pesca a piene mani dagli effetti speciali di George Lucas ed è ovvio che il paragone va fatto con i film degli anni Settanta e non con le produzione attuali che si avvalgono di effetti speciali computerizzati un tempo ignoti. Ecco perché non condivido la definizione di Marco Giusti che su “Stracult” a proposito di Star Crash  parla di supercult trash, se alla parola trash si dà il suo vero significato di spazzatura. Il trash si differenzia dal kitsch perché è “il brutto consapevole di essere tale, senza le pretese intellettuali del kitsch che nasconde sempre un messaggio. Non vedo come si possa definire trash un buon film come Star Crash, costruito con perizia artigiana utilizzando al meglio i pochi mezzi disponibili a livello di effetti speciali, ben recitato e con una narrazione rapida ed essenziale che appassiona al punto giusto. Certo, è un po’ la solita storia dello scontro tra buoni e cattivi dove, dopo una lunga battaglia e diverse peripezie che lasciano sul campo alcune vittime, i buoni vincono e i cattivi perdono. Nessuno lo può negare. Però nei romanzi e nei film di fantascienza spaziale la storia è sempre un po’ quella e anche Guerre stellari non brillava certo per l’originalità della trama. La fantascienza è questa, se piace la si accetta per il suo compito di intrattenimento puro e fantastico, come cinema che fa sognare e che ti immerge nell’atmosfera di mondi lontanissimi. Secondo me un film di fantascienza è ben riuscito quando rende credibile l’impossibile ricorrendo a buoni effetti speciali e a una scenografia realistica. Star Crash ci riesce ed è un esempio di come si possa fare un buon film di fantascienza con mezzi non miliardari, seguendo la lezione di maestri come Bava e Margheriti.
Per parlare un po’ del regista diciamo che Luigi Cozzi (Busto Arsizio, 1947) viene dal giornalismo e collabora a lungo con il periodico giovanile “Ciao 2001”, rivista che tutti noi ragazzi degli anni Settanta abbiamo letto perché era l’unico giornale che parlava delle cose che ci interessavano (belle attrici un po’ svestite, cinema e soprattutto musica). Cozzi manifesta una grande passione per la fantascienza traducendo per Mondadori i romanzi della serie “Urania” che negli anni Settanta andavano per la maggiore. Nel cinema fa prima l’assistente al doppiaggio e al montaggio, poi collabora con Dario Argento ed è aiuto regista per Quattro mosche di velluto grigio (1971) e Le cinque giornate (1973).  Debutta nel cinema a ventidue anni con l’interessante Il tunnel sotto il mondo (1969), un film fantascientifico con impronta d’autore tratto dal romanzo di Frederick Pohl, che racconta le vicissitudini di un uomo che si sveglia in una città il 32 di luglio e si accorge che non esistono più presente e futuro. Nel 1975 Cozzi prosegue la sua avventura di regista con il film tv Il vicino di casa e con il giallo argentiano a basso budget L’assassino è costretto a uccidere ancora (1975). Sempre del 1975 è La portiera nuda con Irene Miracle ed Erika Blanc, un buon film erotico anche se il genere non è tra i preferiti dal regista. Cozzi dirige pure un lacrima movie al tempo del successo de L’ultima neve di primavera (1973) di Raimondo Del Balzo e il suo film strappalacrime si intitola Dedicato a una stella con Pamela Villoresi e Richard Johnson. L’ho visto che ero un ragazzino su insistenza della mia compagna di allora che amava questo genere di film. Pare che Cozzi lo ritenga il suo miglior film ma io non ho mai avuto grande simpatia per i lacrima movies. Dopo Star Crash, una delle sue cose migliori, dirige un buon film come Contamination (1980), risposta italiana ad Alien (1979) di Ridley Scott e apprezzato pure da Quentin Tarantino,  un film costato quattrocento milioni e girato in cinque settimane che in Italia hanno visto in pochi ma che è un cult in tutto il mondo. Un altro genere dove Cozzi ha dato il meglio di sé è il peplum con due film come Hercules (1983) e Hercules II (1984). Dobiamo parlare di neo peplum perché siamo fuori tempo per il peplum classico, ma Lou Ferrigno (il celebre Hulk televisivo) è molto credibile nei panni dell’eroe mitologico. La cosa originale è che l’Ercole di Cozzi se la deve vedere con un mondo fantascientifico tra mostri meccanici, centauri e mosconi giganti. Hercules II è un film di montaggio che pesca scene dai ritagli del primo e da altri film come I magnifici dieci gladiatori di Bruno Mattei, il cast non è eccelso e c’è addirittura Milly Carlucci nei panni di Urania. Fu un bel fiasco ma va ricordato per i buoni effetti speciali e per il montaggio paziente e certosino.  Purtroppo Luigi Cozzi chiude la carriera con il pessimo Paganini Horror (1989), film disastro per via di una produzione che economizzava su tutto, pure se poteva contare su attori come Daria Nicolodi e Donald Pleasence. Questo breve profilo di Luigi Cozzi mi serve prima di tutto a dire che siamo in presenza di un regista preparato che ha girato pochi film ma quasi tutti con una storia da raccontare, spesso sono stati film d’autore che si è scritto e sceneggiato da solo. Fantascienza e giallo sono i suoi cavalli di battaglia, pure se per la fantascienza nutre una particolare predilezione. Ha curato rassegne di cinema americano di fantascienza e ha scritto molte sceneggiature per film altrui. Ricordiamo: Quattro mosche di velluto grigio, La mano nera, Le cinque giornate, Il re della mala, Il romanzo di un giovane povero, Orgasmo nero, Il gatto a nove code, Shark – rosso nell’oceano.  Torniamo a Star Crash e ai motivi per cui secondo me è un film sottovalutato e da riscoprire. Prima di tutto raccontare il soggetto è molto semplice: l’Imperatore dell’Universo recluta i pirati dello spazio Stella Star e Akton, li unisce all’androide Elle e al futuro traditore Thor per far fronte al malvagio conte Zartharn. Il film è un susseguirsi di battaglie e avventure rese cinematograficamente molto bene e si conclude con la scontata vittoria dei buoni sui cattivi.
Non condivido per niente lo sprezzante giudizio di Leonard Maltin Review: “Il ghignante Gortner e la sexy Munro sono reclutati per salvare l’universo dalla distruzione minacciata dal cattivo Spinelli. Film di fantascienza demenziale con abbondanza di effetti speciali; se non siete un fan della Munro, è buono per farsi quattro risate, non di più”. Non sono neppure dalla parte di Marco Giusti che su “Stracult” scrive: “Gli effetti speciali sono spaventosi, gli attori sono scelti come solo nei più grandi trash americani, le battute ridicole. Su tutto trionfa la giunonica eroina Caroline Munro, strafigona in bikini di pelle, con mutande ascellari più che stellari, una specie di quadratone sulla patonza, un pistolone pendulo sulle cosce e folli stivaloni”. Lasciamo stare che poi Giusti equivoca alla grande e afferma che Akton è un robot dai poteri paranormali, mescolando il personaggio di Akton con quello dell’androide Elle. Akton viene invece definito “un alieno ricciolone interpretato dall’ex predicatore Marjoe Gortner”. Giusti demolisce film e attori e prosegue dicendo che “Christopher Plummer appare sull’astronave come fosse un ologramma mal riuscito, il gruppo se la vede con ogni tipo di mostro e pericolo, con il cattivissimo barone Zarthan, con una gigantessa robot, con un gruppo di amazzoni dello spazio comandate da una Nadia Cassini col sedere di fuori (non è vero… una tantum è coperto, nda)”. Per Giusti infine Caroline Munro è del tutto inespressiva e declama battute che fanno ridere, mentre a mio parere la bella attrice è una delle presenze migliori del film. Secondo me caso mai si poteva sfruttare meglio e di più il sex appeal di Nadia Cassini invece di confinarla in una fugace apparizione.  In ogni caso va dato a Marco Giusti il merito di essere uno dei pochi critici cinematografici italiani che ricorda l’esistenza di Star Crash, pellicola candidamente dimenticata nei loro imponenti manuali sia dal Mereghetti che dal Morandini. Si salva dall’oblio solo Pino Farinotti che dedica al film solo quattro anonime righe dove racconta la trama in modo asettico. E poi Marco Giusti conclude dicendo che “rivisto oggi Star Crash merita uno studio approfondito che vada al di là della battuta facile”, quindi dobbiamo dargli atto di grande onestà intellettuale. Il critico grossetano non è di certo prevenuto, come la maggior parte dei critici intellettuali, verso questo genere di pellicole. Il compito che mi propongo in queste pagine è proprio quello di cercare di analizzare a dovere una pellicola che merita maggiore considerazione nello scarno panorama della fantascienza italiana.
Tra le tante cose buone del film ricordo la bella ricostruzione della nave spaziale, i giochi di luce che ricreano un campo magnetico, i modellini ben confezionati che rendono credibili le macchine volanti, gli uomini che fluttuano nello spazio come veri astronauti e i trucchi psichedelici come gli ologrammi dove compaiono il giudice spaziale e l’Imperatore. L’ambientazione fantascientifica è curata, bella l’immagine della prigione – fornace dove è condotta Stella Star che dopo poche sequenze organizza una rivolta e fugge. Citiamo una suggestiva sparatoria a raggi infrarossi  e dei primi piani sul sexy costume della Munro che mette in mostra le lunghe gambe, pure se l’attrice non è soltanto bella ma pure brava. Gli effetti speciali non sono male per il periodo storico e per i mezzi a disposizione, notevoli gli sfondi e le immagini in sovrimpressione che risultano credibili pure quando le navicelle volano e il tutto è girato in uno studio di Cinecittà. La sequenza dell’incontro con le amazzoni mi ha ricordato il Pianeta delle scimmie di Franklin Schaffner (1968), soprattutto per l’ambientazione su una spiaggia deserta e surreale. Da notare anche il costume sexy di Nadia Cassini che si vede solo per poche sequenze e mostra le gambe nude e un po’ di seno, ma per una volta niente sedere. Il mostro d’acciaio attivato da Nadia Cassini che contrasta la loro fuga è macchinoso e costruito in modo artigianale, però tutto sommato non stona nell’economia del film. Bella la scena del coltello enorme lanciato a bloccare la fuga di Stella e del robot Elle e la lotta finale che lo vede soccombere sotto le scariche della navicella. Pare un novello Polifemo sull’isola dei ciclopi questo gigantesco guerriero di latta dai movimenti lenti e compassati. Si prosegue con scene di guerra che si svolgono sulle navi spaziali che ricordano molto gli effetti dei videogiochi anni Settanta.
Il pianeta di ghiaccio è un altro scenario ben ricostruito e le sequenze che vedono Stella ed Elle assiderati sono molto credibili. Interessante la figura del quasi umano robot Elle programmato per non arrendersi mai che salva da morte sicura l’eroina grazie al suo calore termico. Akton intanto uccide Thor che aveva tradito per mettersi al soldo del conte malvagio e si scopre che lui aveva poteri soprannaturali al punto di leggere il futuro. “Però non è giusto parlare del futuro pure se lo conosco, perché poi qualcuno di noi tenterebbe di cambiarlo e questo non è possibile” dice con parole da vecchio saggio. Altra parte interessante è quella che mostra l’arma mentale del perfido conte Zarthan che colpisce con raggi rossi e campi magnetici. Ma su tutti citerei gli orribili umanoidi che attaccano e distruggono Elle a randellate (pure se poi nel finale tornerà ricomposto e più attivo di prima) e che sembrano mostruosi uomini delle caverne. Salvatore Baccaro è perfetto nella parte e non ha bisogno di maschera, gli altri invece presentano tratti sfigurati tipici dei film horror. Le scene che vedono protagonisti gli umanoidi sono dei bei pezzi di cinema fantahorror sullo stile di Mario Bava e del suo Terrore nello spazio (1965)
A questo punto entra in scena anche il figlio dell’Imperatore che per mezzo di un’arma letale nascosta nel casco spaziale uccide umanoidi a colpi di raggi e libera Stella. Il conte Zarthan è un malvagio da fumetto, ride con un ghigno sardonico che pare il Ming di Flash Gordon, ma tutto sommato Joe Spinelli se la cava bene nella caratterizzazione del cattivo. La morte di Akton è commovente, lui si disintegra nella galassia per il bene di tutti e per la salvezza dei compagni. “Il mio unico vero amico” dice Stella mentre ne piange la scomparsa. La parte finale del film è una guerra stellare ad alto livello e appassiona gli amanti della fantascienza spaziale. L’Imperatore ferma il flusso del tempo per te cicli e da quel momento comincia la battaglia spaziale a base di modellini e di effetti da videogioco che ricordano molto i vecchi film di Margheriti e Bava. Da citare la fanteria spaziale che viene catapultata nella navicella nemica con un singolare abbordaggio all’interno di siluri volanti che sembrano enormi suppostoni gialli. Le sequenze di guerra sono costruite con originalità e inventiva, tutte a base di fuochi d’artificio e lampi di magnesio realizzati in studio, però ricordiamo anche molti corpo a corpo a base di lance con raggi laser e pistole che lanciano mortali raggi verdi. La prima battaglia la vince il perfido conte che vuole usare la sua arma letale contro il pianeta dell’Imperatore. I nostri eroi risolvono la difficile situazione ricorrendo allo scontro stellare con un’isola cosmica che viene sospinta verso la fortezza del conte. Intanto Elle è stato rigenerato e il suo aiuto è decisivo nello scontro finale dove si notano pianeti costruiti con lucine colorate in un finto spazio e una battaglia tra le navicelle del conte e l’isola cosmica guidata da Stella e dal fido androide. Il conte muore nell’esplosione finale mentre Stella ed Elle si abbandonano a una nuotata spaziale e fanno ritorno alla base. Tutto finisce nel migliore dei modi con il figlio dell’Imperatore che si innamora di Stella Star e il vecchio Imperatore che filosofeggia sulla calma raggiunta e sulla nuova possibilità di sorridere. Una menzione particolare la merita il bravo Christopher Plummer che rende credibile questa figura di Imperatore prima tormentato e alla fine felice per aver ritrovato il suo unico figlio disperso nello spazio. Tutto il ritmo del film è sostenuto e cattura l’attenzione dello spettatore calato in uno scenario futuribile che ha del fiabesco e del surreale ma che è reso con dovuta credibilità.
Da un punto di vista economico Star Crash è costato un anno e mezzo di lavorazione tra compromessi e rinunce, è stato un successo in tutto il mondo e ha chiuso con un incasso di sedici milioni di dollari soltanto in America. Mica male. In Italia invece è stato snobbato da critica e parte del pubblico, ancora adesso abbiamo visto che il solo Marco Giusti sente la necessità di parlarne. Il tempo come sempre galantuomo porterà a rivalutare anche opere come questa, per il momento mi sono provato a dissipare qualche pregiudizio di troppo. Per finire vi dico che se amate la buona fantascienza andatevi a rivedere Terrore nello spazio di Mario Bava e Il pianeta degli uomini spenti di Antonio Margheriti. Ma un posticino nella vostra serata dedicata al fantastico lasciatelo anche per Star Crash che ne vale davvero la pena.

Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi
www.gordianol.blogspot.com
http://cinetecadicaino.blogspot.com/


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Un commento su “Starcrash di Luigi Cozzi, un film da rivalutare

  • giuseppe

    Ottimo articolo… Star Crash non è un capolavoro, ma cambia continuamente ambientazione e situazioni e riesce a intrattenere alla grande… vedere la versione USA in blu-ray è stato un vero piacere, peccato manchi ancora la versione italiana.