SIVORI. GENIO E SREGOLATEZZA


A cura di Augusto Benemeglio

Dieci anni fa moriva Omar Sivori
1. Un vizio per chi ama il calcio
Dieci anni fa , il 17 febbraio 2005, moriva Enrique Omar Sivori, che per chi ama il calcio – disse l’Avvocato , che lo portò in Italia – era un “vizio” , un po’ come il fumo, come le donne, come le cose belle, insomma, che hanno in sé anche un po’ di veleno.
E l’avvocato non sbagliava, perché Sivori aveva dentro di sé l’arcobaleno , la fantasia , la gioia, ma anche lo sberleffo e la provocazione. Sembrava un indio , con quel ciuffo nerissimo sugli occhi e l’andatura caracollante da ballerino, tant’è che in una partita col Real Madrid , Pachin, il suo marcatore , lo aveva sfottuto in continuazione – Ti manca solo la piuma in testa per essere un indio perfetto. E la risposta di Sivori fu una craniata sul naso di Pachin che finì lì la partita e andò all’Ospedale. Era fatto così, “ElCabezon” (nomignolo affibbiatogli per via di un zazzerone corvino) , che non era indio , ma di origine italiana, di ceppo genovese , e un suo avo era stato perfino ammiraglio della Marina Sabauda, e un altro suo parente era stato maestro di musica lirica del giovane Eugenio Montale.

2. Il cantore di Eupalla
Sivori aveva tutto del genio: l’estro e la pigrizia , la danza e l’indolenza , il pugno e la carezza, l’allegria e il pianto , il fulmine e il sonno. Era egoista ,strafottente, narcisista al massimo grado. Teneva il pallone come se fosse solo suo , il suo Padrone e Signore. o come un ballerino di tango tiene la sua donna. Faceva scivolare la palla nel casquè , poi l’ arrotolava d’amore, la toccava con la delicatezza di un pittore , sempre rubando il tempo all’avversario con quel suo piede sinistro prendeva in giro il mondo . Là sotto c’era la macumba e il gregoriano la forza e la leggerezza, il sogno e l’eleganza , la parabola perfetta e lo sberleffo, un corpo illimitato e la goccia di fuoco. E una fede cieca in sé stesso , un gallo nero che con il suo canto spacca la notte e le montagne. Là , sotto quel piede sinistro , questo quasi nanerottolo ( era alto un metro e sessantatre) , nascondeva immagini di santi e di poeti. Era lui – disse Gianni Brera – l’incarnazione del cantore , l’aedo di Eupalla , la musa del calcio , che guidava la sua danza sul prato verde.

3. Gli angeli dalla faccia sporca
“ Povero Cabezon, – scrisse Gianni Mura il giorno della sua morte– se ne è andato per un cancro al pancreas , ma aveva cominciato a morire quando gli era morto, ancora giovane, un figlio. E la vita gli era sembrata più piccola e amara, nella vasta tenuta di San Nicolas”.
Poco diplomatico e indisciplinato da giocatore, ( deteneva il record delle squalifiche), non era cambiato da commentatore televisivo. Andava giù piatto, a gamba tesa , i suoi giudizi erano netti, decisi, fin troppo per la prudenza dell’emittente che lo ospitava. Il calcio da tonnara, che vedeva un po’ ovunque, non gli piaceva e non faceva nulla per nasconderlo. Era arrivato in Italia nella stessa infornata di Angelillo e Maschio, detti gli “Angeli con la faccia sporca”. Tutti e tre si erano laureati, come Di Stefano, all’università della strada. Sivori era un fantasista per vocazione e provocazione. “Se Omar si fosse allenato, sarebbe stato forse il più grande di tutti” , ripeteva spesso il Petisso Pesaola. Ma già così, allenandosi poco e malvolentieri, è stato grandissimo. Giocava col pallone come un gatto col gomitolo, teneva sempre i calzettoni abbassati , senza parastinchi, sostenendo che gli dava fastidio l’elastico, che gli toglieva sensibilità alle gambe.

4. La linea Maginot
Ci voleva strafottenza ma anche coraggio, a giocare a gambe nude. Quelli erano gli anni di Blason e Picchi , anni in cui lo stopper o il libero tiravano coi tacchetti una riga fuori dall’area di rigore e dicevano agli attaccanti: se la passi ti rompo una gamba. E questo accadeva in tutte le categorie (ne sono diretto testimone , anch’io, per aver giocato in squadre dilettanti ) . Sivori non solo la passava allegramente, quella terribile Maginot , ma scherniva e umiliava il rozzo avversario di turno facendogli tunnel, e magari aspettandolo, per farglielo una seconda volta. E così un giorno – racconta Mura – a Torino uno stopper del Catania gli disse: al ritorno ti rompo una gamba. E Sivori, calmissimo: va bene, ma cerca di fare presto altrimenti te la rompo prima io. E così andò, col piede di Sivori a martello sul ginocchio di Grani. I vecchi a Padova si ricordano ancora del loro portiere che becca un gol su rigore e rincorre Sivori fino agli spogliatoi anche se l’arbitro non ha ancora fischiato la fine. La Juve vinceva quattro a zero, mancava poco alla fine. Occhiata implorante del portiere a Sivori che dice: non ti preoccupare te lo tiro sulla sinistra. Moro si butta e la palla va dall’altra parte. Sivori era fatto così.

5. Vide Omàr quanto è bello
“Omar sapeva essere carogna con le carogne, ma se uno lo marcava duro ma leale,
anche lui era leale”. E questo lo disse Bearzot , l’allenatore che vinse il mondiale dell’82 e che gli fu , – da giocatore ,- avversario onesto e tenace, ma leale. Gli Agnelli e tutto il pubblico juventino stravedevano per Sivori, pur sapendo della sua enorme passione per il poker notturno, il whisky , le sigarette e le belle donne. Poi andò a Napoli, per incompatibilità con il ginnasiarca Heriberto Herrera e i tifosi napoletani fecero festa grande e cantavano : “Vide omàr quant’è bello“.
E anche a Napoli, con Altafini e Canè , diede spettacolo di gioco e di gol . E quando arrivò la Juve al San Paolo il Napoli la battè con un gol di Altafini su assist di Sivori, che prese il pallone nella porta della Juve, andò piano verso il centrocampo e arrivato all’altezza della panchina di HeribertoHerrea gli tirò il pallone addosso. Ma non volgarmente, con forza, no, un tocchetto leggero, da gatto. Era lo scontro tra il genio e il militaresco allenatore che l’aveva mandato via dalla Juve perché non s’allenava.

6. Sono stati gli Herrera a rovinare il calcio
“E’ vero – disse una volta ElCabezon – che non mi sono mai allenato bene, ma non ritenevo di averne bisogno. In fondo dovevo giocare a pallone e col pallone ho sempre fatto quello che volevo. E poi allora bastava la tecnica a fare la differenza. Sono stati gli Herrera che hanno rovinato il calcio con l’atletismo, la tattica difensiva, l’ossessione del risultato ad ogni costo”.
Omar è una stravaganza del destino, una piroetta tecnica figlia dell’invenzione, un tocco che ricorda il pungere dei serpenti a sonagli; un’occhiata demoniaca rivolta all’avversario; uno show arrogante; un impulso suggerito da un gene maligno e spettacolare; uno slancio viscerale e luciferino che gli lievita dentro e che intanto gli ispira gesti leggiadri, uno che regalava gioia ai compagni di squadra, ai dirigenti e ai tifosi. Una creatura diabolica a cui piace respirare i battiti della vita nel modo più scanzonato, irriverente, talvolta dissacrante. Uno zingaro, un picaro attaccato alla famiglia capace di una sensibilità rara che non vuole comunicare.

7. Più artistico di Maradona.
Quanti fiumi d’inchiostro versati per l’indio dal mancino diabolico!. E quanto era bello poter leggere “finta alla Garrincha” e “tunnel alla Sivori”: nessuno come lui fu capace di questa divina prodezza tecnica, scrive Angelo Caroli, che fu suo compagno di squadra. E i movimenti zizzaganti, le finte repentine, la grazia del tocco, la superbia carognesca dell’indio che lo portava al ritorno per dribblare di nuovo terzino e portiere. Li lasciava seduti aspettando che rinvenissero prima del cinico pallone in rete. Maradona fu più veloce e più uomo-squadra, ma Sivori era più artistico. L’etichetta di genio e sregolatezza gli va a pennello, – disse Boniperti , che era l’opposto di Sivori in quanto a carattere, ma in campo se la intendevano benissimo – “Pochi hanno raggiunto la sua perfezione nel dribbling e, – se ne aveva voglia,- dell’assist. Parola di Giampiero Boniperti”.

Augusto Benemeglio
Roma, 1 gennaio 2015

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