Simona Vinci: La prima verità


Citazioni tratte da: La prima Verità di Simona Vinci

Le isole hanno a che fare con gli spostamenti tellurici e con le eruzioni vulcaniche, possono apparire e scomparire nel corso di pochi mesi oppure milioni di anni; la loro origine è spesso segnata da un’esplosione devastante che dal cuore del pianeta si propaga verso l’alto e costringe la Terra a spaccarsi e il mare a infuriare. La loro esistenza non è data per scontata una volta per tutte e per questo sono tanto affascinanti e terribili. Sono forse i luoghi della Terra che più somigliano agli esseri umani: hanno i giorni contati, fin dal principio contengono in sé il germe della loro estinzione e la loro vita è soggetta a mutamenti che arrivano dall’esterno, imprevedibili e impossibili da evitare.

… il silenzio era tanto affilato e freddo che faceva quasi sanguinare le orecchie.

Sapevano anche che la maggior parte di loro stava lì a ciondolare nel cortile di cemento per tutto il giorno, sotto un sole accecante, senza altro da fare che lasciar scorrere il tempo, un tempo che per alcuni doveva essere immobile, un’eterna ripetizione dello stesso istante, e per altri una corsa folle in avanti, nel futuro, tra cose e persone sconosciute e spaventose, oppure all’indietro, in un passato fitto di eventi che continuavano ad accadere, ma un tempo che da fuori appariva a tutti quelli che li guardavano in un unico modo: un taglio che non smette di aprirsi.

Io sono qui. E loro sono qui. Anche tu sei qui. Ma sei sicura che io posso andar via? Sei sicura che voglio andare via? Sei sicura che voglio andare via? Non sei sicura. Nessuno è sicuro. E io invece cosa so? So che sto qui sono vivo, se esco muoio. Allora perché mi chiedi come sto?

L’unica cosa che rimane è il tempo.
Il tempo passato, dove vivono tutti i tuoi fantasmi.
Il tempo futuro, dove ti attendono quelli che lo diventeranno
E il tempo presente: qui.
Tu – io- un chiodo puntato a terra.

Scrisse qualche riga nel quaderno rosso: «L’occhio del mostro non è buono né cattivo, l’occhio del mostro vede». Non sapeva neanche cosa significasse, quella frase, ma non la cancellò.. Rimase lì, nella sua calligrafia troppo grande e inclinata, sopra una pagina bianca, a ricordarle che neanche di noi stessi sappiamo tutto quel che crediamo di sapere e che a volte ci sono voci sconosciute che parlano attraverso di noi.

La nostra vita incrocia per vie misteriose quella di altri esseri umani, e a volte si ha la sensazione di poter in qualche modo emendare e riscattare l’esistenza di qualcuno. A distanza di giorni, oppure di anni, un nodo si scioglie, una particella sospesa da troppo tempo si adagia, una pianta silente torna a fiorire. E’ così, e non c’è spiegazione logica che tenga.

Chissà cosa e quanto i pesci riescono a vedere quando l’acqua è torbida. Nei giorni di scirocco, le correnti lunghe sollevano con pazienza il sedimento e rimescolano il mare. Davanti alle lenti della maschera subacquea si spalanca un muro verde, uno spazio solido nel quale ondeggiano frammenti di alghe, krill e sostanze irriconoscibili. I pesci guizzano tra le rocce senza manifestare nessuno strano comportamento, i loro movimenti non sono rallentati e incerti come quelli degli esseri umani quando si ritrovano in mezzo a un banco di nebbia. I pesci non basano la loro valutazione del mondo nel quale sono immersi sulla vista, ma sugli impulsi elettrici, sui suoni e sulle scie odorose che attraversano l’acqua. Cose delle quali noi umani non sappiamo nulla. Il silenzio del mare, andiamo ripetendo da centinaia di anni. L’abissale infinito silenzio degli spazi profondi. Un silenzio dipinto, evocato, descritto, mitizzato, ma che non esiste da nessuna parte. Il mare è suono, musica, grida; ascoltato con l’idrofono dei biologi marini si è rivelato gonfio di un frastuono assordante, dove grida, gemiti e musiche si accavallano e si mescolano in una sinfonia misteriosa.

La realtà delle cose che accadono non è fatta della stessa materia dell’immaginazione, né dell’anticipazione o del racconto di ciò che è successo ad altri.

La tortura non è una cosa che si dimentica, che si mette da parte e dopo la quale si può continuare a vivere come prima. Prima che romperti di denti, le ossa, strapparti la pelle dei testicoli e lacerarti le piante dei piedi a colpi di bastone, la tortura ti spacca qualcosa nella testa. Ti spezza nel punto più delicato, quello che è impossibile cicatrizzare o saldare.

L’amore e il denaro avevano in comune una cosa: erano pensiero dominante e catena, costringevano a stare dove magari non si avrebbe voluto, mostravano con evidenza lampante che tutto era scambio, tutto aveva un prezzo.
Così come costruisce muri, il denaro sa abbatterli.

La casa è il cuore della nostra vita di essere stanziali. Dentro la casa siamo nati e cresciuti, i suoi muri ci hanno insegnato la distanza tra noi e il mondo, ci hanno tenuti dritti quando imparavamo a camminare. Da un giorno all’altro le mani si ritrovarono aggrappate al vento e insieme alla casa crollarono anche loro.
Lo spazio aperto è un infinito insopportabile.
Lo sguardo degli altri una condanna continua.
Da bambino non puoi salvare la tua famiglia.

Forse, il passato diventa un’ombra che ti cammina addosso solo quando è brutto. Oppure, semplicemente, quando non te lo ricordi. Si, forse era proprio così: l’acqua sepolta cerca una via nella terra, anche sottile come un filo, per poter uscire fuori.

Ci sono poeti che fanno esattamente il contrario, e ce ne sono tantissimi, poeti di regime, venduti, gentaglia che scrive versi a peso, che scrive ciò che gli conviene o addirittura ciò che gli viene chiesto. Le loro parole sono merda. Loro, sono merda. Se sporchi le parole che scrivi non potrai pulirle mai più. La scrittura andrebbe trattata come un corpo delicatissimo, il corpo di un bambino, fragile, quasi trasparente. Noi siamo il chirurgo che deve incidere la sua carne e suturarla, noi siamo quelli che devono tenerli in vita, le parole. E il falso le ammazza. Tu vorresti essere una che ammazza bambini?

«Cuore, mio cuore, turbato da affanni senza rimedio, sorgi, difenditi, opponendo agli avversari il petto; e negli scontri coi nemici poniti, saldo, di fronte a loro; e non ti vantano di fronte a tutti, se vinci; vinto, non gemere, prostrato nella tua casa. Ma gioisci delle gioie e soffri dei dolori non troppo: apprendi la regola che gli uomini governa».

I ricordi arrivano nella testa slegati tra loro come quei granelli. scaglie di luce che si perdono subito e il bambino non riesce mai a capire se questa cosa fa parte della natura dei ricordi o se invece è lui a scacciarli in qualche modo per non permettere che facciano troppo male. Perché è così, con i ricordi, se lasci uno spiraglio loro ci si infilano, e quando sono entrati cominciano a prendere spazio e aria fino a farti morire schiacciato e soffocato.

Sa che gli uomini battono le donne, le donne battono i bambini, i bambini battono i cani e i cani si ammazzano tra loro. Tutti gli esseri viventi si scontrano con gli altri esseri viventi, ognuno vuole aver ragione, difendere ciò che è suo, prendere ciò che è di qualcun altro. Un uomo vuole una donna, una barca, una rete piena di pesci, dei soldi, una donna vuole il silenzio, la casa in ordine, il marito placato, un bambino vuole un giocattolo, un frutto maturo, un dolce, un cane vuole un osso, una cagna, una cuccia più calda, un padrone che lo batta. Il cane quindi è il più cretino, non è un caso che al mondo comandino gli uomini e non i cani.

Basii non aveva mai toccato il corpo di una donna che non fosse sua madre. Non si era mai nemmeno chiesto se lo desiderasse oppure no. Aveva altro da pensare. La storia di Dio e quella della vertigine gli riempivano tutto lo spazio disponibile e l’avevano riempito per tutto il tempo, da sempre.
Fino a ora, con questo peso tra le gambe che non si placa, il cuore che pompa sangue dappertutto e gli fa arrossare la pelle e gli scoppia nelle orecchie e nei polpastrelli e tra le gambe. Il corpo della ragazza è bianco, tenero, fragile e setoso, è piccolo e immenso, fa odore d’erba, pesce e sale, è un’alga asciutta, è sabbia, acqua, vento e pane. La ragazza è una scala per salire, un posto dove entrare, un canale verso qualcos’altro. E lui vuole andare in fondo, arrivare alla fine. L’inizio di tutto.
Entra ed esce da lei, la gira sopra di sé, è plastilina che si modella, dolce miele che sgocciola, petalo umido che I strappa. Basii ha una coda in fondo alla schiena, la spina dorsale ha bucato la pelle e ora qualcosa erutta dal suo scheletro e punta dritto al cielo. E nero, senza luna e senza stelle, non c’è un alito di vento, stanotte, le lanterne sono luce giallo urina che si spande nel buio e fumo grigia che li avvolge. Il suo corpo levita, si solleva, perde peso, le mani e i piedi non sono più estremità, ma collegamenti mediani tra lui e l’infinito. Ha dodici anni, ne ha mille. Più forte, più veloce. Un buco che risucchia e un altro che espelle. Dentro e fuori. Una miriade di schizzi. Una scintilla. Dio. Dio non è cosi immenso, non più, Dio adesso è vicino, bocca contro la sua bocca, gli puoi stringere il collo con le mani, sentirlo pulsare e contrarsi tra le dita, sotto i polpastrelli, è fragile come un bambino. Dio è piccolo, lo puoi ammazzare, Basii, basta stringere ancora un po’, appena appena, la più delicata delle pressioni può spezzargli il collo, puoi farlo, se vuoi, sei immenso, Basii, luminoso come un pianeta che esplode, una galassia che si forma, sei l’alba di ogni cosa e da te nasce tutto. Ti alzi ancora, stringi, tremi, esplodi, ti espandi, non si può cre scere più di cosi, sei tu la fine e l’inizio di tutto, sei l’universo e dio è morto.

La paura era una materia solida che le sbatteva addosso, una coperta bagnata, dura come roccia.
Perse l’equilibri per un istante, e i suoi occhi si allargarono a raccogliere la maggior porzione di orizzonte possibile, Era questa quindi la faccia della morte; un’infinità d’acqua grigio acciaio, fredda e schiumante. Forse alla fine si sarebbe voltata.

Nella curva delle sue spalle grandi, lei lo vede, c’è qualcosa che piange per il tempo di prima. Ma è un tempo che anche dovesse tornare indietro, indietro abbastanza, non potrebbe più somigliare davvero a quello che era.

I bambini non sanno niente della pazzia, se la sfiorano o anche l’attraversano lo fanno senza porsi domande e soprattutto senza averne paura. Non è come un corridoio buoi, la pazzia. E’ più simile all’immagine sfranta da un caleidoscopio giocattolo. Più la guardi più ti sembra che in fondo la deformazione delle cose sia una normale possibilità. Basta guardare i disegni che fanno: Persone grandi come le case, fiori giganti che superano i palazzi ed esplodono nel cielo, pesci che nuotano sottoterra e maiali che volano. Non sono ancora prigionieri dell’impero delle misure.

L’ansia era un ragno gigantesco che mi aveva intrappolata, in cima alla testa aveva conficcato i denti e il resto del mio corpo lo teneva ben saldo, pezzetto per pezzetto, con le sue otto zampe. Il ventre gonfio e pesante aderiva alla mia schiena, un macigno che dovevo portarmi in giro notte e giorno. Da sopra la mia testa, il ragno guardava il mondo, di me si nutriva e io non riuscivo neppure a vederlo.

I disturbi mentali sono un lusso che nessuno può permettersi di coltivare.

Ogni volta che una presenza bussa alla mia porta, mi faccio da parte per accoglierla e ascoltare ciò che ha da dirmi. La scrittura in fondo è questo: Lasciar entrare le voci di quelli che hanno qualcosa da dire, non importa da dove vengano. Ogni storia di ogni singolo essere umano, se raccontata e ascoltata da qualcuno è declinata al tempo presente.
Anche perché c’è un’altra cosa nella quale io credo: certi ricordi vengono dal futuro.

la-prima-veritaTitolo: La prima verità
Editore: Einaudi
Collana: Einaudi. Stile libero big
Prezzo: € 20.00
Data di Pubblicazione: marzo 2016
ISBN: 8806212680
ISBN-13: 9788806212681
Pagine: 397
Reparto: Narrativa

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