Silvia Divina Follia 1


A cura di Augusto Benemeglio

1. Ombra e fuoco

L’approccio con Silvia Denti è quello tipico che si ha con una donna del “fare”, volitiva, energica, “tosta”, per usare un termine che le è usuale e che delinea tutta una sua etica , una sorta di linea Maginot contro l’inevitabile “transumanesimo” prossimo venturo; una donna speciale, di quelle fatte d’ombra e fuoco, come il suo lontano avo, Michelangelo Merisi detto il Caravaggio, (è il suo paese natio) , una di quelle creature sospese tra le musiche dell’organo e il vetriolo , costantemente impegnata , sommersa – per ragioni di lavoro – da un mare di carta ( “Oggi gli scritti volano come volatili da cortile/ e nidificano soltanto al gabinetto”, scriveva Francis Pong) , ma ben decisa a scegliere solo “parole calate dall’alto dei cieli , / o anche profili dalle cantine, / purché non siano uno strazio di banalità / di questa preziosa carta!) .
Se tu la vedi sulla spiaggia contro la luce del sole e sullo sfondo dell’onda di risacca , Silvia è bellissima , una memoria d’incendio grigio-azzurro , una Venere dai capelli rossi appena creata dal mare , una dea che scivola nei tuoi pensieri; è il cuore della grazia e del desiderio, il flauto pieno di silenzi, che si fa istante ed eternità, il sole tra le dita cieche che contano i diamanti dell’onda , lo strepito delle maree in mezzo ai frutti e alle battaglie omeriche , la stella che s’accende nell’immobile regione del primo mattino dell’universo. Ma se la rivedi , poi, in un’intervista su un net work , la ritrovi disfatta, distrutta dalla stanchezza, dall’ansia, dalle squallide vicende umane che fanno parte della nostra povera vita , con le borse sotto gli occhi , i capelli arruffati, la palpebra che “cala” . Ma ecco che appena riprende voce ritorna mito , un’Antigone che sfida l’ordine costituito , una che si ribella scegliendo un destino di sofferenza , sfidando la propria capacità di soffrire “al di là del giusto”; insomma una da tragedia greca , una murata viva dai libri stessi che edita, e che spesso vengono crocifissi come i cento chiodi di un suo altro grande conterraneo, Ermanno Olmi . Silvia è una stakanovista , un’iperattiva che non ha mai requie , un’intranquilla , un’inquieta ( e non a caso ha coniato il neologismo: “inquietantismo”) che non ha quasi mai tempo neppure per il sonno , ma solo per i sogni (“Mastica e sputa /da una parte il miele/mastica e sputa dall’altra la cera”).

2. Un pezzo di vela

Silvia si fa evocazione , è presente in noi scriba dalla mano volante del tempo , quel tempo che vola e va , quel tempo che non ha età per i sogni, i desideri, le avventure , e ci incalza, ci brucia alle spalle come un vento forte di tramontana , sotto le amare vocali, gli avverbi, le sinestesie, l’interpunzione , la memoria senza più ardimenti, l’acqua viva che fummo, quando nacquero le prime parole e non ancora la lima e le forbici che – zac! – le tagliarono tutte, o quasi tutte, senza pietà. sulle nostre teste di scorta.
Silvia la troviamo nel grande scambio planetario che è oggi il web, in cui ci sono grandi potenzialità ma anche molti rischi nei legami virtuali. E la sua prima battaglia è quella delle inattualità delle parole, perché fa l’editrice d’avanguardia , la piccola editrice a caccia di talenti , che corre dietro i sogni , che gioca sulla roulette del rosso e nero , e rischia sempre, pur chiedendo all’autore una “giusta” collaborazione alle spese di stampa, non avendo eredità e rendite a cui attingere. Spesso è più la perdita che il guadagno. Ma Silvia Denti non è solo un editore da “Divina Follia” di memoria platonica , è tante altre cose ( poetessa, critica letteraria, organizzatrice di concorsi letterari, giornalista, etc), una che va costantemente a caccia di quelle parole che spesso precedono le idee vere e proprie, e i cui termini hanno un valore terapeutico , magari taumaturgico. Gramsci avvertiva che la lingua è un prodotto sociale e che i mutamenti delle parole precedono spesso quelli culturali e politici. In una modernità complessa dove è facile cedere all’omologazione e al pensiero unico, la scelta delle parole e dei loro significati appare decisiva. E Silvia è nemica giurata del politicamente corretto, male oscuro e molto diffuso , ma è costretta a fare i conti , come tutti noi , con la crisi economica e deve guardare alle cose essenziali , le più autentiche , e non è facile farlo in questo nostro paese nichilista basato sulla cultura dell’evanescenza e sulla politica (sulla quale è ormai inutile spendere parole di denuncia, di dispetto, di indignazione ), ridotta a gossip televisivo. E’ impegnata soprattutto a distinguere quel che non è tutto inferno, cioè avidità, arrivismo, corruzione , invidia , successo, potere , sopraffazione , che sono i nemici giurati della libertà. (“ Su tutte le pagine lette/Su tutte le pagine bianche//Pietra sangue carta o cenere/ Scrivo il tuo nome”). No, dice lei, non si dissipa ciò che si ama, a cominciare dalla vita, e poi ci sono gli affetti ( ha una figlia che adora) , le passioni, le memorie, e la ricerca della verità , che è l’imperativo etico di ogni vero artista. Gli uomini sono diventati vittime di immagini riflesse , viviamo nel tempo dell’inganno universale e dire la verità è un atto rivoluzionario, che esige il dover navigare nelle tempeste e magari naufragare più volte, ma , a differenza dei capitani dell’antica tradizione che affondavano con la nave, “una donna-capitano sognatrice – dice Silvia – non lascia mai il suo veliero nemmeno di fronte alla più dura tempesta, ne conosce i punti forti e i punti deboli, visto che se l’è costruito da sola giorno per giorno …e poi anche se le accadesse di naufragare, riporta sempre a casa un pezzo di vela da cui ricominciare”.

3.L’amicizia necessaria

E lei è una che ha ricominciato mille volte ( ricominciare è rinascere, diceva Pavese) , una che ha fatto da apripista per un’accoglienza della poesia presso i mass media , stampa e televisioni , e i centri e le ideologie del potere, che considerano la poesia poco più che un qualcosa di scolastico, un gioco letterario , anche – purtroppo – grazie al numero impressionante di imitatori di mode e di mediocri facitori di versi che ci sommergono e ci ammorbano un po’ dappertutto; Silvia Denti lo ha fatto seguendo itinerari inconsueti, da poetessa dadaista (“Ho trovato la tua voglia di baciarmi nell’irresistibile contatto di luci/ là dove lo sfondo di carta assorbiva/ lo stomaco degli occhi/ e la luna caduta nel mare s’appropriava della notte..)che ruota intorno alla parola, sciolta del contesto, con cui gioca creando composti e associazioni, tipo le arpiadi di Jean Hans Arp, quello del Pastore di Nuvole, il rilievo monumentale che troviamo all’Università di Caracas. Silvia è una che vola sulle corde di un’altalena per prendere il vento alla schiena, come una ragazzina nuda alla luce (“Dimmi, qualche volta/ non ti vola via il cuore?”)ma è anche una che si spezza mille volte le reni per rompere gli schemi, una che attraversa i ponti della terza resistenza, e ogni tanto se ne va sulla spiaggia per affondare i piedi nella sabbia e ascoltare il silenzio del mare. Sa essere una signora dell’anima , ma anche una guerriera indomita aliena da qualsiasi sentimentalismo e morbidezza , energia allo stato puro, cocktail di favola disciplina e sofferenza , un mazzo di foglie che sparge nell’aria come fossero ali d’uccelli mai nati, voli impossibili destinati ad un fuoco bianco. E’ una che non crede al destino ( …”è un’invenzione di gente fiacca e rassegnata”, dice citando Silone) , ma piuttosto al senso di volitività delle sculture di Francesco Filippi, -“uno tosto”, un artista che stima, che ammira – come la donna che si tuffa, che si rispecchia nell’antica arte egizia, o il pesce greco fatto col filo di ferro e l’ombra, o lo straordinario albero della vita che somiglia in qualche modo al famoso albero rosso di Mondrian. E, infine, quella scultura mobile che sta alla stazione di Milano, Mater , il miracolo della formazione di una nuova vita , le quattro sfere simbolo delle quattro parti della persona, corpo, spirito, intelletto ed emozione che ruotano fra loro fino a formare un essere perfettamente equilibrato nella sua composizione. Silvia crede molto nell’amicizia, un valore necessario , indispensabile nella vita come l’acqua e l’aria che respiriamo. Un dono raro, un miracolo – diceva Simone Weil , perché è il contrario della sopraffazione, della violenza, ma anche dell’indifferenza e della disattenzione. L’ attenzione , scrive Weil , è la forma più rara e più pura della generosità. E lei mette una particolare attenzione in tutte le cose che fa , rivelandosi e disvelandosi per quel che è, senza trucchi o maschere, senza infingimenti . Per accedere all’amicizia è necessario conoscerne il valore autentico: nessuna faciloneria o cordialità a buon mercato, peggio di tutto l’adulazione, la lusinga, il servilismo. Per conservare l’amicizia – diceva Cicerone – non avanzare mai richieste immorali , né esaudirle se richieste.

4.L’infinito

E’ una che continua a inseguire la bellezza nelle cose del monto ( “In te ancora infebbra il tempo che sta guarendo”), nonostante tutti gli inganni, le disillusioni, le tormentose vicende della sua esistenza; una che cerca una maggiore pienezza di esistere rispetto allo sperpero quotidiano che facciamo della nostra vita , che tenta di plasmare , o tradurre in una forma ideale, ciò che la vita dimentica per strada , dissimula, o è incapace di esprimere: portare alla luce il nostro vero io. Le si fa scultrice di talenti, in varie forme ( corsi di scrittura creativa, concorsi, simposi, etc) mettendo a nudo se stessa , scolpendo senza sosta la propria effige ( vds. Enneadi di Plotino). ”Cercate di ricondurre il dio che è in noi al divino dell’universo, scolpite, anima e corpo, la vostra statua”.
Sotto certi aspetti la Denti richiama lo spirito del regista recentemente scomparso , Carlo Mazzacurati , autore di storie poetiche e inquietanti, dove personaggi normali sfidano le abitudini per afferrare un pezzetto di vita migliore o per difendere un barlume di giustizia, tuttavia Mazzacurati era l’uomo dei desideri esprimibili , un solido , intelligente sensibile narratore dei colori appassiti delle nebbie e delle albe della pianura padana, mentre lei è la Silvia dei miraggi leopardiani , dei veroni , le sudate carte e i paterni ostelli, e il poeta lasciava tutto al sentire il “suono della sua voce” , anticipando di secoli il Gino Paoli del cielo in una stanza e Rostand del Cirano , con Silvia al balcone domestico affacciato sul cosmo, e lui che si slancia nell’infinito che vede dietro una siepe.
Anche Silvia Denti nell’esprimere la sua “divina follia”, che è vertigine, capogiro della propria esistenza fisica e spirituale , è come un fascio di energia, una forza luminosa e buia, che insegue quel sentiero difficile e pieno di ostacoli che è l’utopia. Che è un sogno, una passione, uno spazio di conquista , ma anche un rischio e un’agonia . Un sentiero che conduce , – di diritto, – al mito leopardiano , all’immaginario, all’illusione dell’Infinito.

Roma, 9 febbraio 2014 Augusto Benemeglio


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Un commento su “Silvia Divina Follia

  • cimara

    Stupore e disagio da parte della comunità armena in Italia per l’inaspettata mancata distribuzione nazionale del libro tanto atteso: AMARARMENIA di Diego Cimara, uscito per i tipi della Ararat edizioni,il testo,ancora in attesa dell’iscrizione alla Siae è un ROMANZO STORICO. Aprendo questo libro su una pagina a caso ci ritroviamo immersi negli anni del secolo breve, in giro per l’Europa in fiamme.Bastano poche righe di questo diario d’avventure per sentirci rapiti dalla magia e dimenticare tutto il resto. Cimara mantiene la promessa di portarci via, e facendolo ci conduce di volta in volta in posti nuovi schiudendo le pagine del diario del nonno anno per anno:un misterioso viaggiatore che attraversa terre sconosciute e affronta innumerevoli pericoli per raccogliere le testimonianze dagli scampati al feroce genocidio turko. Dovrebbero bastare questi pochi elementi per capire che siamo di fronte a un capolavoro letterario. Si valicano confini, si sfidano mappamondi e clessidre, e si va avanti e indietro senza fermarsi, e la mente insegue leggera e incuriosita questa trottola di parole e personaggi. Cimara è lo scrit tore che sfida una religione, che per riscrivere il diario del nonno ha rischiato di essere ucciso a Mosca. Per tutta la lettura, siamo coinvolti tra nomi e segreti di caste, assassini e improbabili coincidenze, e la cosa grandiosa è che tutto è ovvio, quasi che tutto sia naturale. Inchiesta,romanzo, libro di storia, saggio sul bene e sul male, riflessione filosofica, religiosa, diario intimo del nonno Kostja,giornalista,poeta, filosofo-movi mentista degli anni 20 nella Parigi di altri grandi informatori:Hemingway, Picasso, Chaplin, Toynbee,Cen dras, Modigliani e tutta la rive gauche degli esuli polacchi-italiani-armeni-russi in Francia.Storia di un uomo e sua moglie Takuì,grande concertista a Costantinopoli, armena-ebrea,che dopo la fuga del marito dal carcere,(Kostan è leader dei giovani armeni che compiono attentati contro i giovani turchi e gli ottomani autori di feroci pulizie etniche)una fuga come il film “fuga di mezzanotte” moltiplicata 3,perchè per 3 volte riesce a scappare,con l’aiuto di partigiani armeni dalle carceri turche prima e tedesche dopo,assieme ad altri fuggiaschi nel 1915 dal corno d’oro con una nave di disperati,arriva in Italia dove Takuì partorisce la mam ma di Diego Cimara :Nwarth, nel 43 conosciuta come “ombra” durante la resistenza romana perchè salva con uno stratagemma 112 tra ebrei ed antifascisti.Storia di combattenti e vittime.Di sangue e onore.Di religione e crudeltà.L’orrore e la speranza di un popolo,visto attraverso gli occhi di un poeta: Zarian, grande collaboratore di Lemkin all’Onu al quale porta 154 mila pagine tra filmati,registrazioni di testimonianze, resoconti,analisi,criptografie, documenti depositati negli archivi dei servizi occidentali,foto rubate ai russi,ai tedeschi,ai siriani,agli ucraini,ai greci,agli ungheresi per inserire la codificazione di “genocidio”. Un documento unico, dal valore inestimabile se si considerano i pochi dati del Genocidio scampati all’intel ligence Russo-tedesco-turka che nei decenni ha polverizzato tutto,come se nulla fosse accaduto, cemen tando i barranchi dove sono buttati migliaia di cadaveri e persone ancora vive,uccidendo coloro che hanno documenti originali di migliaia di testimoni,foto,registrazioni, articoli. Testo fondamentale se si pensa al doloroso fardello portato nel cuore per un secolo dall’esigua rappresentanza di Armeni della terza genera zione. Ad accomunare questi anziani la voce di un poeta che lascia il diario di una vita al nipotino: un ricordo indelebile.
    11 mila fogli indelebili,scritti a mano una pagina al giorno per una vita,da Takuì e Kostja,lanciati in una bottiglia nel mare o nel vento dei capitoli di storia,consegnati al momento di morire,come eredità degli armeni dalla nonna a “diegolino”. Libro-documento inedito sulla pulizia etnica orchestrata dai tedeschi dietro le quinte degli interessi Turky e russi nell’area dell’Armenia Occidentale dal 1895 al 1923: scritto come memoria privata come diario per i suoi figli .Zarian porta inedite prove e testimonianze sulla pulizia etnica degli Armeni nelle miniere dove centinaia di migliaia vengono murati vivi perché rifiuta di spostarsi per l’edificazione dell’utopica ferrovia Berlino-Bagdad,dei campi di raccolta e concentramento,delle feroci torture e del rapimento di 500 mila neonati convertiti subito all’islam e dell’annientamento delle altre mino ranze cristiane – in particolare greci e siriaci dal 1913 in poi. E’ opera di uno dei più autorevoli specialisti del settore da 50 anni sul campo,tra carta stampata,radio e 40 anni di Tg1,che dimostra, attraverso un vasto numero di documenti ufficiali sia turky-ottomani, sia della Germania e dell’Austria imperiali, alleate poli tiche e militari della Turkya durante la Prima Guerra Mondiale, l’irrefutabile volontà genocidaria del governo della mezzaluna bianca. 40 anni di lavoro per ricavare da migliaia di documenti una storia che sappia più di romanzo che di documento, consente alla diaspora armena nel mondo(si attende la traduzione) di avere una fonte informativa tra le più dettagliate ed esaustive sull’intera questione, collocando il Metz Yeghérn (grande male) in una analisi storica che parte dai conflitti d’interesse tra le Grandi Potenze, preludio della Prima Guerra Mondiale, fino a concludersi con un capitolo dedicato alla comparazione tra l’Olocausto Armeno e la Shoah.Il libro esce mentre i turky si preparano a soffocare il 100 ° anniversario dell’Olocausto contro gli Armeni cristiani dell’Impero Ottomano nel 1915 con commemorazioni della loro vittoria sugli alleati a Canakkale (Gallipoli) nello stesso anno. Takuì armeno-ebrea,nota musicista a Costan tinopoli negli anni 1910 e moglie di Kostja, porta una prova ulteriore – nella testimonianza degli occidentali – di ciò che la Turkya ancora nega ufficialmente: che l’olocausto degli Armeni è una pagina di storia, tratta da documenti ufficiali che registra l’ulteriore agonia degli Armeni. Zarian include il destino degli Armeni del Caucaso, come i turky cercano di diffondere il loro dominio pan-turko a est nel 1918 -dopo il massacro di 2 milioni di Armeni 3 anni prima. Fuggendo in modo rocambolesco da Costantinopoli e girando mezzo mondo come informatore-giornalista e professore di filosofia, racconta al suo diario di una vita,la Parigi di Utrillo,Apollinaire,la strage dei Kulaki,le canzoni della Piaf e le epurazioni dei curdi e degli azeri. Tra le altre cose il libro parla del figlio Hovan della seconda moglie di Kostja l’ americana Francis Brook, spia anche lei:Hovan è un fisico nucleare,ucciso sulla sua imbarcazione d’altura al largo delle Azzorre mentre porta 5 valige di documenti determinanti per l’individuazione dei lager turky in Armenia occidentale a Nwarth,la madre di Cimara. Grande preparazione, accurata documentazione a monte di questo lavoro: emerge dalla precisione dei riferimenti storici, ambientali e culturali, dalla efficace rielaborazione di foto inedite nella memoria collettiva, da come in così breve spazio i fatti sono stati concatenati, in un armonico equilibrio tra le vicende dei singoli e quelle dei popoli. Lo svilupparsi della trama naufraga lentamente verso l’improbabile, degna di quel gusto tutto russo per la morte e l’omicidio testimoniato dalla relazione della polizia di Erevan,quando nel 1969 Zarian viene ucciso nel suo appartamento.La relazione della polizia dice:omicidio per rapina,ma nulla è stato portato via.Pochi giorni dopo la rivendicazione.La feroce pulizia etnica è vista con gli occhi di migliaia di sopravvissuti: gente comune, travolta da eventi imprevisti e non concepibili. 2 in particolare i protagonisti: un giovane filosofo Armeno,scampato ai massacri e poi diventa to analista in tutto i mondo, e sua moglie Armena-Ebrea e madre di 3 figli, che lo porta in salvo con una fuga rocambolesca in Italia. Sono testi sconosciuti e inediti di Zarian ucciso dall’Mit (servizi segreti turchi) nel 1969 in via Abovian n.5 a Yerevan e dell’Nkvd, servizi segreti russi che da sempre hanno fatto di tutto per far scomparire la grande documentazione sull’olocausto di 2 milioni di cristiani, uno dei più brutali massacri del secolo breve che pure ne ha conosciuti parecchi. Il romanzo è distribuito in Italia da DIRECT BOOK, http://www.directbook.it INTERSCIENZE Srl, fornitrice di servizi informatici per l’editoria, sede legale in Via Felice Casati, 7 – 20124 MILANO (MI),P. IVA 03964070969 responsabile ANGELO AMORUSO.