SHORT STORIES: Tornare a casa 5


di Frank Cappelletti

Ciò che colpiva e che nemmeno chi si era battuto nella Grande Guerra, avrebbe potuto ricordare, era il freddo.
Era ottobre inoltrato e gia la neve superava le caviglie.
Igino imbracciò il fucile e uscì dal rifugio, quella notte sarebbe stato lui di guardia insieme con altri.
Occhi, elmetti, gavette di cognac e grappa, in difesa di quel pezzo di terra che in fondo apparteneva ai russi.
Aveva già combattuto, dalla scaramuccia a Mentone all’Albania e ora con lo C.s.i.r, corpo di spedizione italiano in Russia era uno dei tanti fanti mandati a combattere al fianco degli alleati tedeschi per espandere i domini dell’asse.
Pensò a cosa sarebbe stato quando il freddo, quello vero, sarebbe arrivato, a gennaio cosa avrebbero potuto i cappotti e le giacche italiane contro le nevi del generale inverno.
“Gino….oh…Gino!!!”
L’uomo fu scosso dai suoi pensieri, girò lo sguardo, a una decina di metri, Pasotti Benito batteva i piedi e si soffiava sulle mani per scaldarle.
“Che vuoi Benì?…Cosa c’è?…Stai zitto che così ti sentono fino a Mosca e se si sveglia “il baffone”,sono dolori!!!”
“Gino…dai,dammi una sigaretta!!!” rispose il soldato.
Scuotendo la testa Gino si sfilò un guanto e sempre tenendo lo sguardo fisso nel buio avanti a sé…
“Toh piglia…rompi palle!!!!”
Passò la sigaretta al compagno.
Poi pensò al suo Abruzzo,alla casa a Nereto,alla madre e ai fratelli. Poi la sua mente volò in Piemonte,alla moglie incinta.
Sorrise,da lì a breve sarebbe diventato padre. Contò con le dita i mesi che mancavano e guardò il cielo. Guardò il quel buio profondo, dove solo le stelle emettevano un po’ di fioca luce.
I tedeschi intendevano conquistare Mosca e tutta la Russia entro pochi mesi,la macchina bellica del Fuhrer pareva infallibile.
Poi sbatté anche lui i piedi come il suo camerata.
Si levò un vento terribile che fece gelare il sangue a tutti quelli che eran fuori di guardia.
Gino tirò su il bavero del cappotto e si portò la sciarpa sulla bocca.
Continuava a fissare quell’immensa distesa bianca che aveva davanti.
Era quasi mezzanotte,la temperatura era scesa 15° sotto zero,ma nessuno poteva saperlo,non avevano termometri e poi,a cosa sarebbe valso? A nulla.
“Capacchietti…oh…Gino , perdio ,Gino vedi muovere là in fondo?” bisbigliò Pasotti con fare concitato.
“Dove? Non vedo niente!…Dai Benì,sarà sto cazzo di vento che muove la neve!”
“Cribbio Gino, stanno attaccando,dammi retta,stai all’erta, vado a chiamare il tenente!”
Benito Pasotti di Castelfranco Veneto ,classe 1922 ,corse come un pazzo nel camminamento alla ricerca del graduato.
Furono sparati dei bengala ma il vento li spazzò lontano e la luce si disperse nella tormenta.
Il tenente Luca Buoncristiano appena laureato in filosofia,arrivò e ordinò di sparare delle raffiche con la Breda.
Ormai erano tutti svegli,tesi come fusi,i bersaglieri attestati un po’ più in giù,sentendo le raffiche delle mitragliatrici aprirono anche loro il fuoco.
Tutti avevano gli occhi puntati verso il buio davanti.
Le mitragliatrici falciarono l’aria e sollevarono spruzzi di neve e terra.
Poi tutto tacque di nuovo, solo il vento continuò a farla da padrone.
Le sentinelle aumentarono.
Ora gli occhi che scrutavano nel buio erano raddoppiati.
La temperatura scese ancora.
Pasotti appoggiato sul bordo della trincea tremava,la neve gli aveva imbiancato le spalle e l’elmetto.
Gino tirò fuori una galletta che aveva in tasca. Cominciò a masticarla,ma era durissima,il ghiaccio l’aveva resa immangiabile.
Ci fu un momento in cui il tempo si arrestò e il vento smise di soffiare.
All’orizzonte una lunga striscia di luce fece sgranare gli occhi a tutti.
Sembrava l’alba,una di quelle albe surreali,quelle piene di colori,quelle in cui,da bambino sogni di vedere e metterci le mani per toccarne la consistenza.
Ma lì,non c’era niente di così bello e fantastico ,tutto quel colore fu spazzato da un rombo mostruoso,dall’enorme tuono dei cannoni sovietici.
Migliaia di granate e schegge investirono gli avamposti italiani.
L’inferno si era scatenato in quei pochi km di terra gelata.
Schiacciati al suolo, i fanti non riuscivano nemmeno più a pensare,quel frastuono teneva in stallo le loro menti.
Il cielo era rischiarato a giorno,il buio di quella landa era scomparso.
Dopo mezz’ora di questo martirio,con le orecchie ormai insensibili,le mani e gli arti congelati a causa della neve e del vento ghiacciato i soldati dell’asse furono scossi dalle grida del sergente Scoccia ,un marchigiano tutto di un pezzo che aveva già partecipato alla grande guerra e il regio esercito era tutto il suo mondo.
“Dai ragazzi,forza… tenetevi pronti,appena smettono con i cannoni ,arriveranno con le baionette….ma li ricacceremo via!!”
I pochi che riuscirono a udire le parole del sergente tremarono ancora di più.
Molti di loro avevano avuto il padre,uno zio o i fratelli maggiori nella prima guerra mondiale e i racconti agghiaccianti degli assalti alla baionetta,degli scontri corpo a corpo,dei gas asfissianti li fece impazzire di paura.
“Gino…Gino hai sentito? I russi ci attaccheranno con le baionette!!”
Pasotti rannicchiato nella trincea gridò al camerata.
Nonostante il frastuono Gino alzò lo sguardo e guardò il commilitone,aveva il volto teso.
Tutto quello che potè fare per tirarlo su fu abbozzare un sorriso e scuotere la testa come per negare il fatto e sdrammatizzare.
I russi avevano aggiustato il tiro e l’avamposto italiano fu quasi spazzato via,le trincee dilaniate.
Gino e Benito riuscirono a ripiegare insieme con altri soldati. Parecchi militi della compagnia giacevano morti nella fredda terra.
Il tenente Buoncristiano era stato ferito da una scheggia a una spalla,l’osso della scapola sbucava fuori dalla divisa,ma nonostante tutto,fece ritirare parecchi dei suoi.
Intorno alle tre l’artiglieria russa interruppe il bombardamento lasciando il posto alla tempesta di neve.
I superstiti italiani cercarono un riparo dietro delle rocce,il freddo era terribile.
Quella notte la temperatura scese a 30° sotto lo zero.
I soldati rimasti erano poco più di duecento e molti di loro avevano ferite causate dalle bombe.
“Sergente!!!” gridò il tenente.
“Sergente…faccia attestare dei soldati su quel crinale e sentinelle là in fondo.”
L’uomo accennò il saluto militare e organizzò tutto a dovere.
“…e inastate le baionette,ragazzi all’erta,occhi aperti.”
“Se ascoltate ciò che vi dico e ubbidite agli ordini,vi assicuro che porteremo tutti il sedere a casa,sano e salvo”
Ognuno fece ciò che disse il graduato,ma con movimenti molto rallentati,lo shock ,la stanchezza e il freddo erano l’ennesima prova, ai gia provati soldati italiani.
“Gino…oh….Gino…non sento più i piedi,sento freddo!”Sussurrò Pasotti.
“Dai muovi le dita vedrai che ti passa…anche io sento freddo,vacca boia,ho perso la sciarpa,mi fa male la testa,forza tra qualche ora sarà mattino,quelli della Tridentina verranno in soccorso!” Rispose.
A un tratto il vento intensificò il suo soffio,flagellando gli uomini che erano fuori quella notte.
La tempesta che scatenò fu di una forza inaudita,costrinse tutti a stendersi nella terra gelata.
Poi per l’istinto di sopravvivenza, gli uomini cominciarono a muoversi…sbigottiti, si guardavano attorno per cercare il proprio compagno o un punto di riferimento, ma sia le Katiusha, i lancia razzi montate su camion che la tormenta avevano cambiato tutto.
I rifugi italiani non c’erano più e i caduti erano stati inghiottiti nella terra ghiacciata.
Nessun collegamento era possibile, le linee distrutte.
Un centinaio di uomini tra bersaglieri, alpini e camicie nere si unirono allo sparuto gruppo del tenente Buoncristiano.
Un medico organizzò un punto di raccolta dietro una roccia e cominciò a curare i feriti.
Nel buio qualcosa si mosse e il vento portò una strana musica, fatta da pifferi e tamburi.
Si pensò a un offensiva sovietica ma ciò che quei pochi superstiti videro fu al di là, di ogni immaginazione.
Come in una parata d’altri tempi, cavalleggeri, zappatori, dragoni e ussari sfilò davanti agli italiani.
La Grand Armee stava tornando a casa…Napoleone battuto rientrava in Francia. Qualcuno accennò a un saluto, al quale, un paio di ussari risposero inclinando la testa.
“Oh…Gino hai visto?”Disse Benito sgranando gli occhi.
Fu questione forse di nemmeno dieci secondi, ma per quel breve tempo due eserciti, due nazioni, due epoche si trovarono faccia a faccia, tutt’e due consapevoli della sconfitta, che contro il “Generale inverno” non esiste vittoria.
Con una folata di vento poi tutto passò, la guerra, le ferite la paura restarono un ricordo di giorni passati.
Il tenente Luca Buoncristiano perse l’uso del braccio, ma una volta tornato a casa insegnò filosofia all’università nella sua Roma.
Il sergente Scoccia continuò a guerreggiare a lungo, finita la guerra, si arruolò nella legione straniera. Qualcuno sostenne, anni dopo, di averlo visto in Indocina a Dien Bien Phu.
Benito Pasotti classe 1922 fu l’unico che non tornò da quell’inferno, tuttora è sepolto da qualche parte vicino al Don. . Gino Capacchietti, dopo quella notte perse la vista da un occhio a causa del freddo ed emicranie pazzesche lo tormentarono per il resto della sua vita, breve purtroppo. Morì d’infarto nel 1973. Aveva cinquantacinque anni.
I sopravvissuti di quella battaglia serbarono nelle loro menti e nei loro cuori il ricordo di quella notte di guerra del 1941,quando due eserciti e due epoche si sfiorarono per un attimo.
Dimenticavo… Gino, era mio nonno!

Frank Cappelletti


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