SHORT STORIES: La solitudine del quadrato 10


di Frank Cappelletti

Si svegliò di soprassalto, come se quell’ultimo pugno, fosse giunto veramente.
Mario si sollevò dal letto, si mise seduto.
Il caldo e le zanzare continuarono il tormento.
Il sogno ricorrente che da quindici anni lo perseguitava. L‘olimpiade in America.
Tre anni di preparazione, di diete, di footing, di sparring, non erano serviti a nulla contro un arbitraggio non proprio di parte ma distratto, per cui perdere così era stato peggiore di un k.o. .
Aprì il frigo in cerca di refrigerio, una mezza minerale placò la sete.
La notte era quasi terminata, l’alba era alle porte e con essa anche il lavoro in cantiere.
Mario si manteneva con ciò che gli capitava, non si tirava mai indietro e anche se ormai aveva 39 anni suonati si sentiva un leone.
Una doccia e poi a lavoro, otto ore a impastare cemento.
Non era certo la sua massima aspirazione, ma l’età dei sogni era sparita da troppo tempo. Giunto a destinazione cominciò a lavorare.
“Mario stasera vieni in palestra?” chiese Alessandro.
“Ovvio, come sempre, lo sai che senza di essa sarei veramente a tappeto!”
Alessandro era un ragazzo che lavorava nel suo stesso cantiere, omologato alla massa, seguiva ogni tipo di moda e innovazione e in quel periodo il pugilato era stato riscoperto dai ragazzi della città e lui non poteva stare dietro, come se la boxe, la nobile arte fosse uno svago momentaneo.
Mario continuò a scaricare i sacchi di cemento dal camion, era convinto che questo fosse un ottimo allenamento per le braccia.
Era un’estate caldissima e già alle otto era tutto sudato.
Gli piaceva sudare, il movimento fisico, l’azione lo aveva sempre attratto.
Con la mente volò a tutti gli incontri che aveva sostenuto da dilettante. Di qualche avversario ricordava il nome, ma per la maggiore dei casi visualizzava solo i guantoni e il caschetto.
Duecento cinque match non erano pochi e lui ne aveva vinti più della metà.
Respirò profondamente, proprio come faceva quando saliva sul ring, poi chiuse gli occhi e si ritrovò con la mente seduto su uno sgabello in uno spogliatoio, udì Christian, il suo maestro e secondo, tentare di farsi capire da un organizzatore riguardo a che ora fosse iniziato l’incontro.
Si guardò le fasce alle mani, chiuse i pugni per vedere se non stringessero troppo poi, le mise sulle ginocchia e cominciò a rilassarsi, a quietare la mente, a fermare il turbine di pensieri che aveva in testa. Era giunto in semifinale al mondiale dei leggeri, un grande traguardo, ora doveva dare tutto se stesso per la finale.
Gli avversari che aveva sconfitto erano validi, ma ora era giunto il momento del cubano.
Quet’ultimo si allenava nella stessa palestra di Teofilo Stevenson e Felix Savon, non che fosse garanzia di vittoria, ma di certo era una sicurezza riguardo a un addestramento di livello mondiale.
Bevve un sorso d’acqua, si sciacquò la bocca e poi lo sputò nel secchio. Ancora pochi attimi e sarebbe salito sul ring, quel quadrato circondato da corde, quell’immenso, minuscolo, pezzo di legno e plastica, dove la solitudine regnava incontrastata. Varcarne i confini, entrare nel suo cerchio era già in se una sfida. Una sfida che il ring ti sputava addosso, mettendoti di fronte alle tue paure, alle tue angosce, urlandoti nelle orecchie che li, eri solo, che potevi solo andare avanti o fuggire e scendere gli scalini del disonore. Lì, che mentre la folla gridava e si scalmanava, tu ti trovavi faccia a faccia con te stesso, perché quell’essere che avevi di fronte aveva le stesse attese e forse, le stesse paure e toccava a te spazzarlo via.
Non c’era nessuno ad aiutarti, avevi solo le tue mani e il tuo gioco di gambe, il tuo naso dolorante e le tue arcate sopraccigliari pronte ad aprirsi come fiori in primavera.
Mario pensò al momento in cui passò sotto le corde del ring, il discorso rituale dell’arbitro ucraino e il gong.
Gli tornò in mente lo stupore del pugile cubano quando si ritrovò seduto a terra, il volto felice e sorridente di Christian quando lo abbracciò, quella volta era in finale.
Prese l’ultimo sacco e lo caricò sulle spalle, continuò a pensare a quel mondiale e a quell’ultimo incontro. L’avversario tentò di buttarlo giù, ma lui resistette. Il primo round fu tutto sommato di studio se non per l’uppercut che centrò il mento dell’avversario. Sembrò fatta, perché per un attimo il pugile perse il contatto con se stesso, ma non era l’ultimo dei pivelli e si riprese immediatamente.
Le altre riprese furono violentissime, Mario si toccò la piccola cicatrice sullo zigomo, testimone che quel match fu una vera battaglia. Il taglio si aprì al termine del secondo round, dopo che per tre minuti il maligno destro aveva centrato il suo volto. Era in finale e non avrebbe mollato nemmeno se lo avesse colpito con un martello.
Gli tornarono in mente i movimenti precisi ed esperti di Christian. Tamponava e suturava il taglio meglio di un chirurgo, aveva seguito i suoi pugili in mille match e aveva curato ferite di ogni genere.
Il gong del terzo round rimbombò nella sua mente.
Attraverso il pensiero ebbe l’impressione di essere di nuovo lì.
Schivare a sinistra e rientrare col montante, le parole del maestro portarono qualche effetto. Un paio di volte centrò il busto dell’avversario, ma era coriaceo, non indietreggiava e rispondeva colpo su colpo.
Poi la scarica di jabs e diretti che fecero salire i punti del suo avversario. Il verdetto e per Mario la medaglia d’argento. Un ottimo risultato nonostante tutto.
L’uomo si sedette un attimo e guardò il cielo, si bagnò il capo con l’acqua.
I suoi sogni erano svaniti da tanto tempo, ma l’amore per il pugilato era ancora enorme.
Aspettò che il giorno giungesse al termine e finalmente si avviò verso la palestra.
Diede un passaggio ad Alessandro che parlò una buona mezz’ora su dei pantaloncini”fighissimi” che si sarebbe comprato, il look era uno status per lui.
Arrivati in palestra Mario cominciò a riscaldarsi subito.
Quegli esercizi li ripeteva da più di vent’anni, erano per lui compagni indispensabili.
Le ripetizioni al sacco e un po’ di sparring con dei ragazzi che avrebbero combattuto alla fine del mese.
Infine si guardò allo specchio e vide un uomo stanco ma felice, battuto ma non sconfitto e questo bastava per andare avanti.
Fu l’ultimo a uscire da quello che per lui era un luogo di culto.
Si voltò e guardò la palestra, vuota, tutto ora era silenzio.
Spense le luci e l’insegna “OLYMPIA BOXE” smise di illuminare lo spiazzo, prese il borsone, un altro giorno era volato via, uguale agli altri.

Frank Cappelletti


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