SGUARDI DI ELIO SCARCIGLIA


ELIO SCARCIGLIAA cura di Augusto Benemeglio

“L’importanza sia nel tuo sguardo, non nella cosa guardata”
A. Gide

1. Un vortice fotografico
Una fiera, un teatro degli sguardi .Una successione , una catena di sguardi imprigionati nella tensione di un attimo irrelato e irriflesso. Liberati dal loro gioco, gli sguardi si fissano , convergono , formano arabeschi elaborati e contorti ,o geometrie perfette di luce , teoremi dell’intreccio , e infine si sacralizzano nell’atto statico di una fotografia. Che esprime sofferenza, angoscia, amore , passione:
”Le mie immagini sono la copia delle mie emozioni, la ricerca di un vortice fotografico che porti alla fusione tra essere umano e ambiente”, potrebbe dire Scarciglia rifacendosi al gran maestro Mario Giacomelli. E ci sono, in effetti, sguardi e volti che non si scordano mai, come quello del vecchio pescatore di Gallipoli , col panama demodé e la mano-mappa di cicatrici e tagli ,storie di anelli e guizzi di cefali d’acque di porto , posata sul viso cotto di sole. Sguardi e volti pieni di racconti , di remi , di parapetti , di grigie coperte e prore di ferro , di coni d’ombra e di paradiso , mani ghiacciate e vicoli ciechi , ferite e promontori che s’incuneano in mare , gridi di terra e camminate sulle onde .

2. Sguardi che si fanno spazio nell’anima
Ci sono sguardi tristi, amari, pensosi come quello del contadino della masseria Lizza , o pieni di malinconia come quello dell’ultimo gelataio poeta , che va in giro con il carretto e i coni di latta rovesciati , ma anche sorridenti , allucinatori , ironici, o pieni di sbadigli , come quello del pescatore di mazza con il basco pieno “te jermi” sul muro scrostato .Sguardi che si fanno spazio nell’anima e costruiscono speranze e futuro , o sguardi da posto delle fragole , quei posti lontani in cui più abbiamo amato e vogliamo ritornare , sguardi che catturano la musica o scavalcano i confini di classe, razza ed ego e ci dicono del cambio del vento , quando si gira da libeccio a tramontana. Dal “cogito ergo sum” di un fotografo pieno di noia e rassegnazione al volto del contadino di Guagnano , reticolo di rughe e tramonti, campane di bronzo e l’amen del vespro , album marrone di memorie , pietra e fatica .
“La fotografia è una cosa magica, che mi dà la possibilità di esprimermi, di sostituire la parola che sento di non sapere usare. Dà senso della presenza, c’è il soggetto, ci sono io, c’è uno spazio vergine tutto da riempire…Qui, in questi volti di anziani , c’è la mia gente, la mia storia, la mia terra”.

3. Visi da cripta bizantina
E’ ricerca di un’interiorità muta che per diventare trasparente e mostrare la densità del sentire, non può scaturire dalla teatralità di figure in posa, ma da una scena già innescata, dove lo sguardo ”falso” della fotografia può lasciare spazio ad uno sguardo “vero”, si potrebbe dire naturale ed organico . Emozioni raggelate nel cuore e incise a fuoco nella retina in una complessità e fragilità di sguardi , piccoli sguardi di un occhio interiore , attento , curioso , capace di estrarre istanti magici dal flusso generale delle cose .Traiettorie di sguardi invisibili , tra le ombre e i visi cotti di sole che rimangono in noi come uno strascico (il vecchio delle nasse , che sa l’intreccio dei giunchi e va fiero delle sue rughe e del suo viso da rana socratica) o che risalgono da un alba iniziale , come un fiume di luce bianca accecante , occhi di cento pietre e cento paesi ripassati a calce di latte, occhi che traguardano ora un gran naso pieno d’ironia, ora un viso da fave pasticciate cotte nella pignata, o da mustazzolo di mandorle e cioccolato , visi da cripta bizantina a da ostrica gelosa ; sguardi messapici di mmunaturi di ulivi a pizzu de forfice , sotto il profumo di aranci selvatici , o della quercia spinosa.
Sguardi pensosi come quello teluCiarasa, gran fischiettatore della Giudecca , sguardo di mille reti stese sul mare dell’uomo dei conzi , un ‘ estasi d’ami che galleggiano in un braccio azzurro tra il Pizzo e Torre della Pedata. Sguardi pieni di fatica vana , amarezza e disgusto , in bilico tra assenza e presenza , sguardi di mare e di terra , da Grande Madre fra i cactus e le vinacce del negramaro , Venere verde scura come le ulive e il tabacco , ricamatrice del silenzio vestita di grigio.

4. Sguardi che vengono da lontano
Tanti sguardi di anziani, artigiani, pescatori, contadini , su cui scorre una pellicola sensibile , attenta e organica che vede , sente e si emoziona lasciando tracce cospicue d’amore , un’ elegia un po’ di malinconica e piena di nostalgia blu .E’ una profusione di blu lo sguardo dei gemelli di Castro dietro il nero degli occhiali e della vecchiaia , dietro le onde represse del mare (vecchio bambino) che fanno il giro dei loro stazzi come pecore matte . Sono sguardi che aprono paesaggi antichi e sempre nuovi , che pulsano della nostalgia della carne, statue di pietra , muretti a secco e miele , il miele della pietra leccese che indurisce l’orizzonte , gli stessi sguardi dei padri antichissimi di questa terra che elevarono al cielo i menhir , altari di sole , e i dolmen , tombe votive ; sguardi che vengono da lontano , dagli immensi ossari del sud a cielo aperto , dai santi che volano , dagli zappatori , braccianti , tessitori di reti , bottai e falegnami , barbieri e cartapestai, sguardi di frontiera e torri costiere , di terra rossa e risacca del mare, di “caseddhi” e cattedrali . E di porti. Con tante croci sul mare.

Roma, 24 aprile 2016
Augusto Benemeglio

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