Senghor, l’immaginazione al potere


SENGHOR, LEOPOLD SEDAR 1987                             © ERLING MANDELMANNA cura di Augusto Benemeglio

«L’emozione è negra, la ragione è ellena» ( Senghor)
1. La parola è un’ala di silenzio
Nove anni fa, moriva, vecchissimo, a 95 anni , Léopold Sédar Senghor, il poeta, il capo di Stato , il profeta della negritudine. Era morto nella terra della sua prima amata moglie , Colette Hubert, nella sua casa “stile africano” , in Normandia, a Verson,” davanti all’uragano che tutto svelle intorno a me , foglie e parole futili”. Lì si era ritirato vent’anni prima , dopo aver rinunciato volontariamente alla sua carica di presidente del Senegal. Subito dopo la sua morte andai a trovare Florio Santini, e sul lungomare di Otranto , il canale dei “disperati” , insieme a lui e sua moglie Siou Wan , parlammo di Senghor ,che Florio aveva conosciuto bene durante la sua lunga stagione di “Addetto culturale all’Ambasciata Italiana “. Erano gli anni’70 e si erano incontrati nella dolcezza della terra africana, a Dakar, sopra il cimitero marino dove è sepolto il figlio del grande poeta della negritudine. (La “ negritudine ” è innanzitutto una parola, “ un mot de passe ”, vuol dire un segno di riconoscimento, una formula che apre una via libera ai “negri nuovi”, una parola dal quale si rivendica l’appartenenza a una comunità in lutto). E ora, trent’anni dopo, il vecchio Florio, anche lui prossimo alla soglia degli ottant’anni, avvertiva il grande vuoto di questa perdita , la nostalgia e il vivo rimpianto della sua assenza.
“Il mondo – disse – ha perduto un grande uomo. Senghor era uno di quegli uomini che nascono ogni cento anni e riscattano l’umanità dagli orrori e dall’abominio , ma, conoscendolo, so che è morto come desiderava. E’ morto in silenzio ( “La parola è un’ala del silenzio, vita e morte sono la stessa parola…”), è morto in pace, nella stagione delle piogge, sulla via della fuga, nel vento ardente e puro. Tuttavia è morto lontano dalla sua amata Africa, lontano da Joal, il villaggio di pescatori della colonia francese del Senegal , dov’era nato nel 1906 da un padre ricco che aveva sette mogli e trenta figli, che ha fatto tutti studiare presso i padri missionari portoghesi e francesi. E’ morto lontano dal vento della bella stagione che brucia ogni fiore e ogni pensiero vano, dalla sabbia che ricade sulle dune del cuore, dai giochi dei fanciulli e le loro risa d’avorio.

2.Aimè Cèsaire e George Pompidou
Senghor è morto in Francia, nella sua seconda patria, ricordando per un istante Parigi, la città dei lumi, degli artisti e dei poeti, dove aveva studiato al Liceo Louis-le-Grand e aveva conosciuto gente come il poeta Aimè Cèsaire (con cui farà stretto Sodalizio) e Georges Pompidou , futuro Presidente della Repubblica Francese.
A Parigi si era laureato in letteratura francese, alla Sorbona, e si era sposato con Colette, la sorella della moglie dello statista francese (“Ah, il profumo della carne della donna amata, carne bianca!”). A Parigi, e a Tours, Senghor aveva insegnato nei licei , era stato le professeur noir elegante, alto, magro, dall’agile passo di gazzella e i grossi occhiali cerchiati d’oro, aveva insegnato la letteratura francese e il senso della fraternità, della libertà e dell’uguaglianza che contrassegnava tutta la cultura di quel popolo, lui che veniva da una terra luminosa, edenica, (“Tu Estate tu ancora Estate, Estate del Regno d’infanzia,/ Eden di mattini roridi d’alba e di splendenti meriggi, sospesi come aquila in volo./ Silenziosa estate di questo tempo, di così grave pena sotto l’occhio geloso di Dio/ Eccoti sul nostro destino, duramente scolpito nel quadrante del secolo”). Una terra che era ancora sotto il bieco avido dominio dei malvagi bianchi , una colonia francese!

3. La donna nera e la sua dolcezza estrema
E poi, Lèopold Sèdar, aveva fatto la guerra, era stato prigioniero dei tedeschi; aveva fatto la resistenza, e, dopo, lo scempio e la devastazione del conflitto mondiale, era divenuto il primo deputato senegalese all’Assemblea Costituente Francese; e infine (ma c’era sempre stata dentro di lui, fin dall’età di quindici anni) ecco la poesia, che sgorgava impetuosa, la “nuova” poesia, la ricerca della poesia orale africana, la poesia della “negritudine”, che nasce dalla storia, dalle tradizioni, dalla cultura africana e si fa carne e anima, speranza di salvezza. Ecco i poemi africani , il grido di presenza e di dolore della sua razza, “frutto maturo dalla polpa dura, estasi oscura del vino nero, bocca che fai lirica la mia bocca”. La poesia, la fiamma che illumina le sue lunghe notti come una colonna o una palma che infiamma le sue labbra di sangue , il suo canto puro come l’oro di Galam, i gesti solenni, eterni di statua della donna nera, donna nuda, vestita del suo colore, che è vita, della sua forma che è bellezza ; la donna nera con la dolcezza estrema delle sue mani che bendavano i suoi occhi di bambino.

4.Florio Santini e Alberto Sordi
Florio Santini ha sempre raccontato, nelle sue innumerevoli conferenze e simposi letterari salentini, che era rimasto folgorato, ammaliato, incantato dalla conoscenza di quest’uomo straordinario, uno degli uomini più importanti del novecento , uno che parlava una decina di lingue vive, e poi conosceva il greco e il latino, citava Tacito, Cicerone e Seneca, uno che non aveva esitato a fare un falò di tutto il suo passato di intellettuale e poeta francofono apprezzato a livello internazionale per diventare esclusivamente poeta africano, totale, integrale, e fare il poeta per lui significava essere un po’ un Cristo Nero, “Poeta è colui che è venuto a salvare la gente (i negri, ma anche i bianchi), assumendo su di sé tutto il dolore e soffrendo per tutti “. E forse fu quella l’ unica ribellione di Sèdar, che significa “Colui che non può essere umiliato”. (Hai tenuto a lungo, a lungo tra le mani il volto nero del guerriero/ come già lambito da un crepuscolo fatale.) Quando venne in Africa Alberto Sordi – mi raccontò Florio Santini – per girare un suo film ( “Finchè c’è guerra c’è speranza”, siamo negli anni ’70), il presidente Senghor lo invitò ad un ricevimento insieme alla troupe cinematografica. E lui non fece affatto onore alla nostra Nazione, anzi si comportò in maniera piuttosto rozza, villana e anche razzistica, facendo pessime battute, in un francese approssimativo , sulle usanze e costumi locali. Forse pensava che i negri avessero ancora nelle orecchie i versi di Faccetta nera, che lui si divertiva ad accennare credendo di far ridere la gente. Non si rese conto l’attore di chi aveva davanti. Quel “negro” che gli sorrideva benignamente ( “Non dire niente che possa, come goccia in uno stagno, formare anche il minimo cerchio concentrico nel mare della tranquillità”) non era solo un uomo di grande cultura e di grande spessore e creatività, apprezzato da gente come Sartre e Camus, cresciuto alla scuola di un Theilard de Chardin, non era solo uno statista illuminato che governava il suo paese con grande autorevolezza e saggezza politica e morale, non solo un grande poeta, – premio mondiale “Cino Del Duca” e premio “Dante Alighieri” per la letteratura, – ma una di quelle rare persone che contrassegnano un’epoca, che rifanno la storia dell’umanità, che insieme al poeta della Martinica Aimè Cesar , aveva gettato il dado della negritudine che “è l’insieme dei valori – economici e politici, intellettuali e morali, artistici e sociali – non solo dei popoli dell’Africa nera, ma anche delle minoranze nere delle Americhe… Ma la negritudine, in fondo (e questo gli sarà rimproverato dai più accesi nazionalisti, che parleranno piuttosto di “tigritudine”), è più una questione di stile che di contenuto , giacchè l’emozione occupa un posto di primo piano nell’economia della sua interpretazione.(L’emozione è negra, la ragione è ellena) Il negro è l’uomo della natura per eccellenza, egli sente più di quanto non veda; la sua ragione non è discorsiva, ma sintetica , non è analitica, ma intuitiva : “la ragione negra corre nelle arterie delle cose , ne sposa tutti i contorni per fermarsi nel cuore vivo del reale”. Ora, i militanti della negritudine assumono questi valori, li fecondano anche con apporti esterni, per viverli in prima persona, dando così il loro contributo di Nuovi Negri alla Civiltà dell’Universale».

5.Vedrò altri cieli e altri occhi
La sua poesia rimane cristiana fino in fondo , non conosce la vendetta, né la ribellione, anche se non esita ad accusare il colonialismo in tutte le sue forme: “Ah, eccoti voce bianca , voce di parte/ voce ammaliatrice/ Sei la voce del forte contro il debole/ la coscienza dei coloni d’Oltremare/ Non odiai mai quelli dall’orecchio rosa”. Le parole di condanna assai amara, che possono alimentarsi in un odio ancestrale, vengono superate attraverso il sacrificio del perdono, la riconciliazione dei reciproci valori e delle reciproche culture basate sulla possibilità d’incontro fra la cultura europea e quella africana.
(“Dalla collina, ho visto il sole tramontare nelle baie dei tuoi occhi./ Quando rivedrò il mio paese, l\’orizzonte puro del tuo viso?/ Quando siederò ancora al desco del tuo seno d\’ombra?/ Ed è nella penombra l\’alcova delle dolci parole”).
Con la sua poesia scritta in lingua francese , “i canti d’ombra”, “le ostie nere” , “i notturni “ , la poesia della negritudine , la fierezza e la dignità di essere negri, ( un Orfeo Nero, dirà Sartre, che si fa strumento per decolonizzare le coscienze ) scritta in quella lingua in cui si erano espressi i grandi poeti da lui amati, Baudelaire e Rimbaud. Con quella lingua non sua , che lui aveva reso “sacerdotale, lenta e maestosa” come la sua terra natìa, Senghor diventa subito il cantore più intenso e di creaturale fisicità dell’immagine dell’Africa, che è come una donna amata e lontana, di cui si ha, costantemente, infinita dilacerante nostalgia , nostalgia di piante, di animali, di fiori selvaggi, nostalgia di futuro:
“Vedrò altri cieli e altri occhi/ berrò alla sorgente di altre bocche più fresche di limoni/dormirò sotto il tetto d’altre chiome al riparo delle tempeste/ Ma ogni anno quando il rhum della primavera fa bruciare la memoria/ io rimpiangerò il paese natio e la pioggia dei tuoi occhi sulla sete delle savane”.

6. L’immaginazione al potere.
Orami divenuto celebrità della cultura mondiale, uno degli “immortali” dell’Accademia di Francia, Senghor diviene il primo Presidente del suo Paese, quando la Francia, nel 1960, gli concesse l’indipendenza. Un’ anomalia nel panorama africano in cui tutti i capi di Stato erano militari o rivoluzionari . Che cosa poteva fare un presidente-poeta, e per di più cristiano in una paese in cui l’85 % è musulmano e il 7% animista, in un continente dilaniato dalla rivalità tribali e dai ciechi poteri delle dittature? Dirà lui stesso : “Un poeta può governare un paese sottosviluppato dove, più che di leggi, si ha bisogno di idee e di molta fantasia”.L’immaginazione al potere , dunque. Ma Sèdar , l’illuminato , – come detto – era anche un poeta e uno statista profondamente cristiano , e ciò è risultato fondamentale , sia nella sua formazione spirituale che nella vita pubblica e sociale : «L’educazione cristiana mi ha fatto molto bene. Avevo un temperamento collerico ma la direzione spirituale e la confessione mi hanno insegnato a dominarmi, a disciplinarmi». 7. L’utopia di una conciliazione universale Nonostante le mille e una difficoltà incontrate , anche a livello di politica interna , Senghor ha continuato ad affermare la necessità e la possibilità di un incontro fra la cultura europea e cultura africana . La sua poesia – scrive Graziano Benelli – vuole essere anzitutto un mezzo concreto per risolvere questo conflitto secolare , così come la sua negritudine diventa simbolo profetico d’imminente conciliazione universale. Ci ha creduto fino in fondo a questo progetto utopistico , mi disse un giorno Aldo Bello , direttore di “Apulia” , una delle riviste simbolo della rinascita della cultura salentina e pugliese. “Senghor ha governato da filosofo come al tempo dell’antica Grecia , mescolando Teilhard, un vago marxismo e la sua personale fede cattolica. La sua via africana al socialismo è stata moderata. Nel Senegal dei nomadi e delle grandi carestie, ha fatto quello che poteva. Ma almeno la sua cultura umanistica ha garantito la democrazia per lunghissimi anni . Non fosse altro che per questo, Senghor potrebbe essere ricordato anche come il primo Presidente africano che (a scorno degli italioti contemporanei che vorrebbero abolirle) ha imposto nelle scuole l’insegnamento del greco e del latino accanto alle sei lingue principali del Paese. Aveva capito che solo “uomini completi” potevano e possono difendere la propria cultura e la propria identità”.

8. La lingua italiana nel Senegal
Noi salentini possiamo ben dire – aggiunse Aldo Bello – che un altro merito di Senghor fu quello di aver “scoperto” il nostro comune amico Florio Santini, “l’Asino Arpista” di Otranto , e averlo apprezzato e stimato per il suo valore di letterato, storico e antropologo della cultura universale. E si deve proprio a questa singolare amicizia con Santini se, a tutt’oggi , tra le lingue straniere facoltative studiate a scuola, fu inserita anche quella italiana. Tra i due scrittori si stabilì un nobile sodalizio, forse perché entrambi ritenevano la poesia un atto d’amore: verso qualcuno o qualcosa, verso la natura, verso l’uomo, verso gli altri, verso l’universo intero; e dunque un moto interiore e una presa di consapevolezza planetaria, senza i quali l’uomo “completo” non può essere, non è. Senghor , rieletto più volte democraticamente , governò per vent’anni il Senegal , finchè non fu lui stesso – cosa rarissima , se non unica , e non solo in un ‘Africa affollata di generali che regnavano con la pistola in pugno – a rinunciare alla sua carica , e a ritirarsi definitivamente a vita privata nella sua seconda patria , la Francia, nella Normandia, il paese della amatissima moglie Colette e dei suoi tre figli meticci, sognando forse fino all’ultimo la rinascita del suo continente e l’utopia di una «civiltà dell’universale».

Augusto Benemeglio

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