Eventi: SCRITTORI E POETI RICORDANO LA GRANDE GUERRA


SCRITTORI E POETI RICORDANO LA GRANDE GUERRA

CERONETTI

E’ stato chiesto a Guido Ceronetti, scrittore, filosofo, saggista, drammaturgo, scomparso da poco, il perché avesse messo in scena una  piecè teatrale sulla GRANDE GUERRA, dal titolo  “Quando il tiro si alza”, una frase  pronunciata da un capitano inglese prima della battaglia, che disse: – Brindo  a quando si alzerà il tiro di sbarramento”. Era il segnale dell’attacco. La sera stessa il suo battaglione di 800 soldati era ridotto a 80. E tra i morti c’era anche lui. Così ricorda l’evento Wilfred Owen: Piegati in due, come vecchi accattoni sotto sacchi,/ con le ginocchia che si toccavano, /tossendo come streghe,/ bestemmiavamo nel fango,/ fin davanti ai bagliori spaventosi, dove ci voltavamo/ e cominciavamo a trascinarci verso il nostro lontano riposo./ Uomini marciavano addormentati. /Molti avevano perso i loro stivali, ma avanzavano con fatica, calzati di sangue. /Tutti andavano avanti zoppi; tutti ciechi; ubriachi di fatica; /sordi anche ai sibili di granate stanche, distanziate, che cadevano dietro di noi. Gas! Gas! Veloci, ragazzi! – / Un brancolare frenetico, mettendosi i goffi elmetti appena in tempo; ma qualcuno stava ancora gridando e inciampando,/ e dimenandosi come un uomo nel fuoco o nella calce…/ Pallido, attraverso i vetri appannati delle maschere e la torbida luce verde, come sotto un mare verde, io, io… l’ho visto affogare.
Maestro  dopo il film di Monicelli, lei ha voluto portare  la Grande Guerra a teatro. Perché?
“La Grande Guerra è stata una cosa tremenda, devastante, mortale che ha cambiato non solo la storia ma l’anima della gente.  Attraverso il teatro si possono mettere assieme dati e storie e arrivare a intuire cosa accadde in Europa tra il ’14 e il ’18. Per esempio: perché la guerra cominciò? , dico, realmente. Lei lo sa? L’Alsazia, le colonie, il disfacimento dell’impero turco, sono solo pretesti. La verità vera è che  rimane un  mistero “diabolico”  Ma una cosa è certa, la Grande Guerra è cominciata nell’estate del 1914 ma non si è mai conclusa. Sono fortememente deciso a mostrare  l’orrore di milioni di morti,  e dimostrare che tutto quel sangue d’Europa ricade ancora su di noi, e  che quella  grande carneficina poi è proseguita nella Seconda guerra e ora dilaga in questa Terza, che stiamo vivendo “a pezzi”, in modo diffuso. La Prima guerra mondiale è stata la  la madre di tutte le altre guerre.
Quando finirà, secondo lei?
«Quando finirà l’umanità. Visto l’impegno che ci stanno mettendo le varie Nazioni, direi presto». Sono passati cent’anni da quella data fatale. Li ho vissuti quasi tutti. La prima guerra no, ma mio padre sì. Per cinque anni al fronte sul Carso. In cambio gli dettero il titolo di Cavaliere di Vittorio Veneto e una pensione di 60 lire al mese».

STUPARICH

In quella guerra, oltre a suo padre c’erano uomini di grande valore, poeti e scrittori molto noti di cui accenneremo , e altri meno noti come  il triestino Carlo Stuparich che si nutriva dei suoi libri e dava spesso la propria razione ai soldati analfabeti. E gli diceva: “Ricordate che cultura è vita, e vita è cultura: pensiero e azione si stringono , mazzinianamente,  un nodo indissolubile e vitale”. La morte lo ghermì  a  ventidue anni , una  morte prematura che gli avrebbe negato ogni domani; lo prese mentre scriveva una lettera a casa su una ennesima riflessione di Mazzini .”Posso errare ma non di cuore, posso ingannarmi non ingannare; perché vi parlo dei vostri doveri prima di parlarvi dei vostri diritti?. Perchè non esistono diritti senza doveri»
Lei, maestro,  continua a dire che quella guerra fu l’origine di quel grande Male che ancora oggi noi stiamo vivendo, ma il male non è in tutte le guerre, come ci insegnarono fin da bambini, come ci insegna una poesia di Rodari?
Ci sono cose da fare ogni giorno: lavarsi, studiare, giocare,/ preparare la tavola, a mezzogiorno./ Ci sono cose da far di notte:/ chiudere gli occhi, dormire,/ avere sogni da sognare,/ orecchie per sentire./ Ci sono cose da non fare mai,/ né di giorno né di notte,/ né per cielo nè per mare né per terra: per esempio, la guerra.
“Vede, nella grande guerra si è verificato lo sfondamento dei principi umani. Il nuovo potenziale bellico industriale ha innescato una strage senza precedenti. Milioni e milioni di morti. Ho visitato molti ossari, quello di Redipuglia, di Bassano del Grappa… Bisogna andarci nei cimiteri di guerra, vedere tutte quelle croci. Bisogna andare in quello vicino a Verdun, dove morirono più di un milione di soldati…L’Europa è un unico, sconfinato cimitero. Da quel conflitto uscì non solo devastata nella sua fisionomia ma anche nell’anima della gente. Fu sterminata una civiltà. E non si è mai ripresa. Il mio teatro vuole essere una croce in più per tutti i caduti, non mille, ma milioni di papaveri rossi, simbolo dei morti di tutte le guerre nei paesi anglosassoni”.
Ci siamo  abituati all’orrore, all’aberrazione, all’anormalità?
“Purtroppo, quando ci sei dentro, l’anormalità finisce per sembrarti normale. Successe anche nei campi nazisti. Non c’era particolare malvagità o stupidità. Solo la forza spaventosa delle cose, di cui noi uomini siamo pallidi strumenti».
Nessuna libertà, nessuna possibilità di scelta?
“Siamo marionette del destino. Bisognerebbe provare a migliorarci ma ci siamo arresi. Strangolati dal potere delle tenebre, del denaro, e ora pure dell’elettronica. Quanto alla scelta, il massimo cui possiamo ambire è – detto tra noi – se prenderci o meno un caffè.   La guerra continua ancora ,purtroppo,  e  forse non siamo  più nemmeno in grado di riconoscere il senso della pietà umana, ci dice il cantautore Massimo Bubola, che  ha scritto una canzone straziante ispirandosi  a un fatto di cronaca avvenuto proprio qui a Roma, sei anni fa,   il 4 gennaio 2012 ; due balordi, durante una rapina, sparano e uccidono una bimba di nove mesi e anche suo padre , che la teneva in braccio. “Hanno sparato ad un angelo”

“Hanno sparato a un angelo in fondo alla città
Hanno sparato a un angelo e adesso siamo qua
Hanno sparato a un angelo in mezzo ad una strada
A un cucciolo di sposa coperto di rugiada
Hanno sparato a un angelo in braccio al suo papà
Hanno sparato a un angelo e a un po’ di Eternità”

UNGARETTI

Ecco un  poeta nuovo  Giuseppe Ungaretti che aveva  l’urgenza di dire, il lampo del grido di dolore, di pietà, di fraternità; una poesia che frantuma e atomizza il verso, che riscopre un nuovo ritmo, una nuova musica, una diversa profondità e una magia della parola, ma è soprattutto una grande testimonianza esistenziale e un sentimento di solidarietà. Nell’esperienza traumatica della trincea, egli  vede la stessa fragilità e lo  stesso  desiderio di pace nel volto del nemico, che diventa così suo fratello “Di che reggimento siete /fratelli?/ Parola tremante /nella notte /Foglia appena nata /Nell’aria spasimante /involontaria rivolta / dell’uomo presente alla sua fragilità/ Fratelli
La guerra  distrugge i paesi lasciandone solo «qualche brandello di muro» e  trasforma il  cuore del poeta nel paese più straziato.
Di queste case / non è rimasto/ che qualche  / brandello di muro/Di tanti   / che mi corrispondevano /non è rimasto  / neppure tanto/ Ma nel mio cuore  /nessuna croce manca/ E’ il mio cuore / il paese più straziato.
Un’intera nottata / buttato vicino /a un compagno /massacrato/ con la sua bocca  /digrignata / volta al plenilunio/ con la congestione  /delle sue mani/ penetrata /nel mio silenzio/ ho scritto /lettere piene d’amore/ Non sono mai stato / tanto/ attaccato alla vita.
Siamo alla scarnificazione del verso, all’abolizione della punteggiatura, l’espressione  si fa  lapidaria, ed è  lo spazio bianco  che da la pausa , scolpisce  la poesia in modo icastico, diventa pietra e pianto
Come questa pietra  /del San Michele/così fredda  /così dura /così prosciugata  /così refrattaria/ così totalmente   / disanimata /  Come questa pietra  /è il mio pianto /che non si vede/ La morte / si sconta  / vivendo.
L’urgenza di dire , si riduce talvolta ad una sola parola “M’illumino d’immenso”.

REBORA

Come Ungaretti, anche Clemente Rebora è soldato sul Carso nel 1915. Nella poesia «Viatico»  racconta forse la vicenda più tragica : un soldato ferito è rimasto senza gambe, nella terra di nessuno. Tre soldati corrono in suo soccorso per portarlo in salvo e muoiono sotto il fuoco nemico. Ora il soldato non potrà che morire, lontano dall’abbraccio fraterno, e in silenzio,  per evitare che altri soldati ancora muoiano per lui, soldati che anelano solo il ritorno a casa. “Se mai tornerai a casa  /tu , uomo di guerra /a chi ignora l’orrore non dire nulla; /non dire la cosa, ove l’uomo /e la vita s’intendono ancora. /Ma afferra la tua donna /una notte dopo un gorgo di baci, / soffiale che nulla nel mondo /redimerà ciò ch’è perso /di noi,  i putrefatti di qui; /stringile il cuore fino a strozzarla: /e se t’ama, lo capirai nella vita  più tardi, o giammai. 

D’ANNUNZIO

Sulle voci sommesse e dolenti , scavate e profonde, di poeti che abbiamo ascoltato, s’erge la voce stentorea del poeta-guerriero per eccellenza, il Vate, Gabriele D’ANNUNZIO, con le sue imprese eroiche , in aria – vola suVienna – e per mare – La Beffa di Buccari – e poi la conquista di Fiume. D’Annunzio incendia gli animi patriottici di chi la guerra la fa soprattutto in poltrona. Ha perduto da poco un occhio in un incidente aereo, ma  prosegue indomito per mare, imbarcato sul Mas di Luigi Rizzo. Eccolo avvicinarsi nella gola oscura di Buccari. “”L’audacia è dei forti e dei forti è la fortuna. Brindiamo!.  Eja , Eja, Eja, Alalà! Questo è il grido degli antichi guerrieri greci , questo sarà il nostro nuovo grido di battaglia! Domani la storia canterà la nostra follia che si è cinta l’alloro della gloria. Ecco  la gola di Buccari. …Dove è impossibile entrare , e ancora più impossibile uscire. Ma a Buccari si farà la storia!
Il Vate è a a bordo del Mas comandato dall’eroe  Luigi Rizzo:
Il mattino è nuziale.  Il bacino è cangiante e soave come la gola del colombo. Le case hanno qualcosa di femmineo, simili a donne che si levino sul gomito e guardino attraverso le cortine d’oro filato.Vedo la dirittura della riva, la vecchia pietra degli approdi e delle partenze, e lungo la riva i marinai allineati, la bella materia eroica. Parlo agli uomini in riga contro un muro di mattoni che ha il colore del sangue. Aggrumato.
D’Annunzio continua ad incitare:
Marinai, miei compagni, questa che noi stiamo per compiere è un’impresa di taciturni. Il silenzio è il nostro timoniere più fido. Non conviene un lungo discorso a muovere un coraggio che è già impaziente di misurarsi col pericolo ignoto. Ciascuno dunque oggi deve dare non tutto sé, ma più che tutto sé, deve operare non secondo le sue forze, ma di là dalle sue forze.

JAHIER

Ma  si combatte anche sul Piave dove il capitano degli alpini Piero Jahier si prepara a fronteggiare l’attacco della fanteria austriaca chiuso nella sua tenda da campo e va annotando il suo taccuino. Il Generale vuole che si vada all’attacco, dietro la collina, per la gloria, per le aquile e le bandiere:
Altri morirà per le aquile e per le bandiere/ Ma io per questo popolo rassegnato/ Popolo che viveva nel giusto e nel giusto muore /senza sapere./ Anch’io con lui sulla strada della fatica. Altri morirà per le medaglie e le ovazioni , /ma io per questo popolo illetterato…/Altri morirà per la sua vita,/ ma io per questo popolo che fa i suoi figlioli / perché sotto le coperte non si conosce miseria/popolo che accende il suo fuoco solo a mattina/ popolo che di osteria fa scuola / popolo non guidato, sublime materia/Sotto, ragazzi , se non si muore , si riposera nello spedale/ Ma se si dovesse morire, basterà un giorno di sole / E tutta l’Italia ricomincia a cantare.
Ragazzi di poco più di vent’anni. Strappati alle proprie terre e alle proprie famiglie. L’ottanta per cento non sapeva scrivere. Ed era difficile capirsi. Si parlava quasi solo dialetto. Nella truppa, bloccata in trincea senza elmetti , né scarponi adatti al fango carsico, e neppure mantelline impermeabili, si fecero largo malinconia, sconforto, rassegnazione. Alla fine del 1915 l’esercito italiano aveva registrato 235.000 perdite tra morti, feriti, ammalati, prigionieri e dispersi.Ma il generale Leone del libro “Un anno sull’altipiano” di Emilio Lussu  voleva altre conquiste di centimetri di terreno,  altri morti, altri eroi, e poi c’è il Generale dietro la collina di cui canta De Gregori. E siamo ai mille papaveri rossi della canzone di Piero, tratta da una poesia del tenente colonnello canadese John Mac Crea. I papaveri sono il simbolo dei caduti di tutte le guerre, e,  nel mondo anglosassone,  esiste ancora oggi la remembrance poppy (papavero del ricordo) che si celebra l’11 novembre. Noi lo celebriamo oggi con la canzone di Piero.

‘O SURDATO NNAMORATO

Da questa guerra nessuno si è salvato , neppure i superstiti , nemmeno quei reduci che, pur giungendo in vita fino a pochi anni fa, non hanno mai potuto cancellare dai loro occhi l’orrore a cui avevano assistito Quello  stesso dolore e senso di  impotenza che è di tutta una generazione, e appartiene a tutti anche a Andrea, uno dei c.d. figli della luna.  È nel dilagare di questo stato d’animo che nasce la nonna di tutte le canzoni contro la guerra. Forse ispirandosi alla lettera di un soldato inviata dal fronte alla sua amata, il napoletano ANIELLO CALIFANO scrive  ‘O surdato ‘nnammurato che verrà musicata da Enrico Cannio, una marcetta insistente ma allo stesso tempo malinconica. Il successo è subito enorme , la cantano tutti. Ma viene subito bollata come canzone disfattista. Ai carabinieri venne impartito l’ordine di punire con decisione chiunque la cantasse,  revoca delle licenze, prigione. Ma si poteva anche finire davanti a un plotone d’esecuzione. Eppure il testo racconta di un innamorato che sogna la sua amata e le giura amore eterno. Non si fa alcun riferimento alla guerra. Ma c’è il desiderio di tornare a casa, lasciare il fronte, la guerra. In pratica disertare.  Ecco allora come un canto d’amore divenne la più grande delle condanne al conflitto, senza mai nominarlo, senza mai dire una parola contro. Anche i soldati piemontesi, veneti, lombardi, toscani cantavano “O surdato”.  Dopo cento anni ‘O surdato è attualissimo. è un messaggio d’amore universale, per tutte le volte che il pensiero va alle cose importanti ma lontane e per tutte le volte che il dolore della vita trova  rifugio in ciò che si ama.
Il fante Ungaretti è con un reparto italiano sul fronte francese, accampato nel bosco di Courton, sotto i bombardamenti tedeschi: ogni cannonata che arriva spezza gli alberi, stronca le vite umane: “Si sta come/d’autunno/ sugli alberi/ le foglie.
Ed ecco l’ultimo assalto visto cogli occhi e con il cuore di un soldato-poeta austriaco :

Tutti avevano la faccia del Cristo.
Nella livida aureola dell’elmetto
tutti portavano l’insegna del supplizio
nella croce della baionetta
e nelle tasche il pane dell’ultima cena…
E nella gola il pianto dell’ultimo addio.

Roma, 23 ottobre 2018
Augusto Benemeglio

 

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