Saramago José – Le intermittenze della morte


A cura di Katia Ciarrocchi

Dopo la nascita unica certezza dell’uomo è la morte, cadavere che ci portiamo dietro fin dalla nascita (il cadavere di quello che fummo incombe soltanto se il nostro sguardo avrà paura di “essere per la morte”).
La morte è uno dei temi predominanti nella nostra cultura, carica di valori etici e simboli che l’uomo ha cercato di “rappresentare” attraverso le forme più svariate della letteratura e dell’arte.
Nella mitologia greca, il dio della morte, Thanatos, è rappresentato come un anziano barbuto e alato, avvolto in un nero mantello. Accostato a Eros, il dio dell’amore, sono i poli di un meccanismo che regolano l’intera esistenza. Eros crea la vita, Thanatos la distrugge; Eros avvicina, Thanatos allontana; Eros unisce, Thanatos separa per sempre.
Da qui potremmo citare Tolstoj in “La morte di Ivan Ilic” dove “la morte appare come un momento liberatorio, benché non felice, perché permette di staccarsi dalle etichette e dalle opinioni che il mondo esterno ci affibbia, togliendoci genuinità e capacità di provare sentimenti autentici”. E’ interessante vedere come il tema della morte si leghi in Carlo Boito al problema artistico del Realismo e a quello scientifico del positivismo. Nella novella “Un corpo” di Boito “la morte e l’orrido sono sempre accompagnati e legati all’amore e alla bellezza, una filosofia squisitamente positivistica“. La concezione leopardiana della morte traspare in maniera chiara dall’insieme delle sue opere, e si lega alla sua concezione della vita e del dolore. “Nel Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie”, il coro dei morti esprime proprio questo concetto: “La morte è un punto indolore e quieto che segna, se non l’inizio della felicità, almeno la fine del dolore”. E così la lista diverrebbe infinita.
Quello che più mi ha colpito di Saramago è la capacità che ha di ironizzare sulla morte, una prospettiva, meno triste e amara di quella che essa ha di consueto, e certamente più creativa.
In una nazione mai citata la morte ha deciso di scioperare e di conseguenza nessuno più muore, mentre fuori confine il ciclo della vita continua; lo stesso Saramago si affretta a informarci che non c’è una sola morte, ma diverse morti che rispondono a una Morte superiore.
L’evento provoca nel popolo sentimenti di vittoria e felicità (la continua ricerca dell’immortalità ha termine, immaginate cosa si possa provare!). Quella che in un primo momento potrebbe sembrare una vittoria si rivela da subito un’arma a doppio taglio, poiché la “non morte” provoca uno scompiglio totale; la morte rimane in sospeso ma non cessano le malattie, l’invecchiamento, il decadimento fisico, una perenne agonia che non trova mai la fine. Qui Saramago affoga in lunghe descrizioni, (che io personalmente ho sentito troppo pesanti e ridondanti) sulle conseguenze, la Chiesa che non può più predicare la vita eterna dell’anima giacché i corpi stessi sono diventati eterni, “Senza morte, mi ascolti bene, signor primo ministro, senza morte non c’è resurrezione, e senza resurrezione non c’è chiesa”. Questo stato di cose muta quando i “moribondi” si portano a morire oltre il confine (dove la morte del loco continua nella sua opera), generando però altri problemi: chi ne approfitta per affari malavitosi e le problematiche che lo Stato si trova a fronteggiare.
Lo stile narrativo di Saramago, in questa prima parte è appesantito (oltre che dalle descrizioni interminabili), dalla mancanza di “virgolette” o qualsiasi segno che aiuta a distinguere il discorso diretto da quello indirette e avvolte si è costretti a tornare indietro per comprendere, ma una volta preso il via il tutto inizia a scorrere velocemente.
La seconda parte del libro è stupefacente, la morte torna e stavolta è decisa a far comprendere all’uomo “che cosa ne sarebbe dell’uomo stesso senza la morte”, vuole indurre a far comprendere all’essere umano (a sue spese) quale sia la forza dell’amore e della vita.
Ci riuscirà? Sì e ne rimarrà “avvinghiata” lei stessa, cedendo al canto della vita, cedendo all’amore, e così mentre la morte si addormenta tra le braccia del suo amato Saramago finisce il libro nello stesso modo in cui lo aveva iniziato: “E il giorno seguente non morì nessuno”, unica differenza che all’inizio era per frivolezza, alla fine per amore.
Simbolo forse un po’ ironico di quel possibile che ognuno ricerca nel cammino della propria esistenza.

Titolo: Le intermittenze della morte
Autore: José Saramago
Traduttore: Desti R.
Editore: Feltrinelli
Prezzo: € 9.50
Collana: Universale economica
Data di Pubblicazione: Maggio 2012
ISBN: 8807723476
ISBN-13: 9788807723476
Pagine: 218
Reparto: Narrativa > Narrativa contemporanea

Note biografiche dell’autore:
fonte: Wikipedia
Il padre di Saramago, José de Sousa, era un agricoltore, che si trasferì con la famiglia a Lisbona nel 1924, dove trovò lavoro come poliziotto. Il fratello minore di Saramago, Francisco, morì a soli due anni, pochi mesi dopo l’ arrivo a Lisbona.
A causa delle difficoltà economiche, Saramago fu costretto ad abbandonare gli studi all’Istituto Tecnico. Dopo occupazioni precarie di ogni tipo, trovò un impiego stabile nel campo dell’ editoria e per dodici anni ha lavorato come direttore di produzione.
Saramago sposò Ida Reis nel 1944. La loro unica figlia, Violante, nacque nel 1947.
Nel 1947 scrisse il suo primo romanzo “Terra del peccato”, (che in seguito ripudiò come un figlio scapestrato), ma il Portogallo di Salazar, il dittatore a cui Saramago s’era sempre opposto tenacemente e dal quale era sempre stato pesantemente censurato nella propria attività giornalistica, non l’accolse benevolmente. S’iscrisse clandestinamente al Partito Comunista portoghese nel 1969, riuscendo sempre ad evitare di finire nelle mani della polizia politica del regime.
Durante gli anni sessanta riscosse molto successo la sua attività di critico letterario per la rivista “Seara Nova”. La sua prima raccolta di poesie “I poemi possibili” risale a quegli anni, precisamente al 1966.
Negli anni settanta diventò direttore di produzione per una una casa editrice e, dal 1972 al 1973, curò l’ edizione del giornale “Diario de Lisboa”. In quegli stessi anni pubblicò diverse poesie, “Probabilmente allegria”, (1970), cronache, “Di questo e d’altro mondo”, (1971); “Il bagaglio del viaggiatore”, (1973); “Le opinioni che DL ebbe”, (1974) testi teatrali, romanzi e racconti.
Dal 1974 in poi, in seguito alla cosiddetta “Rivoluzione dei garofani” Saramago si dedica completamente alla scrittura e getta le fondamenta di quello che può essere definito un nuovo stile letterario ed una nuova generazione post-rivoluzionaria.
Saramago pubblica qualche anno dopo, nel 1977, il romanzo “Manuale di pittura e calligrafia”, e, nel 1980, “Una terra chiamata Alentejo”. Il successo arriverà però con “Memoriale del convento” (1982). Nello spazio di pochi anni altre due opere importanti, “L’anno della morte di Ricardo Reis” e “La zattera di pietra”, che gli varranno, oltre al successo di pubblico, numerosi riconoscimenti della critica.
Il riconoscimento a livello internazionale arriverà però solo negli anni novanta, con “Storia dell’assedio di Lisbona”, una delle più belle storie d’amore mai scritte, il controverso “Il Vangelo secondo Gesù” e “Cecità”, forse il suo capolavoro.
Eletto nel 2002 presidente onorario dell’Associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica.
Attualmente vive a Lanzarote, nelle Isole Canarie. Saramago è stato membro del Partito Comunista portoghese dal 1969 e le sue posizioni sulla religione hanno suscitato notevoli controversie in Portogallo, specialmente dopo la pubblicazione de “Il Vangelo secondo Gesù Cristo”.

Ciarrocchi Katia

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