Rumori nell’atrio 1


di Enzo Maria Lombardo

Sera. L’atrio della stazione è semideserto. In una panca siede una ragazza bionda dai grandi occhi bovini. Quegli occhi si muovono nervosi, torno torno, come se cercassero qualcosa. Si posano sulle macchie dei muri, sugli sportelli serrati della biglietteria, sugli orari, sui manifesti; scivolano, infine, sul grembo e sulle mani dalle dita intrecciate.
In un’altra panca, un po’ discosta, c’è una coppia non più giovane. I due srotolano panini da lunghi fogli di carta oleata con movimenti lenti, cadenzati dagli scatti dei secondi di un grande orologio murale.
L’atrio ingigantisce e inghiotte nel suo ventre tutti i piccoli rumori, i fruscii di carta e stoffa..
Il tempo si dilata tra un ticchettìo e l’altro.

Preceduto da uno scalpiccìo amplificato e innaturale, un bambino di quattro o cinque anni si precipita nello stanzone, fa due o tre piroette girando tra le panche; si aggrappa alle spalliere delle poltroncine tentando di issarsi in ciascuna di esse. Quando ci riesce si dimena un poco, tira giù le gambette nude saggiando lo spazio che lo separa dal pavimento e, stringendo i braccioli di ferro, con un colpo di reni si lascia scivolare a terra. Di nuovo corre, scala a fatica una nuova poltroncina metallica. Infine, stanco, si accuccia a terra vicino alla coppia, abbraccia le gambe della donna, tira impaziente i calzoni dell’uomo: guarda i due dal basso, con insistenza, in un muto invito.
Chiede attenzione. Vuole giocare.

– “ Che amore” – dice la ragazza bionda sfoderando un sorriso – “Da dove sbuchi, piccolino?”.
Poi rivolta alla coppia: – “Dev’essere il figlio del Capostazione. Non è un amore?”
La donna non risponde, fissa a terra il bambino. Lo guarda con attenzione, cerca qualcosa nei tratti del piccolo viso; gli fa scivolare una mano sul capo stendendola in una lunga carezza sulla fronte e sulle guance paffute e gli contorna il viso con i polpastrelli come una cieca che voglia scoprirne i lineamenti.
Poi la donna dice qualcosa al compagno poggiando con forza una mano su quella di lui. I suoi occhi, divenuti più grandi, sgranati, emettono una luce nuova.
Cadono briciole di pane sul pavimento.
– “Ti prego, Elisa, smettila, ti prego…” – fa l’uomo – “Cosa c’entra Richetto? Il nostro Richetto ormai è in Cielo, fra gli angeli. Questo è il figlio del Capostazione, non hai sentito?” Poi scuote il capo, allontana con garbo la mano della donna e chiude gli occhi lucidi, inabissandoli tra rughe profonde.
– “Oh Dio mio! Perché dici così?” – ribatte la donna – “Non vedi? Non riconosci nemmeno tuo figlio? Certo che è Richetto! E’ venuto a trovarci. E’ tornato da noi! Il nostro Richetto! Guardagli gli occhi, il naso… i capelli… “
– “Smettila! Smettila, per favore!” – fa l’uomo, con voce divenuta metallica, dura – “Smettila, Elisa, mi fai male! Lo riesci a capire che mi fai male?”

Quelle parole sembrano urlate, anche se dette sottovoce, attutite dal silenzio che grava nell’atrio. Fluttuano solo un attimo, si perdono come non dette.
Il bambino intanto ha smesso di correre: resta appoggiato ad una panca vuota. E’ deluso, annoiato.
Dà un’ultima occhiata ai tre viaggiatori prima di correre verso le scale che salgono all’alloggio del Capostazione.

* * *

L’atrio ripiomba nel silenzio.
Solo a tratti rimanda i soliti piccoli rumori amplificati di stoffa e carta che si frangono sui muri scoloriti e sulle vetrate della biglietteria chiusa.
Il pavimento, liso da migliaia di scarpe, riflette luci impietose al neon. Sulle pareti e sugli orari ingialliti oscillano piano le ombre incrociate di un vecchio cartellone pubblicitario appeso al soffitto mentre un annuncio automatico rompe con voce metallica il silenzio.
E’ in transito un treno. Non sorpassare la linea gialla. Servirsi del sottopassaggio.
Adesso la coppia fissa di nuovo il vuoto. La donna tiene il panino in una mano, appena sbocconcellato, l’altra mano le è scivolata in grembo.
L’uomo posa il suo piccolo involto sul sedile, sorride, abbraccia le spalle della donna, le accarezza teneramente una guancia sussurrandole qualcosa all’orecchio. Lei abbassa il capo annuendo, poi serra gli occhi in una smorfia di dolore che le deturpa il viso ancora bello.

I grandi occhi della ragazza bionda hanno ormai smesso di vagare e si posano fissi sul grosso orologio a muro quasi a volerne accelerare il movimento.
Il suo sguardo scivola disattento sulla coppia, poi s’alza di nuovo sull’orologio mentre dice, quasi fra se: – “Il nostro chissà quando arriverà! Ha già un’ora di ritardo. Una vergogna, dico. Proprio una vergogna!”

* * *
Inaspettatamente l’atrio accoglie nuovi rumori: la donna matura s’alza tendendo le braccia nel vuoto, stringe con esse l’aria e rotea da sola in una danza semplice, tra le panche vuote. Le bianche pareti riflettono il sussurro di un girotondo infantile.
Ad ogni giravolta la nenia rimbomba più forte, gli occhi della donna diventano più luminosi, il sorriso più aperto, i movimenti più fluidi.
La donna gira e gira. Gira da sola con le mani tese: recita e canta parole e suoni ripetuti. I suoi piedi accompagnano quello strano girotondo solitario in vortici sempre più veloci, lo sguardo balèna tra un giro e l’altro, le braccia e le mani sono tese, come legate a un peso invisibile che lentamente si solleva da terra.

La donna continua a girare. Sempre più veloce, con solo un piede a terra, turbinando sulla punta, come una trottola.
– “Ecco, va bene così, Richetto! Vola, Richetto, vola!” – dice, e subito dopo sembra che alla sua voce se ne accompagni un’altra, nascosta e sottile, un’eco in falsetto che fa tintinnare campane di cristallo tra pareti e panche.
Poi i giri rallentano, le braccia si abbassano.
– “Basta, Richetto, basta” – ansima la donna facendo un’ultima giravolta, a passo lento – “Non ho più vent’anni, mi gira la testa”.
La voce è roca, inciampa sulle parole. Il vuoto di silenzio è rotto solo dal suo ansimare pesante.

* * *

L’uomo per un poco ha guardato quella strana danza solitaria, ha ripetuto più volte sottovoce “Smettila, Elisa”, poi, rassegnato, si è chiuso nel suo guscio di silenzio, la testa bassa, gli occhi chiusi, le mani abbandonate sulle ginocchia.
A tratti ha sollevato un viso stanco, vuoto.

– “Alla signora piace un sacco ballare!” – fa la ragazza bionda rivolta all’uomo seduto. E mentre parla sorride, ma il suo è un sorriso svogliato, tirato dalla fretta. Le sue parole sono solo una constatazione: non aspettano risposta. Poi dà ancora un’occhiata all’orologio a muro, fruga nella sua grande borsa e tira fuori una rivista mentre continua il suo soliloquio senza speranza – “Oh, mi metterei anch’io a ballare da sola come la signora, farei anch’io qualsiasi cosa, davvero! Qui il tempo non passa mai!”.
Poi fruga ancora nella sua borsa, ne estrae un telefonino, pigia i tasti con furia, osserva i risultati di una veloce ricerca: – “Ecco: per il nostro è prevista ancora un’ora di ritardo! Un’ora, e nessuna spiegazione!”.
Poi una luce pulsante colorata illumina le sue mani e dall’apparecchio escono i suoni metallici di un gioco elettronico mentre la voce sintetizzata degli annunci avvisa, per la seconda volta, del passaggio di un treno nel binario uno.
“Ma avete sentito?” – Grida istericamente la ragazza – “Mica lo fanno fermare, questo! E’ l’intercity. Accidenti: il nostro regionale s’è proprio perso nella notte! Un’ora di ritardo! Roba che se hai un appuntamento, dico, un impegno… magari un impegno importante… Accidenti, bisognerebbe fare qualcosa, sì, una denuncia, scrivere ai giornali, dire che è una vergogna. Una vergogna!”

* * *

La donna matura è ferma in mezzo all’atrio.
– “Vieni Richetto” – fa la donna con voce calma, fissando il vuoto – “Sta arrivando il nostro treno. Non sei contento? E’ il nostro treno, sai?”
– “No, no, che non lo è, signora.” – fa la ragazza sbirciando ancora il telefonino – “E’ solo l’intercity, sa? Non ha sentito l’annuncio? Mica ferma, questo. A quanto pare fanno passare tutto e di più a quest’ora! Una vergogna, ripeto, una vergogna! E magari dopo ci sarà un merci, poi chissà… e io che dovevo essere già… oh, santo iddio com’è tardi… com’è tardi!
La donna guarda la ragazza. Gli occhi fiammeggiano alla luce dei neon.
– “L’intercity, dice? Va bene l’intercity.” – Le parole le escono lente. Ripete: “Sì, va bene l’intercity”.
– “Questo è un treno in transito, non ferma in questa stazione, signora.” – ribadisce la ragazza scotendo sconsolata il capo – “Bisogna solo aspettare…”
Nell’atrio rimbomba ancora una volta l’annuncio automatico. Quando la donna si allontana s’avverte già un lontano rumore di ferro.

– “Dove vai, Elisa?” – fa l’uomo – “Non è ancora il nostro treno. Non hai sentito la signorina?”
Ma la donna corre, inaspettatamente, il braccio teso, come trascinata da qualcuno fuori dall’atrio. Il suo sguardo è lontano, le parole sono smorzate dalla fretta:
– “Oh, sì, che è il nostro treno, vero Richetto? Fai presto, caro, bisogna andare” – dice con affanno – “Corri, corri, Richetto, ma non tirare così. Mi farai cadere! Vengo, Richetto, vengo!”

La donna è già sul marciapiede, le sue ultime parole giungono a stento nell’atrio, sommerse dal rumore esterno del treno.
Nell’interno altri rumori e tonfi veloci: la panca smossa con furia dall’uomo, il suo scalpiccìo veloce, i resti di un panino che volano in aria e atterrano sul pavimento.
Su tutto, l’urlo feroce dell’uomo che s’avventa sul marciapiede.
– “Fermati Elisa! Fermati! Non farlo, per carità! Non farlo! No! No! Nooooooooo!”

I fili di rame della linea aerea cinguettano a scatti, poi squittiscono come topi impazziti. S’indovinano scintille nel cielo notturno.
L’urlo d’acciaio della “rapida”, per una frenata impossibile, gonfia l’atrio che vibra come un guscio vuoto.
Sembra spaccarne le pareti.

Enzo Maria Lombardo

 


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