Rocco Scotellaro Il poeta contadino


A cura di Augusto Benemeglio

1 Non lo conosce nessuno.
Ho chiesto in giro, ai pescatori, agli infermieri, agli impiegati, ai commercianti, agli edicolanti, ai militari, ai professionisti, e infine ai professori e agli allievi dei licei e delle scuole medie del Salento, se qualcuno conoscesse Rocco Scotellaro. Il risultato è stato incredibilmente sconfortante. Non lo conosce quasi nessuno. Eppure è forse l’ultimo vero autentico poeta meridionale , un poeta impegnato nel civile, che rappresenta un modello culturale che va al di là di ogni retorica o di ogni forma di discussione accademica,di natura anche storica. C’è infatti in lui un intreccio di significati che non sono soltanto etici e letterari, quali la visione antropologica, la Lucania , il folklore , gli usi , costumi e tradizioni , il Mediterraneo immenso patrimonio di tutti gli Scotellaro meridionali. C’è la storia che diventa tempo e il sentimento del tempo che cuce la memoria dei giorni … E c’è , naturalmente , il dramma dei cafoni , materia prima , combustibile ideologico e politico fatto di fatiche sudori attese e speranze , che Rocco riesce a trasformare, trasfigurare, in una nuova epica del lavoro e delle tribolazioni dei poveri , e lo fa con strumenti essenzialmente poveri, immagini naturalistiche efficaci e dirette, rime facili e lessico contadino….

2. L’insegnamento di Carlo Levi.
E poi c’è l’insegnamento di Carlo Levi , il suo mentore, il suo grande amico del nord: tirar fuori orgoglio, la grinta, l’amor proprio, non piangersi addosso, rimboccarsi le maniche , darsi da fare, con entusiasmo, passione, costanza , in un mistico affratellamento. Lottare , insomma, per rivendicare una nuova qualità di vita, anche esagerando ,magari , quando tutto sembra coalizzarsi contro i poveri : il potere sociale politico economico e religioso , e lo stesso Stato che anziché un padre , sembra un bieco oppressore dei deboli e dei poveri.

3. Contadini del Sud
Io sono italiano, ma l’Italia è mansionata da infami, ladri e barbari; gli enti e gli uffici mi hanno riempito di dolori e io ho affrontato la sorte menandomi all’avventura in quest’aperta campagna pure essendo grande invalido con un infortunio subito per difendere la mia Patria…La Patria!… Andai dal prefetto, non mi volevano ricevere, allora mi buttai a terra e mi coprii della bandiera tricolore e rotolandomi nel corridoio gridavo: – Mamma mia che puzza!, che marciume!, non si resiste …Rifacciamo la costituente, ricostituiamoci in piena regola da italiani, da estirpare i vari ceppi e farne carbone…. Il Maresciallo mi disse: “Così vai in galera” ed io risposi: – Chi se ne frega, più scuro della mezzanotte non puo’ essere quando io sto lottando l’oscurità dell’una e un quarto … Ora siamo nel secolo dei nobili ignoranti , pieni di beni e di vaste comodità usurpate ad un popolo balocco e scem , ed io mi voglio distinguere innalzando la mia bandiera a lutto , essendo la bella Italia ricaduta nuovamente sotto il regime burocratico…Basta rubare, sarebbe ora di marciare sulla via dell’onore. Per me sarà meglio di ieri…

4. Volevano farlo fuori.
Questo brano è tratto dall’ultimo libro-inchiesta di Rocco, “Contadini del Sud”, che lo scrittore non riuscì a completare per la morte improvvisa , per un infarto a cui non doveva essere estranea l’amara traumatica esperienza del carcere, di cui Levi – che si battè come un leone perchè in soli quarantacinque giorni si facesse il processo che scagionò Rocco da ogni accusa (era un complotto) rivelò un retroscena Rocco scrisse una lettera alla sorella di Levi nella quale si legge testualmente: «Carlo e i contadini sono i soli che mi vogliono a Tricarico » Questo la dice lunga su quella persecuzione, fondata su lettere anonime e indizi inconsistenti, che poi lo fecero ingiustamente finire in carcere. Era la prova inequivocabile che politici e giudici erano d’accordo, con chi allora deteneva il potere esecutivo, di “farlo fuori”. In lui avevano individuato il pericoloso leader dei contadini, da anni in lotta per la terra (ricordiamoci che quelli erano i tempi delle occupazioni delle terre, ondata che attraversò tutto il Mezzogiorno). Rocco era un pericoloso avversario da bloccare ad ogni costo. E il carcere ci riuscì, lo segnò, lo marchiò in maniera indelebile e fatale.

5. Una delle ultime voci pure
\” M’avevate ridotto un tabernacolo/ Le battaglie si facevano più dure e il capitano era sempre più solo…/Ora basta, è tutto finito\” La voce di Rocco Scotellaro è una delle ultime illusioni di poesia funzionale, civile e consolatoria. Certo, rimane a tutt’oggi poeta \”emarginato\” dai circoli culturali ufficiali e quasi sconosciuto dalle grande editorie del nord , tirato via come un neorealista dell’ultima ora. Ma anche Levi che l’amava e tentò di farne un mito, un trascinatore di folle contadine , un messia, non riuscì, in vita, a fargli pubblicare nulla . All’Einaudi aveva contro un Pavese anti-terroni e la Ginzburg che, pur non avendo certi pregiudizi, non credette in Rocco. Se mai è accaduto l’esatto contrario. Sono stati la Lucania e Rocco Scotellaro a dare fama e celebrità a Levi fornendogli il materiale e il lievito per scoprire la sua vera vocazione. E così Levi, torinese purissimo, viene spesso inserito fra i meridionalisti per il suo “Cristo”, sicuramente uno dei romanzi fondamentali della letteratura italiana e non solo per la riscoperta del Sud.

6. Un Enzo Majorca degli abissi contadini
Sì, è vero, c’è rabbia e violenza, un clima infuocato, un’anima geografica, insieme ad un forte e risentito accento aggressivo, come ha scritto qualcuno . Ma io vi domando: che cosa ci dovrebbe essere nella sua poesia?, lo zucchero e il miele per tutto quello che lo Stato non ha fatto per i cafoni del sud? Egli fa una rappresentazione epica del suo paese, un paese sperduto di appena ottomila abitanti che non sta neppure sulla carta geografica, eppure lui riesce a farci costruire un Ospedale, quando non ce l’avevano neppure città di cinquantamila abitanti. Nessuno prima di lui s’era immerso così profondamente dentro l’animo della gente contadina, sembra un Enzo Majorca negli abissi del mare contadino, un palombaro dello spirito che raccoglie tutto, sentimenti frustrazioni aspirazioni fatica rabbia stenti e trasporta i contadini, i braccianti, i piccoli artigiani, i poveri, gli ultimi della sua terra verso quel mondo della libertà che sta davvero nascendo, grazie a lui, che ne è capo indiscusso e guida profetica. …Levi si è dato un mucchio da fare per il sindaco-contadino, vedendo in lui in qualche modo il nuovo Cristo che non si ferma a Eboli; Rocco gli sembra quasi la proiezione dell’immagine di Piero Gobetti, suo grande amico e maestro ….Certo, ne sottolinea le diversità di cultura e carattere, ma entrambi sono tesi alla conquista di spazi di autonomia e libertà, fuori di sé, negli altri e nel popolo… Oggi non potrebbe mai nascere uno Scotellaro nel Sud…Non c’è più l’humus… Mancano quei valori , quelle spinte, se vogliamo quella rabbia e soprattutto è difficile trovare un cuore come quello di Rocco. …

7. Quanto vale la sua poesia?
Beh, non lo so Però una cosa posso dire : non c’è una sola parola nelle poesie di Rocco che non venga dal suo cuore. E se vogliamo entrare nello specifico aggiungerò che la poesia in funzione di lotta, anzi la poesia “autre”, come dicono i francesi , ovvero quella poesia che sarebbe stata inventata , e osannata, specie in America, negli anni sessanta , Rocco l’aveva fatta lui , con il suo cervello e il suo povero disperato cuore, così pieno e denso da crepare a soli trent’anni, qui nella sperduta retrograda provincia meridionale. Ha scritto un poeta dei nostri tempi: “Rocco Scotellaro è un rimprovero vivente per la poesia italiana , così vuota di senso ormai, avendo imboccato una strada ruffiana e formalista, svuotata di ogni energia e significato , dove la vita è fuggita urlando”. Lo stesso Nenni disse che sullo sfondo cupo della miseria, la poesia di Rocco acquistava un senso amaro, ma non esente dalla speranza. La speranza è nella lotta. E Scotellaro lottatore lo fu davvero , fin dalla sua nascita.

Augusto Benemeglio

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