Quore sodo 2


di Roberto Miano

Ci sono anime che cucinano i rapporti umani mescolando sensazioni e carne, e lo fanno lentamente, a fiamma lenta, come un ragù di pazienza, perché la salsa della vicenda deve avere il sapore del sudore, della carne e l’odore patinato delle pagine nuove appena rilegate di un libro di foto.
Quelle anime (per)mettono i sentimenti nel sesso e nei momenti di anima fragile e feroce preparano un brodo di carne, e all’occorrenza scelgono un pezzo di clitoride o un bollito di pisello. Ci aggiungeranno gli umori, quelli che profumano di peccato, quelli che hanno l’odore che viene via se ti lavi bene ma che difficilmente non macchieranno l’idea del fatto.
La pelle, confine tra anima e noi altri, è la tavolozza dove si mescolano gli ingredienti delle relazioni, dove i sentimenti si sporcano di lussuria, dove i tatuaggi sono la migliore espressione della poesia interiore, esposta alla prosa isterica della vita. Altra cosa è il cuore. Non si fa il brodo con il cuore. Troppo muscolo. Troppe figure retoriche da sgrassare. Troppe amarezze da tirar via, troppo tempo da tenere in frigo, difficile consumarlo subito. Il cuore è una spugna, si impressiona e si impregna. Su un cuore messo in frigo scrivi più che su un bicchiere di latte. Le anime cannibali il cuore lo lasciano dov’è per il tempo necessario, hanno rapporti relazionali mirati a lasciarlo spurgare nella sua stessa custodia. Lacrime ed ansie lo lavano nel petto che lo ha cresciuto. Al tempo giusto potrà essere strappato.
Del resto un cuore così, sebbene provato, lo definiremo un cuore fresco, come appena uscito dal culo di una gallina con penne di inchiostro, quelle penne che raccontano quello che vogliono. Questo cuore ha ha una scorza dura ed una c talmente revisionata da sembrare un q, difatti lo chiameremo “quore”. La poesia lo descrive come la cellula più grande visibile ad occhio nudo. La cellula più grande dell’amore, diremo per voi altri che avete fame sanguigna di sentimenti. Ma la natura dei rapporti è onesta con le proprie creazioni, anche quelle rielaborate, e allora lo protegge dagli sguardi cinici con una buccia dura, anche se non abbastanza dura da resistere alle cadute. Un quore fresco che cade a terra, non so se vi è mai capitato di fermarvi ad osservare un evento simile, esplode disegnando sui nostri passi schizzi di un tramonto che marcirà a breve, un tramonto verso, senza alcuna retorica speranza di un’alba (intendiamoci: un tramonto è bello se non lo correliamo ad un’alba). La meraviglia dura un attimo, poi puzza e darà fastidio fino a far schifo a chi avrà bisogno di camminare oltre la disgrazia contingente.
Ebbene ci sono anime che hanno in pugno un quore fresco, lo mettono in un pentolino, ci versano quelle lacrime (di gioia o di dolore) che il quore stesso ha tirato fuori durante la sua illusoria catarsi e quelgi umori, come il sudore (del sesso, della foga, dell’ansia, della solitudine, della fuga) che l’anima chef ha ottenuto strizzandolo, avendo avuto però la giusta cura di non fargli perdere quella forma per cui sarà valsa la pena di sporcare un piatto. Acceso il fuoco, si attende con pazienza, fino a far sob-bollire il quore per una decina di minuti.
Il quore sodo, inerte ed inerme (“il quore sodo, no s’odo il quore!”) è decisamente buono ed inerme, ha un’anima stoppacciosa ma nutriente (ben saprete che i sentimenti non vanno mai giù facilmente) e un intorno periferico meno consistente, forse meno gustoso, ma fors’anche più appetibile. Si può mangiare con la cipolla o col curry. Del resto se la bellezza ha i suoi trucchi anche i sentimenti possono essere speziati. E poi è gradevole se non appagante togliere la buccia incrostata, con giusta curiosità, fino a scoprirne il primo confine. Un quore sodo si può tenerlo in una tazza, in piedi, senza sbucciarlo oppure in un piattino, la buccia appena ammaccata si adatta alle vostre esigenze pratiche ed artistiche, un quore sodo è per antonomasia un cuore ammaestrato, sa stare su un comodino, come una foto e come – se non meglio – di una foto saprà ricordarvi di sentimenti e di sensazioni. Basterà gettarlo via o mangiarlo se si vorrà rinnegare quella sensazione.
Attenzione però, un cuore lo digerisci col tempo. Difficile tirar via il sapore che rimane sulla parte bassa della lingua quando torna su il suo sapore. Non è sensazione spiacevole, ma ogni volta gli occhi saranno lucidi. Avrete assimilato la sua forza, ma stoltamente non avrete ottenuto di evacuarla. Un cuore infatti lo si assimila tutto. Non passerà mai per l’intestino. La natura gli restituisce molta poesia e non poca giustizia evitandogli un epilogo così grottesco (nessun gioco di parole con grotte ed esco…).
Attenzione, di nuovo. Non si può mangiare più di un quore sodo per periodo. Si rischia una indigestione. E come detto un quore sodo non si vomita, né si espelle. È una sorta di parassita. Una volta dentro, rimane lì. Fatevene una ragione. Il cannibale – se non lo avete capito – è lui. Quindi un quore sodo, mangiato, sarà parte di voi per sempre. Alla fine sarà stato lui ad aver ragione dell’intento cannibale, andando a legarsi tra le fibre della vostra carne, tra le righe della vostra anima, tra quelle idee che ancora non avete avuto. E vi mangerà parti invisibili, fino ad unirsi in una strana comunione, la stessa che l’anima cucinante aveva pensato di saper evitare mettendo a bollire sentimenti e carne.
Un quore sodo io personalmente non l’ho mai visto, ma so di persone che di tanto in tanto infartano, e di ecografie che raccontano di crepe sullo stesso, e di comodini orfani di cimeli, e di anime solitarie che soffrono in silenzio, facendo bollire riso bianco nel succo dell’attesa. E so di cinismo in maschera costretto a dimostrarsi tale perché un quore sodo è fragile e i pezzi della sua buccia se si staccano tagliano l’anima e la carne e la vita di lì in poi diventa un lento sanguinare.

Roberto Miano


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