Quelle due 2


raccontidi Serenella Menichetti

Patate, farina, uova e grana, questo aveva comprato nonna Perla al mercato del giovedì.
Dopo aver appoggiato la borsa beige sul divano, essersi tolta le scarpe di vernice, calzato le sue comode ciabatte, appeso l’abito di schantung azzurro alla stampella e indossato la vestaglia a piccoli fiori turchesi: nonna Perla, mise a bollire le patate.
Prese il telecomando e spinse il bottone dell’accensione tv, quindi si sedette sul suo piccolo divano a quadri, con l’intenzione di guardare “il suo programma preferito” verrebbe da scrivere.
Ma cari signori, non è proprio così!!! Perché, nonna Perla, si sedette sul divano, ad attendere la cottura delle patate per preparare gli gnocchi, mentre sul piccolo schermo scorrevano immagini che lei non guardava e arrivavano notizie che lei  non ascoltava.
Spesso il nipote Lorenzo le chiedeva: – Perché accendere, dal momento che né guardi, né ascolti i programmi, nonna?
Dovete però sapere che, in effetti, ascoltava.
Oh, no, non il contenuto, ascoltava il suono delle voci.
Infatti mentre la sua testa, fuggiva dalla parte opposta del senso dei discorsi, le sue orecchie percepivano con piacere il brusio.
-Lorenzo, è il brusio delle voci che voglio ascoltare, a me basta questo, senza non so stare. Questa era la risposta, che il nipote stentava a comprendere.
– L’importante è che sia soddisfatta tu, nonna!- Rispondeva a sua volta.
Pure quel giorno il brusio l’accompagnava all’interno della sua giornata e all’interno dei suoi pensieri, dei quali una gran parte era formata, da ricordi.
Ricordi che affioravano nella sua mente, spesso, scatenati da una parola, da un gesto, o da un odore.
Insomma per nonna Perla, ogni occasione era valida per ricordare.
D’altronde, cosa avrebbe fatto, se non avesse avuto i ricordi?
Si mise a sbucciare le patate, ancora calde, le inserì nel passatutto.
La sua mano destra cominciò a muovere il manico dell’utensile con grande maestria, in senso rotatorio: Non si potevano certo contare, le volte che nonna Perla aveva ripetuto quel gesto.
Ogni giovedì della sua vita, Perla, aveva speso un po’ del tempo a macinare patate, per fare gli gnocchi.
La polpa bianca e calda dei tuberi scendeva lentamente dai buchi, alla pirofila, in numerosi vermetti molli, che adagiandosi sul fondo di vetro si univano, e via, via che cadevano, assumevano forme sempre diverse.
Agli occhi della piccola Rita: forme di animaletti.
L’assistere al rito del Giovedì, per la bambina era un gioco veramente divertente, la sua fantasia spaziava, nel riconoscere in ogni trasformazione della quantità della materia, animali di genere diverso, di cui prontamente pronunciava il nome comune, abbinandolo ad un nome proprio, subito prima che la magia, mettesse in atto una nuova trasformazione.
Grande era la sua soddisfazione nel pronunciare: -Adesso è il cagnolino Emilio !- Ecco che si è trasformato nel rinoceronte Maurizio!-oppure, questa è proprio la tartaruga Emma!-
Nonna Perla, pensava, ricordava e girava con la mano destra, mentre la polpa bianca e calda scendeva nella pirofila: immaginava sua figlia Rita, bambina, dall’altra parte del tavolo, con le sue trecce rosse, le sue lentiggini e la sua vocetta squillante.
La scampanellata insistente che le fece presumere l’arrivo del nipote, prima che lei aprisse la porta, aprì uno spiraglio sulla realtà.
Nel vano, apparve invece l’immagine della piccola Rita.
-La bambina è assetata!- riferì poco dopo, la voce della donna, la cui immagine era comparsa, in secondo piano.
Perla dopo averle fatte entrare, si recò a prendere una bottiglia d’acqua nella dispensa, ed un bicchiere, che riempì, porgendo alla piccola, che attendeva vicino al tavolo.
Il tempo di bere, che già quelle due erano uscite senza salutare.
Nonna Perla pensava dispiaciuta, che avrebbe scambiato, volentieri, due chiacchiere con loro.
Quella bambina era così somigliante alla sua Rita.
Avrebbe potuto consigliare la signora, ricordandole, quanto la pelle chiara delle bambine con i capelli rossi essendo molto delicata,
abbia bisogno di attenzione e cura.
Pensava nonna Perla, mentre impastava le patate con le uova e un pizzico di sale. -Avrei potuto dare alla bambina una caramella e alla signora, la ricetta dell’acqua di crusca.-
Pensava nonna Perla, anche, mentre le sue mani facevano rotolare i pezzi di pasta di patate, sul marmo infarinato della superficie del tavolo:
-Che la ricetta, fosse a portata di mano, nella scatola azzurra del cassetto di mogano del mobiletto del bagno: un pezzo di carta ripiegato e ingiallito, chissà se la scritta fosse ancora visibile.
Bastava che quelle due, fossero state disposte ad unire un po’ del loro tempo, insieme al suo, per guardare quel foglio, -certamente avrei trascritto la ricetta, su una carta nuova- disse.
Pensava nonna Perla, mentre tagliava i bastoncelli di patate passandoci la punta del dito medio, per imprimervi una fossetta.
E quella la fossetta, come in una reazione a catena: faceva scappare dalla scatola dei ricordi, l’immagine del mento del suo Giuliano.
E il colore e la morbidezza degli gnocchi, così simile alla pelle morbida del suo bambino, contribuivano a farle apparire, il ricordo ancora più nitido.
Pensava nonna Perla, intanto che il brusio della televisione l’accompagnava nel cammino di un percorso a ritroso, in cui si trovava immersa fino al collo, anche nel momento che il telefono squillò.
– Il tempo di risalire e vengo!- Disse all’apparecchio che insisteva nel chiamarla.
Quando riuscì a prendere in mano la cornetta grigia: udì dall’altra parte, la voce del nipote, che la informava che avrebbe dovuto rimanere a lezione.
Quello era il secondo giovedì consecutivo, che Lorenzo disertava il gustoso, piatto di gnocchi, si disse un po’ delusa Perla.
Nonna Perla pensava ancora, mentre spegneva l’interruttore del gas dove l’acqua stava bollendo: -Se quelle due fossero rimaste un po’ di più, avrei trovato il coraggio di invitarle a mangiare un piatto di gnocchi-
Pensava pure, mentre il brusio della televisione, occupava tutto lo spazio della stanza, vuota di suoni, rimanendo impigliato alle pareti.
Attaccandosi alla superficie dei vetri e scivolando giù, per poi risalire, ed anche mentre saltava sul divano, rimbombando.
Pensava la nonna, mentre quel il brusio, cantilenava la sua filastrocca, soffiando dolcemente sul silenzio della solitudine, fino a spegnerlo.
Quel brusio, l’aiutava a ricordare, quello vero, prodotto dalle voci reali dei suoi cari, che un tempo aleggiava nella casa.
La nonna attraverso di lui, aveva scoperto che riuscendo ad appannare un pochino il pensiero logico, poteva immaginare: Giuliano e Rita, all’interno della propria camera, intenti a ripetere a voce alta, rispettivamente: la lezione di greco e quella di biologia.
Perla si ricordava di sorridere, mentre si tappava le orecchie con le mani, allorché Lorenzo, cercava di riportarla alla realtà, dicendole:
-Nonna ma non ti accorgi che il “tuo brusio” è paragonabile ad un surrogato! Un brodo di dado caldo ecco cos’è!

La nonna, decise di conservare gli gnocchi, li avrebbe serviti a Lorenzo se fosse venuto a pranzo, l’indomani.
Oggi il suo menù, sarebbe stato costituito, da uno dei soliti suoi frugali pasti: formaggio e frutta.
Quando sentì suonare alla porta, nella sua testa lampeggiò il pensiero e la speranza, che potessero essere “quelle due.”
Forse la bambina aveva bisogno, di qualcos’altro?
Ma si sbagliava, era Teresa, la vicina, che dopo essersi accomodata sul divano accanto a Perla, le chiese, se avesse visto una donna con una bambina, poi concitatamente, riferì che le due, si erano presentate da lei chiedendo da bere per la bambina.
E poco dopo la loro uscita, di essersi resa conto, di aver subito il furto del suo portagioie.
Perla incredula, senza proferir parola, dissentì con la testa.
Teresa dopo aver palesato il suo grande disappunto, uscì inviando pesanti improperi alle due ladruncole.
Perla rimase sul divano, mentre lo sguardo, scendeva sul cuscino alla sua destra, dove sostava la sua borsa beige.
Non aveva il coraggio di infilare la mano al suo interno, per verificare se contenesse ancora il suo portafoglio.
Anche se in cuor suo, sapeva che non lo avrebbe trovato.
Ed a questo punto della storia, forse il personaggio ingannato, su consiglio dell’autore avrebbe dovuto dire: “FIDARSI E’ BENE MA NON FIDARSI E’ MEGLIO” ed indignato, avrebbe sicuramente sviluppato, un cospicuo sentimento di odio verso quelle due, come era accaduto a Teresa.
Per Perla, invece, non fu così, anzi ogni volta che udiva lo squillo del campanello della porta, dentro di lei si accendeva  una fiammella di speranza da cui scaturiva il desiderio di trovare, sul vano della porta: una volta o l’altra ancora, quelle due.

Serenella Menichetti


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

2 commenti su “Quelle due

  • Enzo Maria Lombardo

    Prima di precipitare in una cupa disperazione, spesso la solitudine consiglia alcuni rimedi, surrogati di calore umano, affetti e amicizia sinceri. L’Autrice, in questo ottimo racconto, riesce – in modo veramente chiaro ed efficace – a descrivere alcuni di tali rimedi. Ed ecco la compagnia di voci indistinte che escono fuori da un apparecchio televisivo, folla elettronica di un mondo possibile e lontano; ecco la rappresentazione di ricordi lontani che riaffiorano e mestamente tentano di rivivere…
    Ma, in effetti, i ricordi e il vacuo brusio elettronico sono la negazione della vita. La vita è cosa vera, piena, tangibile: è l’oggi. I ricordi e il brusio elettronico sanno di cose morte, quasi preludi della morte. Meglio, quindi, il rifugio nella falsità e nell’autoinganno. Meglio la compagnia di due esseri umani vivi e reali, una compagnia effimera e falsa, sia pure con la consapevolezza della frode. In fondo anche il furto di un portafoglio può salvare dal baratro del vuoto.
    Ottimo studio di un “normale” quanto acuto disagio psicologico e sociale. Complimenti.