Pinter: me ne fotto dell’audience


A cura di Augusto Benemeglio

1. E’ troppo beckettiano.

Harold Pinter, figlio di un sarto ebreo dei sobborghi poveri di Londra ,iniziò come attore , dopo aver frequentato la Royal Academy of Drammatic Art . Il suo nome d’arte era David Baron e fu buon attore televisivo e discreto caratterista in alcuni film. Ma scriveva anche dei testi, drammi, sceneggiature cinematografiche e televisive. Proprio per la Tv vinse il premio Italia, nel 1962. Ma i suoi inizi come autore furono stentati , il suo teatro si richiama troppo a Beckett, “E’ troppo beckettiano, non farà un cazzo di nulla”, dirà John Brutten , critico allora in voga. “I suoi personaggi appartengono all’infima borghesia e si muovono e agiscono in una condizione di isolamento reale e psicologico, parlano per dialoghi giustapposti non reciprocamente connessi. Le sue sembrano commedie minacciose per il repentino precipitare degli eventi che minano l’ordinaria routine e trasformano la situazione dell’esistenza umana da ridicola in tragica”.

2. Fucke the audience.

Ma Harold Pinter ha sempre e solo scritto per se stesso mai pensando al pubblico ( “FUCKE THE AUDIENCE”) e se ne fotteva anche di Brutten. Quello che scrivo proviene direttamente dal mio vissuto, dalle mie curiosità, dalle mie manie, dalle mie ricerche linguistiche, senza filtri né falsi infingimenti.
Un’onestà letteraria senza mezzi termini e un’assoluta assenza di retorica. La retorica ucciderebbe il suo teatro, perché Pinter mette in scena l’essenziale e l’essenza del dialogo viene poi restituita alle scene in maniera del tutto spontanea. E’ capace di scarnificare i suoi personaggi piuttosto che velarli di superfluo. E’ come se scavasse nella profondità delle radici per poi lasciare affiorare solo l’apparente leggerezza dell’essenziale.Una parola, una persona, un’immagine o un episodio , per lui si trasformano in una sorta di ossessione finchè non riesce a inserirli in un progetto, una specie di processo catartico.

3. Da “La stanza” a “La serra” , via Kafka

Pinter, come tutti noi, coltiva le sue fantasie e dà loro vita, solo che lui ,da queste elaborazioni, crea opere. Che nascono in maniera casuale, come la sua prima opera ,” La stanza” (The room, 1957).Vide una stanza, due uomini seduti a un tavolo, il primo un omino piccolo escalzo parlava in continuazione , un’interminabile conversazione; il secondo,
un gigantesco camionista col berretto in testa non proferiva verbo. Il primo,sempre parlando , accudiva il camonionista, imboccandolo e imburrando del pane che, a mano a mano, affettava. Qualche settimana dopo aver visto questa scena ecco l’opera. E così fu per il “Compleanno” (The birthday party, del 1958) – che richiama alla mente il grande Kafka , dominato com’è dall’angoscia e dalla paura, una paura che sembra avere implicazioni politiche e metafisiche – e poi “Il guardiano” (The caretaker, del 1960) , con due fratelli che si contendono un vecchio barbone capitato nella casa vuota dove abitano offrendogli a turno un posto di guardiano, dato anche alla tv italiana con un grande Peppino DeFilippo nella parte del barbone; parliamo delle sue prime cosiddette “commedie minacciose”, per il repentino precipitare degli eventi che minano l’ordinaria “routine” e trasformano la situazione dell’esistenza umana da ridicola a tragica.
E poi , ancora, tante altre, come “Terra di nessuno” (No Man’s Land, 1975) , in cui ci sono ansie, utopie, ribellioni fuse nella preoccupazione linguistica; e “Vecchi tempi” ( Old Times) , “La serra” , Party Time, ecc, dove Pinter esplora soprattutto il problema della comunicazione, la sottomissione al potere, l’isolamento, l’insicurezza, esplicita in termini di allarmata e inquietante denuncia quel tema della Violenza, che è poi il vero leitmotive dell’intera sua produzione. Nelle sue ultime opere , in particolare, i riferimenti sono alla violenza propriamente politica, come nel caso de “Il bicchiere della staffa”, che fa riferimento al dramma dei desaparecidos argentini, o nel “Linguaggio della Montagna” a quello del popolo curdo , la cui parola è stata tagliata in bocca dai turchi oppressori.

4. Il Nobel per la letteratura

Ma il vecchio Pinter, a cui è stato recentemente attribuito il Nobel per la letteratura non vorrebbe che lo si ricordasse come autore fortemente impegnato su temi sociali e politici , colui che alla fine ritrovò la buona coscienza. Non è così, se si va a ben vedere, anche se agli inizi della carriera era uno scontroso e appartato attore che scriveva atti unici vagamente intellettualistici e simbolici e sembrava ai più eccessivamente disimpegnato. In verità , il giovane Pinter aveva rifiutato il servizio militare in nome dell’obiezione di coscienza e via via è uscito dal suo guscio , non facendosi più alcuno scrupolo di nascondere il proprio appassionato attivismo politico, che lo ha visto negli ultimi trent’anni in posizione di esplicita condanna contro la guerra e l’oppressione; contro , appunto, la Violenza da chiunque venisse esercitata. E questo profondo e commosso sdegno di individuo offeso dalla brutalità ferina degli oppressori l’artista lo riversa nella scena teatrale, con q uel suo stile altissimo di scrittura che usa il linguaggio corrente caricandolo di ambiguità, pause, silenzi di grande effetto teatrale.

5.La violazione delle leggi del teatro

Nelle sue commedie la vicenda è spesso poco chiara, né va verso uno sbocco
che concluda davvero. I personaggi violano con disinvoltura alcune delle leggi non-scritte del teatro, ad esempio contraddicendo quello che avevano detto su se stessi, e che il pubblico, abituato per convenzione, aveva preso per buono.Il dialogo, sempre teso e scattante, costruito su ritmi molto precisi in cui i silenzi hanno lo stesso valore delle battute, crea tensioni di grande teatralità. non ci sono mai momenti morti e l’attenzione è sorretta fino alla fine.

6. La pace d’acciao

Un linguaggio , il suo , che crea atmosfere e situazioni sempre in bilico su quell’ esile confine , ( quasi un filo di rasoio) che esiste tra la tragedia e la comicità, vedasi opere come Silence, Old Times, Monologue dove non esiste più un’azione vera e propria , e il personaggio domina incontrastato con i suoi silenzi e i suoi monologhi , in un raffinato scavo psicoanalitico che esplode in tragicità ,in conseguenza di di situazione umoristicamente assurde. Si è parlato di teatro dell’assurdo , si è parlato (non a caso) di Kafka e Beckett, con il quale ultimo è stato amico, ma la differenza fra i due è che nel mondo di Beckett la comunicazione è impossibile, in quello di Pinter essa viene consapevolmente evitata per sfuggire al dolore che potrebbe derivare dal contatto umano ( comunicare significa mettersi in potere altrui) La nevrosi dell’uomo contemporaneo , l’inadeguatezza di qualsiasi comunicazione rimane il tema di fondo di tutte le opere di Pinter, oltre a quello della Violenza del Potere, ben espresso in Party Time, dove nel club più raffinato della città, di primissimo ordine, di gran classe , dove ti puoi fare una partita a tennis, una nuotata , e c’è un bar proprio lì, accanto alla piscina , dove ti puoi bere un succo di frutta ( tutto compreso nel prezzo) e dove ti danno un asciugamano caldo che elimina tutti i punti neri del viso , insomma uno di quei club dov’è quasi istintuale affiliarsi e dove trovi proclami sulla pace , – a tutela dell’onesto cittadino che voglia sicurezza e la possibilità di muoversi tranquillamente, sia per il suo lavoro che durante il tempo libero, come questo:“Noi vogliamo la pace , e la otteremo. Ma vogliamo che quella pace sia una pace d’acciaio. Senza crepe. Senza correnti. Acciaio. Tesa come un tamburo.

7. Il buio in bocca

Questo è il tipo di pace che vogliamo , e questa è la pace che otteremo. Una pace d’acciaio”
E se alla fine del proclama di pace del presidente del Circolo, Jimmy dice che “tutto si chiude. Non vedo più niente, mai più niente, Siedo e succhio il buio. Ho il buio in bocca e lo succhio. E’ tutto quello che ho”, dobbiamo capirlo.

Augusto Benemeglio

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