Philip K. Dick – The Man in the High Castle


A cura di Giuseppe Iannozzi

La fantascienza colta ha da sempre trovato terreno fertile nella storia; 1984 di George Orwell è forse l’esempio più emblematico e conosciuto dal grande pubblico, un romanzo che senza mezzi termini propone al lettore un futuro possibile, un futuro che fa tragicamente paura, e che, alla luce degli ultimi sconvolgimenti politici e sociali a livello mondiale, non è possibile non considerare profetico.

G. Orwell, con 1984, denuncia e accusa un futuro che lui aveva immaginato per il mondo; e oggi, chi ha coraggio di guardarsi attorno, con occhio indagatore, non può fare a meno di riconoscere che Orwell fu un profeta anche se profeta non si è mai detto, non pubblicamente comunque; per nostra fortuna non tutto quanto “profetizzato” da Orwell si è concretizzato ma poco ci manca. Quando il romanzo venne pubblicato destò non poche perplessità: da subito ci si rese conto che non si trattava di un semplice lavoro di fantasia o di invenzione creativa; 1984 accusa il mondo, l’umanità destinata a diventare una piatta proiezione di sé stessa perché votata esclusivamente al culto della sua immagine, accusa i mass-media destinati a diventare monopolio in mani di pochi ed ancora accusa il presente, prima del futuro immaginato (o rivelato!) di non far niente affinché la storia futura possa essere diversamente. G. Orwell ci ha trasmesso il messaggio inequivocabile che la società non ha speranze di migliorarsi: il pessimismo orwelliano è crudo, per nulla impregnato di misticismo, è un pessimismo oggettivo che affonda le sue radici nella storia destinata a ripetersi sempre con le stesse declinazioni negative. Purtroppo, oggi, il pessimismo orwelliano ha avuto riscontro oggettivo in tanti avvenimenti politici e sociali: il mondo è ancora razzista, impegnato in guerre di egemonia e di religione, i mass-media sono in mani di pochi vili editori che propagandano fedi e notizie di parte, i lager continuano ad esistere anche se pochi o nessuno ama parlarne perché “qualcuno” ha pensato bene di cambiar loro nome tributandogli lo spregevole onore d’esser inquadrati come “case di riposo”, “riserve”, “brefotrofi”, “case di cura”… manicomi… ecc. ecc. E poi la televisione si è imposta come unico canale attraverso il quale le nuove generazioni riescono ad assorbire una cultura falsa, di regime: lo zapping è la malattia più diffusa nella nostra società, il palinsesto proposto da tanti e tanti canali ha come matrice unica quella del nietzschianesimo votato alla religione dell’immagine. In questo sconfortante panorama sociale, è chiaro che programmi come “Il Grande Fratello”, “L’Isola dei Famosi” non possono non attecchire nell’immaginario collettivo della società moderna, società che se in un primo momento rifiuta un simile palinsesto, quello immediatamente susseguente non può far a meno di accettarlo e assurgerlo a unica possibilità per continuare ad esistere.

Sembrerebbe proprio che per “Noi, i ragazzi dello Zoo di Berlino” non ci siano possibilità di salvezza; G. Orwell sapeva tutto questo già tanti anni fa, quando lo Zoo di Berlino era ancora nella sua fase embrionale, quando Christiane F. non era ancora nata. G. Orwell dalla storia aveva compreso che essa si sarebbe ripetuta ed amplificata solo nei suoi elementi negativi, aveva anticipato che la storia “nessuno” in futuro l’avrebbe chiosata correttamente, e indicò, inoltre, un futuro senza storia per l’umanità. E’ quanto è accaduto: oggi viviamo un presente senza storia e chi la insegna alle nuove generazioni sta ben attento a stravolgerla e a nascondere la verità, la verità che la storia non è solo un cumulo di macerie e date, ma è soprattutto un coacervo di filosofie. I pensatori, i politici, i filosofi con le loro idee hanno dato voce al passato così come al presente, ma anche al futuro; se Nietzsche non avesse indicato indirettamente la via del razzismo, probabilmente molti altri suoi epigoni non ci avrebbero pensato e Hitler non avrebbe mai (forse!) pensato all’abnorme concetto di razza ariana. Tuttavia tutto questo nelle scuole non viene insegnato: si dice che Hitler ha ucciso migliaia di ebrei nei lager e non viene spiegato il perché.

Se 1984 è stato un romanzo che ha fatto scalpore perché scomodo, “The Man in the High Castle” di Philip K. Dick ha fatto indignare non pochi buoni americani, quelli votati alla bandiera e alla famiglia; il romanzo valse a Dick il prestigioso premio Hugo, ma da lì a poco, la sua vita sarebbe stata sempre più paranoica, convinto – forse non completamente a torto – di essere sorvegliato dal Governo perché sospettato di essere un simpatizzante comunista. P. K. Dick, più volte, anche se non in maniera recisa, in vita ha detto di non essere un rosso, ma a questo punto è il caso di non indagare ulteriormente: Dick è ancor oggi un personaggio misterioso, criptico, e attribuirgli una qualsiasi etichetta significherebbe svilirne l’intelligenza e la statura morale.

Fra il 1944 e il 1945 Hitler impiegò contro gli inglesi, con scarso successo a dir la verità, i missili telecomandati V1 eV2 nonché i primi aerei a reazione, giungendo ad uno spiegamento di uomini di età compresa tra i sedici e i sessant’anni; e come se tutto ciò non bastasse, arruolò anche delle donne nei servizi ausiliari e mise all’opera i tribunali militari nel disperato tentativo di reprimere qualsiasi forma di opposizione interna. Gli alleati, senza mezzi termini o scrupoli di sorta, ricorsero al bombardamento indiscriminato e terroristico delle città tedesche; nella notte tra il 13 e il 14 febbraio 1945 Dresda fu completamente rasa al suolo, ridotta ad un nulla, come se mai fosse esistita. Ovviamente il bilancio fu atroce: oltre centomila morti. Gli USA accelerarono gli studi intorno alla bomba atomica. In Europa, sul fronte occidentale, il 7 marzo 1945 l’ultima offensiva tedesca avviata nel dicembre precedente nelle Ardenne fu arrestata dagli americani ormai riconosciuti dal mondo intero come gli unici uomini in grado di porre fine alle atrocità di una guerra che da troppo tempo impiegava risorse umane ed economiche producendo solo Morte. Gli americani attraversarono il Reno al ponte di Remagen; più a sud i francesi, in febbraio, liberarono la sacca di Colmar, mentre l’Italia settentrionale venne liberata verso la fine di aprile. Sul fronte orientale, i sovietici, a partire dal gennaio 1945, liberarono la Polonia, invasero la Germania e il 13 aprile occuparono Vienna. Le truppe si ricongiunsero con le forze angloamericane a Torgau sull’Elba il 25 aprile, quando già era in corso la battaglia per Berlino investita dai sovietici. Il 30 aprile, dopo aver ordinato la resistenza a oltranza, Hitler si suicidò. Il 7 maggio la Germania fu finalmente costretta a firmare la capitolazione senza condizioni a Reims. Nel Pacifico, intanto, continuava la guerra contro il Giappone. Gli americani, i salvatori del genere umano, nel gennaio 1945 occuparono Manila, nelle Filippine, e il 19 febbraio fu il primo sbarco a Iwo Jima, territorio giapponese. Il 7 aprile le due flotte si affrontarono presso Okinawa, la cui occupazione fu portata a termine nel mese di giugno. La risolutezza dei giapponesi a non cedere ricevette ulteriore conferma quando rifiutarono l’ultimatum imposto dagli USA: Harry Truman indispettito quanto contrariato dall’ostinazione del Giappone non ci pensa su due volte a sganciare la tremenda bomba atomica già sperimentata con infame successo nel deserto del Nevada. Il 6 agosto una prima bomba atomica fu lanciata su Hiroshima: il bilancio fu agghiacciante, oltre novantamila morti; tre giorni più tardi, il 9 agosto – il giorno dopo che l’URSS, accogliendo una richiesta americana in tal senso, aveva dichiarato guerra al Giappone procedendo all’occupazione della Manciuria e della Corea – un seconda bomba atomica fu sganciata su Nagasaki. La cultura della Morte entrò nelle coscienze degli americani, che non parvero poi troppo turbati: solo pochi osarono levare un grido di protesta, grido che diventò quasi incontenibile con la contestazione promossa qualche anno più tardi dagli esponenti della Beat Generation. Il 15 dello stesso mese il Mikado ordinò la cessazione delle ostilità su tutti i fronti: il Giappone aveva conosciuto la crudeltà americana e il 2 settembre firmò la propria capitolazione, una ferita che mai si rimarginerà: Hiroshima e Nagasaki sono ancora una ferita aperta e sanguinante nella storia giapponese. La seconda guerra mondiale terminò ma il prezzo umano pagato non è computabile. E mai lo sarà.

Partendo da questi dati storici, P. K. Dick nel romanzo “The Man in the High Castle” traccia un futuro possibile, alternativo, ma non per questo meno crudele di quello che la storia ci ha ufficialmente consegnato: nel 1962 la schiavitù è stata dichiarata legale, gli ebrei sopravvissuti devono nascondere la loro identità e la California è soggiogata al Giappone; vent’anni prima l’Asse ha vinto la II Guerra Mondiale spartendosi così il suolo americano. L’incubo: il credo nei confronti della superiorità della razza ariana è ritenuto una verità incontestabile in tutto il mondo. L’Africa è solo un deserto; l’Italia e il resto dell’Europa si sono aggiudicate pochi punti strategici di potere in questo scacchiere da incubo, e i nazisti progettano di invadere Marte. I giapponesi collezionano oggetti del folclore americano con una avidità che ha del ridicolo: i falsi diventano una trappola insidiosa in questo mercato “globale” e sempre più spesso si vendono ninnoli spacciati per originali americani quando in realtà sono delle imitazioni. Il Giappone e la Germania conducono una guerra fredda senza risparmiar colpo alcuno: entrambe le parti aspettano un passo falso per dichiararsi ufficialmente ‘guerra’. Il destino è influenzato dalle scelte e dai comportamenti: I Ching, l’oracolo per eccellenza, un libro antichissimo, dovrebbe diffondere la spiritualità orientale nella coscienza americana; ma un altro libro, uno di quelli moderni dall’enigmatico titolo ‘La cavalletta non si alzerà più’ proveniente dall’underground culturale, minaccia di mutare radicalmente l’apparente ordine costituito nel mondo. Il libro è pericoloso, difatti i paesi del Reich l’hanno subito vietato perché presenta una realtà assurda: l’Asse non ha mai vinto la guerra.

“The Man in the High Castle” è un’opera tragica quanto magistrale: questo lavoro dickiano è un altissimo esempio di Letteratura classica, che tutti dovrebbero leggere e conoscere; P. K. Dick, a differenza di G. Orwell, concima la trama pessimista della storia e del futuro guardando le dimensioni temporali con occhio mistico; fantasia, paranoia, realtà si fondono in una matrice filosofica-religiosa-politica che proietta il lettore nel terrore più cupo che mente umana possa immaginare: niente è quel che sembra e anche se ci si illude che il ‘sembrare’ è un ‘niente reale’ in realtà non è ma potrebbe essere e non essere. Come ne “I Simulacri” Dick gioca magistralmente con l’identità, quella storica, futuribile: “L’uomo nell’alto castello” (in italia tradotto anche con il titolo, “La svastica sul sole”) fa paura, mette a nudo la nostra perversione nell’interpretare i fatti reali o solo immaginati, non lascia via di fughe alla nostra coscienza sempre pronta a nascondersi in una verità o bugia di comodo.

Parlare di “The Man in the High Castle” come di un capolavoro è riduttivo; se 1984 di Orwell ha fatto paura, “L’uomo nell’alto castello” fa precipitare nel terrore più puro e non ammette resurrezioni né mortali né divine per chi alla fine scoprirà il messaggio contenuto nella coscienza di quell’uomo arroccato nell’alto del suo castello.

Giuseppe Iannozzi

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