Pasolini l’Implacabile


A cura di Augusto Benemeglio

1. Sono come uno schiavo malato
Rivado indietro al 1961, quasi cinquant’anni fa, a Portoferraio, nell’Isola d\’Elba, dove per la prima volta sentii parlare dell’uomo dalle tre P. Pier Paolo Pasolini. Me ne aveva un aspirante marinaio – come me – un ragazzo col ciuffo alla Little Tony che abitava in quella periferia romana degli anni ’50. Me l\’aveva dipinto come una specie di mostro infernale , che faceva orge con “i ragazzi di vita”,(“Sono come uno schiavo malato, una bestia / vagavo per un mondo che mi era assegnato in sorte// Lavoro tutto il giorno come un monaco/ e la notte giro, come un gattaccio in cerca d’amore…”), ma lui – ci teneva a dirlo – non si era prestato. 2. Lo incontro sul piccolo schermo Poi, verso la fine degli anni ’60 , dopo gli scandali dei suoi romanzi “Ragazzi di vita”, “ Una vita violenta”, i processi subito per offesa al buon costume e alla morale (“La ricotta”) e altri testi teatrali o letterari che avevano fatto di lui il personaggio letterario più conosciuto, lo incontro sul piccolo schermo della Tv in bianco e nero. Paolini è piccolo di statura, è magro, col viso affilato, scavato, ha una voce malata, ha la voce fievole di chi veglia da tempo, la voce di chi protrae un lavoro al di là della sopportazione. A vederlo come lo vedo io non è il Pasolini cupo, corrosivo, violento, denunciatore, polemista; anzi appare mite, umile, “passivo come un ucello che vede tutto, volando, e si porta in cuore/ nel volo in cielo la coscienza/ che non perdona” E in lui mitezza e umiltà sembrano quasi il presagio di una sconfitta.

3. Solo l’amare, solo il conoscere conta…
M’avevano detto che era definito-indefinito, come il suo nodo di passione e di visceralità, la sua ideologia di profeta del seicento, tutto libidine e santità, servilismo e rifiuto radicale, il suo essere “barocco che ridiscende a dare irrealtà agli uomini, e la sola realtà è la solitudine”. Era dicotomico, stretto in quel nodo di sofferenza voluta, implacabile, e di esasperazione inutile, di ribellione e di accettazione, di consolazione, di forza oscura e di illuminazione; quell’insieme di sentimenti opposti o diversi e compresenti ch’egli riconduce tutti alla matrice comune “dell’amor di vita” che forma la sua vitalità, ma che a noi si rivelano solo quando è provocato e soffre, e geme, e cerca ancora e sempre, implacabilmente, un nuovo amore, un nuovo corpo d’amare (“Solo l’amare, solo il conoscere/ conta, non l’aver amato/non l’aver conosciuto. Dà angoscia/ vivere di un consumato /amore. L’anima non cresce più”)

4. Il paesaggio dell’anima
Era nato a Bologna, nel 1922, e nella città felsinea era cresciuto, aveva studiato fino al conseguimento della laurea in lettere moderne con una tesi sul Pascoli, ma tutto per lui cominciò a Casarsa della Delizia, nel Friuli, il paese della madre, la mitissima insegnante elementare Susanna Colussi, dove la famiglia Pasolini ogni anno va a passare le vacanze e va a vivere allo scoppio della Guerra, e dove il giovane Pier Paolo, che fin dalla più tenera età aveva dimostrato di avere un talento non comune per le lettere – scrive le sue prime poesie a sette anni –, trovò i fermenti per crescere e svilupparsi, il paesaggio dell’anima , il clima giusto, la gente onesta, umile,i contadini, coi loro vespri e le loro campane. Il Friuli diventa per lui un mondo edenico, la sua patria elettiva, un’isola linguistica e morale già pronta per la poesia , lanciata verso l’avvenire; diventa propulsore di varie manifestazioni culturali e sociali , partecipa alla lotta dei braccianti friulani contro i latifondisti, convegni, conferenze, ecc. e – unitamente ad altri studenti universitari friulani, fonda “l’Accademiuta de lenga furlana”, un centro di studi filologici sulla lingua e la cultura friulane. Poi, nel 1942, pubblica un libro di poesie in dialetto friulano (Poesie a Casarsa), che risulterà fondamentale per la sua poetica, in cui manifesta già uno stile sicuro, che non sfuggì all’attenzione di un critico come Gianfranco Contini, che recensisce il libro sul Corriere di Lugano. 5. La fuga nella Roma degradata Questo periodo friulano , determinante, incancellabile per la sua crescita umana e artistica, si concluderà drammaticamente con un fuga a causa della sua “fame d’amore di corpi senz’anima” (Un ragazzo confessa al Parroco di Casarsa di aver avuto rapporti sessuali con Pasolini, e la vita per lui diventa subito impossibile). Va, con la madre, a vivere a Roma, a Ponte Mammolo, poi vicino al carcere di Rebibbia. Sono anni terribili, in un mondo degradato e atroce (“ero un disoccupato disperato, di quelli che finiscono suicidi”). Intanto il padre, tirannico e temuto tenente di fanteria, era tornato dalla prigionia, e ciò aumentava i suoi problemi: “Passionale, violento di carattere, – scrive di lui il figlio – era finito in Libia senza un soldo e così aveva cominciato la carriera militare, da cui sarebbe stato deformato e represso fino al conformismo più definitivo…Aveva puntato tutto su di me, sulla mia carriera letteraria, aveva intuito, pover’uomo, ma non aveva previsto, con le soddisfazioni, le umiliazioni. ”Col padre ci saranno sempre scontri, dissensi, incomprensioni.

6. Il disperato amore per la madre
Mentre verso la madre, a cui dedicherà alcuni dei versi più sconvolgenti della letteratura italiana , il suo stato d’animo fu sempre quello di un “disperato amore”, qualcosa di implacabile e di tragico. “…Ho un’infinita fame /d’amore, dell’amore di corpi senz’anima/ Perché l’anima è in te, sei tu, ma tu / sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù”. Dirà Dario Bellezza, omosessuale come lui, che Pasolini è morto per colpa della madre. Perché non è concepibile che un uomo di 53 anni (l’età in cui fu assassinato, ad Ostia, nel 1975), non abbia una casa dove far l’amore, e sia costretto a seguire “i ragazzi di vita” nei più sordidi luoghi . C’è qualcosa che non funziona – continua Bellezza -, ha una psicologia regredita , è ancora mammista. Aveva ragione Arbasino quando lo accostava al Pascoli, che aveva il culto della mamma e delle sorelle. Ci sono omosessuali che crescono e fanno una vita autonoma, che magari si sposano, naturalmente con un uomo, anziché una donna, e poi ci sono quelli che continuano a vivere con la madre, perché sono sposati con la madre. Io vivo la mia quotidianità normalmente, essendo libero. Lui non era libero. Per sua scelta, era feroce e implacabile verso se stesso. “Forse era questa non-libertà – ribatte Camon – che gli dava continuamente una carica di tensione, di all’erta, di aggressività, di violenza, di ricerca, di iniziativa, che si riflette anche nella sua scrittura, una scrittura che ho definito “fallica”, a differenza di quella di Arbasino e Penna che è una scrittura “afallica”.

7. Faceva troppo cose
Pasolini – dice Bellezza – faceva troppe cose, film, romanzi, saggi, testi teatrali, e questo mi dava fastidio. Ha finito col non trovare soddisfazione in nessuna delle cose che faceva. Perciò credo che di lui resterà soprattutto il personaggio. Dirò di più, Pasolini barava: i maestri li vogliamo puri e innocenti, diceva, mentre lui era impuro e non innocente , “perfetto e cieco” come diceva Fortini. Il senso profondo di rimpianto per l’autenticità di un mondo preindustriale e contadino perduto, la sua filippica contro i nuovi italiani e l’era del consumismo nasceva da ragioni molto basse, perché i “ragazzi di vita” non andavano più a letto con lui. L’opera di Pasolini è troppo legata all’attualità , perciò va butttata presto. Quella morte violenta non è a caso, è la conclusione legittima e unica. Lui ha voluto quella morte lì. L’ha cercata, l’ha prefigurata, l’ha individuata, l’ha anticipata, l’ha raccontata, e alla fine è avvenuta. L’ipotesi della morte politica ( lui ucciso da un gruppo di fascisti) è del tutto artificiosa.” 8. Gli ultimi appelli disperati e utopici. E tuttavia c’è qualcosa di implacabile e di estremo nel pensiero e nella scrittura di Pier Paolo Pasolini, – scrive Antonio Audino – una continua tensione intellettuale che non lascia angoli bui, che traccia radiografie di spazi interiori e esteriori, politici, storici, sociali, ma anche psicologici e comportamentali. Questo ha reso Pasolini ostico e indigeribile, antipatico e molesto persino quell’intellettualità di sinistra che ora lo santifica, esaltandone la visione profetica, ormai innocua , ma spostando in secondo piano la durezza delle lettere luterane in cui – nell’ultimo periodo della sua esistenza, il giornalista –scrittore scandalizza con i suoi articoli d’assalto, le sue proposte e le sue analisi, argomenti scottanti come l’aborto, il nuovo fascismo, la civiltà contadina morente, il potere dello sviluppo, tutti argomenti che risuonano come orribili sintomi entro un perfetto silenzio. Gli appelli disperati e utopici echeggiano, ma nessuno li intende e i loro stessi provocatori suggerimenti, le loro tremende nostalgie, i loro paradossi, sono tutti per definizione impraticabili. Questi scritti chiudono la carriera pasoliniana con una parola impossibile, con un’enunciazione che non crede neppure più in se stessa, con un affannarsi attivistico che nasconde dentro di sé la coscienza della propria inutilità.

Augusto Benemeglio

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