NOVOROSSIYSK


1A cura di Biagio Ferrara

(Chi ha affondato la Giulio Cesare?)
Sebastopoli 28 ottobre 1955. La Flotta Sovietica del Mar Nero mostra i muscoli sfoggiando un imponente numero di navi. Tra queste spicca la possente mole dell’ammiraglia, la corazzata Novorossiysk, che partecipa però solo in forma statica. Ospita a bordo ben sette ammiragli.
Si commemora l’assedio di Sebastopoli del 1855 e l’inizio della battaglia di Crimea del 1941.
Alle prime ore del pomeriggio, a cerimonia ultimata, l’ammiraglia ha già attraccato alla boa a circa trecento metri dalla banchina e. come ogni giorno a quest’ora, si avviano le operazioni di sbarramento della baia. Siamo in piena guerra fredda ed il timore di sabotaggi condiziona anche le attività dell’Armata Sovietica.
Cala rapidamente la sera e tutto lascia pensare a che bordo bisognerà affrontare solo gli abituali disagi notturni dell’ inverno ormai avviato. Ma non sarà così.
All’una e trenta in punto una potentissima esplosione, registrata anche da tutti i sismografi della Crimea, scuote la città e la baia. Una carica stimata di oltre mille chili di tritolo squarcia lo scafo della Novorossiysk.
Ma perché tanto interesse per questa nave? Essa in realtà non è altro che la corazzata italiana “Giulio Cesare”, ceduta, al termine della guerra, all’Unione Sovietica, in ottemperanza alle clausole del trattato di pace, giudicate talmente dure da portare il Capo di Stato Maggiore della Marina Ammiraglio Raffaele de Courten a rassegnare le dimissioni, non ritenendo che si sia tenuto minimamente conto del leale atteggiamento assunto dalla Marina per tutto il periodo della cobelligeranza sin dal momento dell’armistizio.
La cessione delle navi alle nazioni vincitrici, ed in particolare all’Unione Sovietica, dove si trovano ancora migliaia di prigionieri di guerra italiani, ha creato un gran fermento ed un senso di frustrazione nel personale della Marina Militare al punto da doversi adottare eccezionali misure di sorveglianza, sia sulle banchine che intorno alle carene delle navi destinate ad essere cedute. Ispezioni subacquee si susseguono ogni trenta minuti, con immersioni di palombari, nel timore che vi possano essere applicate cariche esplosive in grado di provocarne l’affondamento. Tra le unità da cedere ai sovietici ad essere maggiormente indiziate di sabotaggio sono la corazzata Giulio Cesare e la nave scuola Cristoforo Colombo; quest’ultima un mito per generazioni di ufficiali, da sottrarre all’onta della cessione allo straniero.
In particolare i sovietici, oltre alla Giulio Cesare e Colombo, hanno ottenuto l’incrociatore Emanuele Filiberto, i cacciatorpediniere Artigliere e Fuciliere, le torpediniere Animoso, Ardimentoso e Fortunale ed i sommergibili Nichelio e Marea, oltre ad altro naviglio, quali MAS e motosiluranti, vedette, navi cisterna, motozattere da sbarco, una nave da trasporto e dodici rimorchiatori. L’incrociatore Riboty ed una piccola parte del naviglio minore anch’essi destinati ai sovietici non sarà ritirata per il pessimo stato di manutenzione, pretendendo però una congrua compensazione economica.
I sovietici hanno cercato di ottenere una delle due moderne corazzate della classe Littorio, destinate a Stati Uniti e Gran Bretagna, che decidono invece di lasciarle all’Italia. I sovietici allora pretendono che a queste siano tagliate con la fiamma ossidrica gli scafi e le volate dei cannoni e distrutte, a colpi di mazza, le pale delle turbine.

La prima unità ad essere consegnata ai sovietici è l’Artigliere che con la sigla Z 12 raggiunge Odessa il 21 gennaio con un equipaggio della marina mercantile, entrando a far parte della Marina Sovietica dal 23 gennaio, mentre per la corazzata la consegna ai sovietici avviene nel porto albanese di Valona, raggiunto con un equipaggio della marina mercantile, insieme ai due sommergibili.
La consegna è prevista nel porto albanese di Valona, in quanto la Convenzione di Montreux non consente il passaggio attraverso i Dardanelli di navi da battaglia e sommergibili appartenenti a stati privi di sbocchi sul Mar Nero.
Per prevenire possibili sabotaggi, le navi debbono essere condotte ai porti di destinazioni senza munizioni a bordo, che saranno trasportate successivamente a destinazione con normali navi da carico, ad eccezione della corazzata, da consegnare con 900 tonnellate di munizioni, compresi 1100 colpi dei cannoni principali e dei due battelli subacquei forniti dell’intera dotazione di 32 siluri da 533mm .
La nave, partita verso la sua nuova base di Sebastopoli il 15 febbraio insieme ai due sottomarini Marea (Z 13) e Nichelio (Z 14), raggiunge la sua destinazione il 26 febbraio e, il 5 marzo 1949 viene ribattezzata Novorossiysk ed inquadrata nella Flotta del Mar Nero. Il nome rievoca l’assedio di Novorossiysk durato da agosto a settembre del 1942, in cui i Sovietici riescono a mantenere il possesso della parte orientale della baia, impedendo ai tedeschi l’uso del porto per far giungere i rifornimenti. Nel1973, in ricordo dell’assedio, le viene conferito il titolo di città eroina.
La Marina Sovietica ha ancora in servizio le corazzate Oktjabr’skaja Revoljucija e Parižskaja Kommuna, due vecchie unità risalenti alla prima guerra mondiale più volte rimodernate negli anni trenta. L’entrata in servizio della nave da battaglia italiana, di concezione più moderna rispetto alle corazzate fino a quel momento in servizio, avrebbe dovuto servire a preparare gli equipaggi dei futuri incrociatori da battaglia del Progetto 82
La nave al momento della consegna è in condizioni molto trascurate, in quanto dal 1943 al 1948 ha avuto una scarsissima manutenzione se si eccettuano alcuni piccoli lavori di riparazione alle parti elettromeccaniche, effettuati a Palermo immediatamente prima del trasferimento all’Unione Sovietica.
Il comando della Flotta del Mar Nero cerca di trasformare la nave nel più breve tempo possibile in una vera e propria unità di combattimento, dotandola di radar, nuovi apparati di comunicazione, nuovo armamento antiaereo e nuove turbine.

L’affondamento
Come già detto, la sera del 28 ottobre 1955, la nave, tornata dalla partecipazione alle celebrazioni commemorative, viene ormeggiata ad una boa nella baia di Sebastopoli a 300 metri dalla riva, di fronte ad un ospedale. Alle ore 1:30 della notte del 29 ottobre, un’esplosione, della potenza stimata di 1 200 kg di TNT sotto lo scafo squarcia tutti i ponti dalla corazzatura inferiore fino al ponte del castello di prua. Si calcola che al momento dell’esplosione perdano la vita dai 150 ai 175 uomini dell’equipaggio che si trovano nella zona della deflagrazione.
La nave affonda lentamente dalla prua, capovolgendosi sul lato sinistro, quando ha già imbarcato più di 7 000 tonnellate di acqua, con centinaia di marinai che, caduti in acqua sono coperti dallo scafo della corazzata. Il capovolgimento è accelerato dall’allagamento dei ponti, effettuato dall’equipaggio stesso, per evitare l’esplosione dei depositi di munizioni. La nave è rimasta 18 ore in questa posizione con l’albero piantato nel fondale e alle 22:00 lo scafo è già completamente scomparso sotto l’acqua, con centinaia di marinai intrappolati nei compartimenti della nave.
E’ il più grande disastro nella storia navale russa, aggravato dall’imperizia dell’equipaggio e dall’impreparazione dei soccorritori e degli ufficiali della nave stessa.Avrebbe potuto essere rimorchiata ad insabbiarsi in bassi fondali, evitando così il capovolgimento. La conseguenza è che la maggior parte dell’equipaggio rimane intrappolato nei compartimenti della nave. Dato il tempo trascorso tra l’esplosione ed il capovolgimento della corazzata, l’equipaggio avrebbe potuto essere evacuato. L’affondamento causa la morte di 614 marinai, tra cui anche alcuni marinai delle squadre di soccorso,
Per chiarire le cause dell’esplosione viene immediatamente istituita una commissione governativa che il 17 novembre 1955 presenta le sue conclusioni al Comitato Centrale del PCUS.
La colpa dell’enorme perdita di vite umane viene addossata alle azioni incompetenti del comandante della flotta, il vice ammiraglio Parchomenko, che rifiutandosi di abbandonare la nave invita tutti a ritornare alle loro postazioni, assicurando che la nave non corre alcun pericolo.
Viene riportato che, durante questa critica situazione, il comandante mostra boria e calma priva di fondamento, esprimendo persino il desiderio di «andare a farsi un tè».
Il rapporto della Commissione sottolinea anche molti esempi di coraggio e di vero eroismo dei componenti dell’equipaggio, vanificati dal comportamento di Parchomenko.
La causa ritenuta ufficialmente come più probabile è l’esplosione di una mina magnetica deposta dai tedeschi durante la seconda guerra mondiale che, urtata da un’ancora, secondo il parere dell’ingegnere navale e militare storico Oleg Teslenko, detonando avrebbe causato la successiva esplosione del serbatoio di carburante utilizzato per il rifornimento delle lance imbarcate.
Effettivamente, nel corso di successive indagini, i sommozzatori rinvengono sul fondo della baia di Sebastopoli diverse mine. Nessuna, delle quali sarà possibile far deflagrare. Dopo oltre 10 anni, le batterie dei loro inneschi elettrici sono ormai completamente scariche.

Alcuni esperti ritengono inoltre che le dimensioni del cratere sul fondo (profondo 1 – 2 m) siano troppo piccole per una mina di quelle dimensioni. Inoltre, essendo la nave ormeggiata ad una boa, non ha dato fondo alle ancore.
Le autorità sovietiche decidono di nascondere il disastro, e nessuna menzione di quanto è accaduto viene riportata dalla stampa nazionale. Le vittime vengono sepolte in una fossa comune in un cimitero militare locale ed ai sopravvissuti, riassegnati ad altri reparti, viene dato l’ordine di tacere sull’avvenimento.

Titorenko oggi in una sua analisi demolisce completamente questa versione della mina tedesca.
L’autore non ripete, come molti altri, la versione secondo cui il dramma della “Novorossiysk” sarebbe da attruire ad una mina. Egli modella la storia in una chiave diversa, che risulta convincente anche per un professionista. Già in precedenza è emersa l’ipotesi di un sabotaggio per mano di servizi segreti stranieri. Ma nessun ricercatore si è mai preoccupato di verificare questa pista.

Secondo Titorenko, nell’affondamento della “Novorossiysk” sarebbero coinvolti gli italiani. Egli punta il dito contro il principe Jonio Valerio Borghese. La storia l’avrebbe raccontata uno dei sommozzatori italiani, che ha partecipato all’operazione chiamata in codice “Nicolò” , ad un ufficiale della marina sovietica emigrato negli Stati Uniti, che a sua volta la racconta al capitano di primo rango in pensione, lo storico Oktyabr Ber-Biryukov, che scrive in un articolo le nuove teorie sull’affondamento della “Novorossiysk”.

L’azione è attribuita ad una ipotetica vendetta da parte di ex militanti della X Flottiglia MAS di Junio Valerio Borghese, intolleranti del trasferimento all’Unione Sovietica di tante navi ed in particolare della nave scuola Cristoforo Colombo e della corazzata Giulio Cesare.
Il sabotaggio sarebbe stato effettuato o piazzando sotto la chiglia una carica di esplosivo con un minisommergibile penetrato nella rada.
L’ipotesi che l’affondamento fosse dovuto ad un sabotaggio italiano è rievocata con dovizia di particolari dalla rivista russa Itoghi nel 2005 in occasione del cinquantenario dell’affondamento e riportata da un articolo comparso il 25 ottobre 2005 sul quotidiano genovese Il Secolo XIX.

Secondo questa rivista russa, l’ipotesi più accreditata è che l’affondamento sia dovuto a bombe a orologeria piazzate da sabotatori italiani sulla chiglia, e sarebbero stati otto uomini-rana agli ordini dei servizi segreti italiani. Secondo questa rivista i servizi segreti italiani dell’epoca avrebbero agito per conto della Nato, al fine di impedire che la corazzata potesse essere equipaggiata di missili a testata nucleare. I servizi avrebbero trovato complici entusiasti tra i reduci della X Mas che consideravano la cessione della corazzata un “atto di disonore”.
La rivista, fa notare come all’epoca soltanto due stati della NATO, l’Italia e la Gran Bretagna, avessero personale addestrato ad un’impresa del genere, sostenendo che l’unico tra i protagonisti di quell’impresa ancora in vita, aveva raccontato i particolari dell’impresa ad un ex-ufficiale sovietico, conosciuto casualmente durante una vacanza in Florida.
A sostegno di questa ipotesi, si fa notare che la corazzata nei lavori di ristrutturazione anteguerra è stata allungata di dieci metri con l’aggiunta di una nuova sezione a prua, creando il suo punto debole nella congiunzione del vecchio scafo con i nuovi elementi strutturali di prua. Gli incursori a conoscenza del punti di debolezza strutturale della nave, piazzano proprio in uno di quei punti una carica di tritolo. Comunque non ci sono prove solide a conferma di questa ipotesi, smentita anche dall’ammiraglio Gino Birindelli (che secondo questo storico russo sarebbe stato tra i componenti del gruppo di sabotaggio), e che ha commentato la storia della romantica vendetta italiana come “un’altra patacca venduta da un russo”.
Quelle del principe Borghese non sono semplici chiacchiere al vento. La ricompensa è incredibile, la zona dell’operazione conosciuta e quasi familiare. Un sommozzatore italiano che ha partecipato all’operazione chiamata “Nicolò” racconta tutti i particolari dell’operazione. La sua storia passa di bocca in bocca di altre persone prima di diventare famosa: l’italiano la riferisce a un ufficiale della marina sovietica emigrato negli Stati Uniti, che a sua volta la racconta al capitano di primo rango in pensione, lo storico Oktyabr Ber-Biryukov, il quale pubblica un articolo sull’affondamento della “Novorossiysk”.
Il 22 agosto 2013, il veterano della X Flottiglia MAS, Ugo D’Esposito, ammette di aver preso parte all’operazione di sabotaggio e così racconta i particolari:

I preparativi durano un anno. Ciascuno degli otto sommozzatori che partecipa all’operazione ha alle spalle una robusta formazione in azioni di sabotaggio nel Mar Nero.
Nella notte del 21 ottobre, dall’Italia parte, in direzione Unione Sovietica, una nave mercantile con a bordo il minisottomarino SX- 756 “Piccolo”. Giunta in prossimità di Capo Khersones, l’imbarcazione libera il sottomarino attraverso un’apertura nella parte inferiore. Il sommergibile entra nella baia di Omega, dove l’equipaggio allestisce una base segreta: i sabotatori scaricano bombole d’aria di riserva, esplosivi, idropropulsori e altri materiali. Al segnale convenuto, i sommozzatori indossano gli scafandri e si dirigono con gli idropulsori e gli esplosivi in direzione della chiglia della “Novorossiysk”.
“La visibilità è terribile, lavoriamo utilizzando praticamente solo il tatto: lo spessore del limo sul fondale della baia di Sebastopoli raggiunge i 20 metri. Facciamo più volte ritorno alla base per prendere altri esplosivi, avvolti in involucri magnetici. Finiamo il lavoro al tramonto. Nella fretta ci dimentichiamo sul fondale una borsa con gli attrezzi e l’elica di riserva di un idropropulsore. Ritorniamo alla baia di Omega e saliamo a bordo del minisommergibile. Raggiungiamo il punto di incontro e due giorni dopo arriva la nave mercantile. Ci posizioniamo nella parte inferiore dell’imbarcazione, chiudiamo il portello e pompiamo fuori l’acqua. Per finire, diamo tre colpi alla paratia come segnale che la missione è stata portata a termine”.
Forse il destino ha voluto che come Giulio Cesare è caduto per mani italiane, anche la nave che ne portava il nome dovesse cadere per mani italiane.

2

APPENDICE
Nel corso dell’esecuzione delle prime clausole armistiziali, a bordo della Giulio Cesare, si verifica il più grave episodio di ribellione della Marina Militare Italiana.
Alla notizia dell’armistizio la nave è frettolosamente messa in condizione di partire con tutto il suo carico di munizioni. Il Comandante, C.F.Vittore Carminati, non fa trapelare all’equipaggio nulla sulla destinazione e lo scopo della missione: consegnarsi a Malta agli Inglesi. La partenza da Pola avviene alle ore 15 del 9 settembre insieme alla corvetta Urania ed alla torpediniera Sagittario che appena fuori del porto si lancia contro un sommergibile tedesco, riuscendo a sviare il lancio del siluro destinato alla corazzata.
Primo scalo è Cattaro in Dalmazia per il rifornimento di carburante, dato che la nafta che si trova nei serbatoi è insufficiente a raggiungere la destinazione, e di rimanere lì in attesa di nuovi ordini.
Nella notte tra il 9 e il 10 settembre in un gruppo di sottoufficiali, insieme al Capo Servizio del Genio Navale maggiore Fornasari (direttore di macchina), al Capitano del Genio Navale Spotti ed al Guardiamarina Tentoni, comincia a sorgere il sospetto su quale sia loro reale destino e quello della loro unità. L’idea di consegnarsi al nemico ripugna a tutti. E’ ancora rovente il ricordo dei morti nella battaglia di Capo Matapan. Alle 22:30 del 9 settembre, quando la nave è all’altezza di Ancona, il 2° capo Filipponi prende l’iniziativa di chiedere, tramite il capitano Spotti, al Comandante di chiarire le sue intenzioni. Alla risposta evasiva di Carminati sul prossimo scalo a Cattaro, scatta la ribellione. Alle 2.15 gruppi di uomini armati si impossessano della nave, il comandante ed altri ufficiali rimasti con lui vengono rinchiusi nel locale timoneria a poppa, praticamente agli arresti. Il Direttore di Macchina maggiore Fornasari dispone di aumentare la velocità facendo rotta per Ortona a Mare ed iniziare i preparativi per l’autoaffondamento, sistemando cariche esplosive intorno alle “ prese a mare” e nei locali caldaia.
Dopo due ore di frenetiche trattative la sedizione rientra, anche perché il Comandante garantisce che la sosta a Cattaro è solo tecnica e che qualora vi fosse pericolo di dover consegnare la nave ad una potenza straniera, avrebbe dato immediatamente ordine di affondarla. Alle 9:15 del 10 settembre il Comandante parla all’intero equipaggio, assicurando che la nave sarebbe restata sotto comando italiano e con bandiera italiana, promettendo altresì che dell’accaduto non avrebbe fatto parola.
La nave così prosegue in direzione di Cattaro, e dopo essere stata avvistata nella mattinata da un ricognitore tedesco e dopo essersi ricongiunta intorno alle 12:15 con la nave appoggio Miraglia proveniente da Venezia, intorno alle 13:15 deve respingere un attacco aereo condotto da una formazione di Junkers Ju 87 Stuka. Durante l’attacco è il guardiamarina Tentoni, uno dei più determinati nell’ammutinamento, ad organizzare il fuoco contraereo, scompaginando la formazione degli aerei tedeschi, che, sorpresi dalla reazione, sganciano senza precisione le bombe, che finiscono in mare.
Il comandante del Miraglia, che è il più anziano, prende il comando del convoglio. Nel pomeriggio ricevono l’ordine di puntare direttamente su Taranto e non su Cattaro. Nel canale di Otranto la corazzata resta però senza nafta e, raggiunge alla fine a Taranto alle 14 dell’11 settembre a rimorchio di una nave inglese quando questi hanno già preso possesso della base.
Diversamente da quanto promesso, a Taranto, vengono immediatamente sbarcati tutti quelli che hanno partecipato alla sedizione. Nel giugno 1945 la Commissione di Inchiesta sui fatti verificatisi a bordo della corazzata contesta al maggiore Fornasari, al capitano Spotti e al guardiamarina Tentoni una serie di addebiti. Ma la Marina, in considerazione degli alti motivi ideali che hanno ispirato la ribellione, assume un atteggiamento molto comprensivo verso i protagonisti dell’ammutinamento ed il procedimento si conclude il 9 novembre 1946 con la pena della sospensione di 12 mesi dall’impiego per tutti; provvedimento però immediatamente condonato.

Biagio Ferrara

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