Note sul Tasso e la comunicazione epistolare nel Cinquecento


A cura di Francesco Martillotto

Se l’epistola in latino aveva trovato un ampio seguito negli umanisti e annoverava modelli illustri (nel 1492 vennero stampate a Venezia le Familiares del Petrarca, nel 1498 le Epistulae del Poliziano), quella in volgare affonda le proprie radici nella cultura rinascimentale. La società cortigiana e aristocratica è alla base di un genere che nel Cinquecento ebbe larghissima diffusione e incontrò grande favore presso il pubblico: da Amedeo Quondam, apprendiamo che nel periodo 1538-1627 sono ben 130 i libri di lettere d’autore e 27 le miscellanee. I punti di riferimento furono naturalmente le lettere di Cicerone e in misura molto minore quelle del Petrarca. Il primo conta all’incirca 20 edizioni tra il 1545 e il 1573; il poeta aretino invece annovera poche edizioni (solo in latino e spesso insieme alle altre opere): nel 1492, 1496, 1501, 1503, 1554, 1581, 1601.
Gli intenti riposti dai vari autori nella lettera si differenziano. Tuttavia, schematizzando, la funzione degli epistolari si può suddividere in informativo-comunicativa, didascalica (offrire cioè al lettore schemi e modelli di scrittura epistolare) e retorica (suggerire dei modelli retoricamente perfetti ed aderenti ai formulari classici). La seconda funzione è rispettata nel Secretario di Francesco Sansovino, pubblicato nel 1564 (è la prima edizione in quattro libri) , che non solo darà il titolo a parecchie raccolte, ma diverrà il simbolo proprio del genere. E passando dalla teoria alla prassi è significativo il caso del «segretario» Luca Contile, che pubblica nel 1564 (Pavia, Bartoli) due volumi di Lettere, e di Paolo Filippi dalla Briga, segretario della corte sabauda, che con le sue Lettere edite nel 1601 propone una suddivisione per argomenti. Caratteristica primaria degli epistolari cinquecenteschi è la divisione in differenti indirizzi tipologici (facete, amorose, morali, ecc.) che ripropongono strutture e linguaggi della tradizione. Ci preme vedere, ora, il modo in cui l’epistolario tassiano, certamente, e non solo per la caratura dell’autore, il più importante del Cinquecento, si inserisce in questo contesto sinteticamente delineato. Scritte per essere pubblicate assieme alle altre prose, come più volte egli stesso ribadisce nell’epistolario, le lettere del Tasso si diversificano dal clima generale che contraddistingue l’epistolografia cinquecentesca. Non è possibile, infatti, etichettarle per tipologie o capi. Già il frontespizio della stampa del 1587 (Venezia, Vassalini), che le relegava con i Discorsi dell’arte poetica, avvertiva che «oltra la famigliarità, sono ripiene di molti concetti, et avertimenti poetici a dichiarazione d’altri luoghi della sua Gerusalemme liberata».
Le uniche lettere che si uniformano alla moda cinquecentesca sono le «discorsive» a Ercole de’ Contrari sulle cose di Francia (nella numerazione dell’edizione Guasti la n. 14), ad Ercole Tasso sul matrimonio (n. 414), a Giulio Giordani sulla Repubblica e il Principato (n. 651), al frate Marco da Ferrara sul miracolo (n. 189). Una sola è «consolatoria», inviata a Dorotea Geremia degli Albizi per la morte del marito ambasciatore (n. 749). Pochissime sono le cosiddette «familiari, per le quali registriamo in ordine decrescente: ventitré al cugino Cristoforo (ventidue del Guasti più una pubblicata da Angelo Solerti); tredici al cugino Ercole; dieci alla sorella Cornelia, estremamente formali; otto al cugino Enea; sette al nipote Antonino (sei del Guasti più una pubblicata dal Solerti); quattro all’altro nipote Alessandro; due a Lelia Agosti, moglie di Ercole; una a testa a Giacomo, Faustino e al cavalier Lucillo. Ciò che contraddistingue le lettere sembra invece risiedere nel fatto che esse rappresentano il veicolo principale alla estrinsecazione delle proprie scelte poetiche e del dibattito su queste con amici e revisori. Annunciando a Scipione Gonzaga l’intenzione di redigere una lettera prefatoria ai lettori, da pubblicare con il poema, il Tasso, ne definiva la funzione nell’aver «particolare riguardo al suo proprio poema»; ad Ercole Cato scriveva che «le lettere sono imitazion de le parole, come le parole de’ concetti». Durante la reclusione in Sant’Anna (1579-1586), la lettera diviene per il Tasso strumento di conoscenza indiretta dei suoi interlocutori, riflettendosi in essa la «viva immagine» del mittente. Al poeta, la lettera offre quasi un simulacro, una immaginaria ricostruzione, di cui il suo io ha bisogno.
Così scrive ad Angelo Grillo: Io ho conosciuta Vostra Paternità reverendissima ne la sua cortesissima lettera, quasi in una viva immagine de l’amor suo; e benché ogni parte mi sia grandemente piacciuta, l’affezione, nondimeno che mostra di portarmi, oltre tutte l’altre m’è stata cara. Però, non contento di questa prima cognizione, desidero di conoscerla ancora di presenza (n. 274) Quanto alle parti classiche (salutatio, exordium, elocutio, narratio, petitio, conclusio) attraverso le quali si dispiega il tessuto epistolare, il Tasso mantiene stabili l’elocutio, la narratio e la conclusio. Alla petitio (richiesta), che è certo solidissima in tutto l’epistolario, si aggiunge la valedictio con formule proprie del codice cortigiano e adulatorio. È un carteggio, dunque quello tassiano, che, ancorato soltanto alla canonica struttura dell’ars dictandi, supera la tradizione e la dottrina epistolografica cinquecentesca puntando su tre fattori nella sua tecnica scrittoria: il contenuto plurimo, che lo porta a variare dalla quotidianità alle più elaborate teorie critiche e poetiche; la necessità di comunicazione, deputata ad una sintassi sempre sorvegliata e chiara; la forma, elevata tramite una eccellente preparazione retorica (di cui i Discorsi dell’arte poetica e del poema eroico non sono altro che la fucina teorica). Le Lettere, ancor più, ci forniscono chiari segnali sulla sua cultura, confermando quella continua sperimentazione di quasi tutti i generi letterari che si ritrova percorrendo la sua opera poetica e prosastica. Dall’epistolario esce confermata una forte assimilazione degli autori greci e latini («me, che son quasi nutrito ne gli studi e ne l’arte de’ greci» scrive a Giovanni Antonio Pisano, n. 1139), oltre allo studio dei grandi trecentisti. Questo orizzonte culturale assume contorni nitidi e ben definiti dal momento che le lettere occupano un’estensione temporale che va dal 1556 (la prima lettera a Vittoria Colonna è di questo anno, ma gran parte dell’epistolario giovanile è andata perduta) fino alla morte nel 1595. Questa lunghissima applicazione al genere epistolare fa comprendere perché le lettere siano un documento fondamentale per ricostruire la biografia tassiana, non solo per gli accadimenti più rilevanti che lo scrittore racconta ai suoi corrispondenti, ma anche per scoprire gli angoli più nascosti della sua forma mentis, per percepire ad esempio l’umore e i sentimenti oscillanti fra la rabbia per le stampe scorrette e l’intima confessione agli amici fino alla serenità e al distacco del suo animo in quella che è ritenuta l’ultima lettera all’amico Antonio Costantini, nella quale anche lo stile è spoglio, semplice ed essenziale. Le Lettere incontrarono fin da subito il favore del pubblico proseguito anche presso i posteri per la loro prosa eloquente e la loro gravità cordiale coinvolgente. A tal proposito molto attenta l’analisi di Giovanni Amendola: «Nelle lettere noi scorgiamo il contatto più particolareggiato, più difficile ad evitare, dell’individuo con la società. La lunga serie di oscillazioni etiche e d’inviluppi sentimentali attraverso la quale si sprigiona la corrente della sua lirica, si duplica nelle lettere di una serie di tortuosità e di ambagi, attraverso le quali l’uomo, il povero uomo di carne ed ossa, ricercò per tanti anni affannosamente la pace». Nell’Ottocento Giacomo Leopardi, sulla cui similarità biografica e poetica col Tasso molto si è scritto, nello Zibaldone, dopo la lettura delle lettere tassiane consigliate dal Giordani, poteva esprimere un ben noto giudizio di approvazione sull’epistolario: «[…] e il Tasso più dov’è più eloquente e bello e nobile ecc., cioè nelle lettere che sono il suo meglio».

Francesco Martillotto

Didascalia: Luigi Mussini (1813 – 1888), Il Tasso in atto di leggere i suoi versi alla duchessa Eleonora d\’Este, Firenze, Galleria d’Arte Moderna

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