Nel turbine dei bytes


di Corrado S. Magro

Mi ero avvicinato molto guardingo e diffidente al mondo della comunicazione virtuale.
Avevo provato con quella di lingua tedesca forse nel desiderio inconscio di poter vivere più facilmente un’eventuale avventura emersa nell’ambiente che mi circondava.
In quei banchetti frequentati da una moltitudine di ospiti autistici, venivano consumati cibi che navigavano nell’imbarbarimento linguistico. Si potevano paragonare figurativamente agli spaghetti stracotti impregnati di conserva di pere,  che mi erano stati serviti decenni prima in un  ristorante di Colonia. Li avevo mangiati perché dovevo sfamarmi. L’espressioni scarne di un dialogo fatto di segni e termini mozzi che faceva sentire a passo con i tempi la massa di  trogloditi che li impiegava, mi creavano un disagio profondo.
Pensavo forse essere qualcuno di superiore? No, ma non avevo il coraggio, rifiutavo di disintegrarmi e amalgamarmi, immergendomi in un decadentismo esasperato, supportato da una moda sciatta e pendula, a guisa delle orecchie dei  bracchi.
Ma dai, che ne potevo capire io di quel che era moderno e valido?
D’altronde, venivo da un paese, la Sicilia, ancorato per eccellenza alla tradizione, ero già quasi vecchio, e non potevo comprendere il mondo dei giovani.
Oltre al recondito desiderio di un’avventura, il motore che mi aveva spinto ad entrare in rete era il desiderio di confrontare le mie idee, di manifestare agli altri i miei desideri, farli partecipi delle mie aspirazioni, in poche parole: di comunicare a trecentosessanta gradi provando a rigenerarmi dopo tante ore di lavoro impegnativo e spesso di estenuanti trattative.
Avevo sottovalutato l’ambiente. Dopo pochi giorni abbandonai, optando per i siti di lingua italiana, dove speravo trovarmi a più agio, non foss’altro che per la lingua.
Ma anche qui dovetti fare i conti con un mondo che posava sulla futilità, sulla celebrazione del sedicente superdotato, della donna bella e affascinante, tutti esseri divini, che occupavano un posto nel triclinio di un olimpo interdetto ai comuni mortali, vittime consapevoli o inconsapevoli di un’autosuggestione capace di mascherare per un  attimo sia  agli altri che a se stessi la dura realtà quotidiana.
Avevo ben presto capito, che la più gran parte dei cibernauti manifestava proprio quello che non era e che  avrebbero voluto essere, visualizzando la fantasmagoria dei film di fantascienza, che celebrano avventure tribali dove eroi ed eroine restano invulnerabili. Era un modo di identificarsi, un’autosuggestione per sfuggire alla realtà quando, alla luce del sole, privi di consapevolezza, insoddisfatti di noi  stessi, confusi  tra miliardi di granelli di sabbia, trasciniamo una frustrazione profonda puntando l’indice sempre su chi sta davanti a noi e mai contro noi stessi.
Calypso, Venere, Ninfa, Dea, Ulisse, Superuomo, Mattatore, L’immortale, L’unico, e tutta una miriade di pseudonimi dietro i quali non sempre ma spesso era possibile scorgere il proprio io  anelato virtualmente.
Ben presto mi ricordai che non bisognava fare di tutte le erbe un fascio. Spinto dell’esigenza di rendermi accetto quale partner interessante per donne e per uomini, non mi fu difficile scorgere la vera natura di chi sedeva dietro le tastiere remote a centinaia, migliaia di chilometri di distanza.
Cosciente che con  la capacità di mettermi in discussione, di ridere di me stesso mi sarei guadagnata più facilmente la simpatia dei miei interlocutori, di coloro che comunicavano sulla mia stessa lunghezza d’onda, mi ero dato una veste ironica, burlesca. Aprivo il mio cuore solo a chi indagava con semplicità, facendo sbocciare dai cavi che trasmettevano i messaggi, fiori di simpatia e di amicizia. Spesso questi fiori appassivano e sparivano tanto velocemente così come erano sbocciati. Si disperdevano nella superficie concava delle antenne dei satelliti che raccoglievano sì miliardi di miliardi parole in formato bit e byte, ma osservavano la terra dagli spazi siderei, senza poter sentire il vero pulsare dei cuori degli umani.
E così mi capitava di scrivere a questa o a quella sconosciuta, senza tuttavia che questi scritti  fossero sempre incamminati, trasmessi attraverso le reti. A volte si trattava solo del desiderio di comunicare, che alla fine veniva relegato in un profondo meandro, infinitamente più piccolo dello spazio occupato dalle particelle che turbinano attorno all’atomo:

Carissima,

se ho reagito così e ti ho inviato quelle poche parole, è stato perché mi sentivo di colpo privato di un fiore. A un certo punto ho visto una fantastica farfalla  volare via. Sì, io sono, forse come la gran parte di quelli che si muovono nel mondo dell’irreale, un cespuglio semiarido ed assetato, magari un cespuglio che a volte sogna.
Attorno ad esso si smarrisce di tanto in tanto una fantastica vanessa o una pavonia. Esse  amano posarsi sui petali dei fiori più variopinti che incontrano nel loro girovagare, mentre io, ispido e disadorno sto radicato nel suolo arido. Alcune di queste farfalle non si soffermano, altre mi girano intorno solo per svago, altre si avvicinano, scrutano tra le foglie mezze secche che già tremano al tenue movimento dell’aria leggermente accarezzata dalle loro ali diafane. Il cespuglio vorrebbe cambiarsi in fiore per attirare quella che si attarda, senza decidersi  ad avvicinarsi definitivamente.
D’altronde, anche volendo, dove poggiare i tenuissimi arti se quasi tutto è un aculeo? E così, dopo un guizzo che ai raggi del sole la fa sembrare ancora più bella, si allontana trasportata via da una folata di vento. Un fremito dei miei arbusti è come un gemito represso a stento.
Sei ritornata a parlarmi. Il sorriso che ieri sera si dipingeva sul mio volto descrivendo un abbraccio, si era trasformato in un smorfia repentina di disappunto. C’era all’orizzonte una luce, ma si era allontanata, non voleva più essere guardata. Adesso leggo le tue parole, esse hanno attraversato le pupille e si sono fermate nel cuore che ha accelerato il ritmo dei suoi palpiti.
Ho letto qualche mese fa una storia curiosa: la corrispondenza di una giovane danese con un pittore francese. La ragazza, ormai donna, l’aveva conosciuto solo tramite le opere riprodotte dalla stampa. Una corrispondenza calda e sensuale, un rapporto virtuale profondo, coltivato e cresciuto su un’intensa comunicazione epistolare, mentre il volto di Jean Paul, il pittore, le era diventato familiare grazie ai  periodici che di tanto in tanto parlavano della sua arte.
Quando decisero di coronare le parole delle lettere con i fatti, nel villaggio francese dove abitava il pittore, l’impiegato postale che soffriva di una malformazione che lo costringeva a muoversi sulla sedia a rotelle, si suicidò la sera prima dell’arrivo della ragazza nel villaggio.
Quelle lettere, piene di vita e di passione, le aveva scritte lui, intercettando quelle della ragazza. Prima che ciò venisse scoperto, non gli restava altro che togliersi la vita, visto che la vita gli aveva negato  l’amore.
Hai ragione! Il mondo idilliaco che ci possiamo dipingere nel virtuale diventa come una giornata piena di nebbia, una fucina piena di fuliggine, impregnata dall’aria viziata dal sudore umido dei maniscalchi, se lo trasportiamo nella realtà. Ed io, che comincio a sognare vagamente, forse non sarei nemmeno capace di dirti: ciao cara.  Resterei piuttosto prigioniero di quel formalismo di cui sono intriso.
Solo se tu mi tendessi le braccia, solo se tu m’invitassi, sarei in grado di superare quella barriera che tiene questo braciere a distanza, con i carboni scoppiettanti, evitando che possa bruciare, distruggere e fare del male. 
E prima di chiudere, se una volta non vuoi o non puoi più parlare con me, se vuoi o se devi smettere di comunicare, scrivilo. Te ne sarò grato, perché mi risparmierai di arrossire di me stesso.

Era vero quello che scrivevo? Chissà. La realtà è sempre un mistero, un fluido alimentato dalle acque del desiderio e quindi spesso virtualità pura.

E ancora una missiva ad una nuova conoscenza anch’essa virtuale:

Mia cara,

leggerti è come una catarsi. Quello che dici mi tocca profondamente, tanto che a volte mi sento intimidito. Più mi accosto a te e più ho l’impressione di essere al cospetto di un eccelso salice che proiettato verso l’alto non abbandona la terra e l’accarezza con i suoi rami pendenti. Ho sempre ammirato il salice. La cima si staglia verso il cielo, i rami esterni, gracili e ricchi di foglie, si mischiano alle erbe che crescono rigogliose sotto la sua fresca ombra protettrice.
Ti ammiro e resto titubante, incerto se continuare ad osservarti con rispetto o se avvicinarmi con il sorriso. Vorrei prenderti per mano e  camminare lungo spiagge deserte, lasciare le orme dei piedi nudi sulla fine sabbia, giallo  oro, andare senza meta perché tu stessa, donna, sei una meta. Una meta che forse ho mancato nella giovinezza, perché, acerbo, testardo e presuntuoso, pensavo poter tradurre il mondo e porlo ai miei piedi. Ho impiegato molto, troppo tempo per crescere, per maturare, e ancora oggi mi domando se mai sarò l’uomo saggio che depone la spada ed osserva la vita.
Osservo la vita per sfidarla continuamente, per farmi coinvolgere riportando spesso ferite profonde, vittima di una forza pionieristica che mi ha trascinato in tante imprese, sentimentali e non, quasi sempre abbandonate prima d’esser portate a termine, per cominciarne una nuova, per lanciarmi, sfidando me stesso, nella nuova avventura che si profilava all’orizzonte.
Al profitto e al benessere ho preferito sempre il nuovo, l’incognito, sperando che esso avesse potuto armonizzare con la mia natura irrequieta che mai però mi ha impedito di essere conseguente e sincero con me stesso e con gli altri.
E per finire: ci sono istanti in cui il tuo cuore sanguina, altri in cui ti senti morire, altri che non avresti mai voluto vivere e tanti altri che vorresti fossero eterni,
Nel nostro cammino inciampiamo, ci risolleviamo, ripartiamo.
Un giorno non torneremo più. Cosa rimarrà di noi al di là dell’amore che abbiamo sparso,  se poi davvero abbiamo saputo disseminarlo?

Scrivevo, ma al di là delle parole su un foglio di carta, o sullo schermo, il mio vero mondo mi teneva discosto da esse, come la luna nelle serate di piena, tanto vicina e pur tanto lontana.

Corrado S. Magro

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