Montale il profeta

| ottobre 31, 2012 | 260 views 0 Commenti

A cura di Augusto Benemeglio

1. L’odore dei limoni
Diciamo Montale e pensiamo al mare pulsante, onnipresente, che scava, modella leviga, al mare padre padrone che accetta e respinge; al mare origine ed elemento stesso della vita, al mare livido, che muta colore, lancia a terra una tromba di schiume intorte; al vento implacabile, nella sua mutevolezza, che trascina con sé, da scirocco a maestrale, da tramontana a libeccio, ogni cosa vivente, al vento che nasce e muore… Diciamo Montale e pensiamo alle pietraie bruciate dal salino di quella Liguria trasfigurata in una terra senza nome, di quella Liguria che somiglia tanto ad alcuni tratti della costiera salentina, quella che è irta, arida, scoscesa, scabra, ruvida; pensiamo all’odore di limoni, a quel profumo che è proprio della gente che vive sul mare, che t’invade e ti occupa e ti fa piovere in petto una dolcezza inquieta; ed è come lo scroscio di canzoni gialle, trombe d’oro e di solarità…

2. Il male di vivere
Diciamo Montale ed ecco gli “accordi”, la musica che si fa poesia, gli stati d’animo espressi dagli strumenti, il corno inglese, i violini, i violoncelli, l’oboe, il flauto. Pensiamo a Mozart e Debussy, pensiamo a Mallarmè e Valery, ad Eliot e Browning, a D’Annunzio e Pascoli, a Campana, Onofri e Sbarbaro. Pensiamo a… Leopardi, con l’universo segnato da una sconfitta inevitabile, il dolore come stigma dell’esistenza; il male di vivere leopardianamente inteso come condanna ineluttabile, non solo dell’uomo ma di ogni creatura vivente o vicina alla vita. “Spesso il male di vivere ho incontrato: era il rivo strozzato che gorgoglia, era l’incartocciarsi della foglia riarsa,era il cavallo stramazzato…Bene non seppi, fuori che il prodigio che schiude la divina indifferenza: era la statua nella sonnolenza del meriggio, e la nuvola, e il falco levato”.

3.L’osso di seppia
Diciamo Montale ed ecco le sospensioni, le attese, i silenzi, i gridi, i canti, i simboli di quel paesaggio di mare… ma qual è stato il rapporto tra Montale e il mare? Negli Ossi di seppia il mare è simbolo della vita… Nella sua dichiarata “incapacità di vivere”, Montale è metafora di quei sugheri, alghe, asterie che le onde sbattono sulla spiaggia. È lui “l’osso di seppia” che il mare espelle come “inutile maceria del suo abisso”. È illuminante a riguardo un racconto di “Farfalla di Dinard”, in cui il giovanissimo Eugenio prova questo sentimento di scacco e frustrazione. Recatosi a pescare nottetempo nelle acque antistanti Monterosso (la località delle Cinque Terre dove la famiglia Montale aveva la propria casa estiva) con due coetanei figli di contadini, ben presto, a causa del mal di mare, diventa ingombro, impaccio per i due amici che volevano proseguire l’avventura notturna e perciò l’abbandonano su una spiaggia deserta, proprio come un detrito, un rottame…

4. Poesia di inappartenenza
Diciamo Montale e pensiamo alla sua aristocratica solitudine, un maledetto snob eccentrico e spaesato. Con lui, disse Longhi, siamo sempre all’ombra di un albergo di lusso o a una sorta di giuoco dell’intelletto; ma anche al drammatico magma disperso in frammenti dall’eterno incalzare delle onde marine, al nuovissimo Ulisse, antieroe del ventesimo secolo, un Ulisse indeciso senile, estraneo, inetto, scarto di una civiltà che si esaurisce in sé stessa e s’ingorga. Da questa poetica degli Ossi dell’anima divisa, dello spaesamento, della crisi perenne, totale, di colui che imbocca una strada senza vie d’uscita, una strada che lo conduce ad “un esito estremo di ergotante delirio di impotenza e scetticismo”. E pure se non ci si ferma al Montale degli “Ossi”, si può apprezzare, a partire dalle poesie di “Occasioni” quanto di nobile c’era nella volontà di resistere affermata dal poeta genovese, come era alto profondo e antiretorico il suo sentimento della dignità umana, come in effetti questa poesia che i critici catalogavano dell’esclusione e dell’inappartenenza in realtà a qualcuno appartenesse, non fosse altro alla sua “Mosca”: “Dicono che la mia sia una poesia d’inappartenenza , ma s’era tua , era di qualcuno”

5. Amavo Debussy e gli impressionisti francesi
Del resto Montale voleva fare il cantante lirico e alla poesia ci era arrivato quasi per caso. “Era lontana da me l’idea di fare il poeta quando ho iniziato”. La verità è che in quegli anni quasi nessuno si occupava di poesia. I letterati migliori pensavano che la poesia era finita, che dovesse scriversi in prosa. Io ho scritto poesie ubbidendo a un bisogno di espressione musicale, influenzato da Debussy e dai pittori impressionisti francesi e non certamente da altri poeti… “Grazie alla musica ho cominciato a frequentare la biblioteca civica di Genova, a leggere, a studiare, mi sono fatto una cultura da autodidatta, ho capito che la poesia era in crisi, perché la parola e il linguaggio erano stantìe, muffite, da rinnovare; ho avvertito che la crisi della poesia era la crisi dei valori, la crisi del divino. Allora ho sognato di creare qualcosa di mio, ho cercato di torcere il collo alla nostra vecchia lingua aulica. E ho continuato a leggere più libri possibili, li divoravo, ma più ne leggevo e più ne restavano da leggere. Così un giorno mi sono stancato e ho guardato il calendario. Mi sono accorto che avevo compiuto sessanta…anni, e che ero un fallito!…Ed è questa la storia di tutta la mia vita”.

6. La poesia-fogna
Diciamo Montale e parliamo dell’ultimo grande poeta italiano e forse europeo del novecento. Ma quanto vale oggi esser poeta? E la poesia è sempre quella che “si avvicina alle verità essenziali più della storia”, come disse Platone? “La poesia è ridotta ad essere solo una grande fogna, niente di più. Del resto la poesia e la fogna sono due problemi mai disgiunti: e scrivere in versi è pura deiezione, liquame… Tutta l’arte ormai si fonda sull’impossibilità della parola”. “La poesia non è fatta per nessuno, non per altri e nemmeno per chi la scrive”. “Io ho imparato da mia moglie, dal mio caro piccolo insetto, che chiamavano «Mosca» e non so perché, che l’unico valore dell’esistenza è il coraggio di vivere… Lei non ha pensato mai di lasciar traccia di sé scrivendo prosa o versi e fu il suo incanto – e dopo la mia nausea di me… Le risate smascheratrici di mia moglie hanno proprio per oggetto i riti e i miti un po’ ridicoli della letteratura e della poesia-fogna, la poetica di chi vive assediato dalle cose. Non a caso Vittorio Sereni, che era una persona seria, rifiutò la qualifica di «poeta»… Lo sa cosa mi ha detto la mia adorata Mosca prima di chiudere gli occhi? … Mi ha detto pirla, una parola gergale non traducibile. Da allora me la porto addosso come un marchio che resiste alla pomice. Ci sono altri pirla nel mondo ma come riconoscerli? I pirla non sanno di esserlo. Se pure ne fossero informati tenterebbero di scrollarsi con le unghie quelle stimmate.”

7. Il profeta
Diciamo Montale, oggi che viviamo tempi ancor di più profondo buio e incertezza sull’esito finale della “partita” di noi esseri umani. E scopriamo d’un tratto che la sua poesia, anche l’ultima, quella di “Satura” e dei “Diari” che è satirica ironica dissacrante e nasce proprio dalla sfiducia del linguaggio poetico, dall’impossibilità di parlare per i poeti e per gli artisti, ci rivela forse le verità essenziali di Platone, ha lampi, squarci profetici sulla storia e sull’avvenire del mondo. “La storia non si snoda come una catena di anelli interrotti… non somministra carezze o colpi di frusta… non è magistra di niente che ci riguardi…la storia gratta il fondo come una rete a strascico con qualche strappo, e più di un pesce sfugge…la storia è disumana, anche se qualche sciocco cerca di darle un senso… il vertice lo zenith il summit il cacume non c’è chi mai l’arresta…e c’è chi si stupisce se qualcuno si butta dalla finestra”. L’avvenire?… “L’avvenire è già passato da un pezzo. Può darsi però che ammetta qualche replica dopo l’aumento delle prenotazioni. Con un palmo di naso resteranno gli abbonati alle prime; e con il sospetto che tutto involgarisce a tutto spiano”. …e la guerra…che è barbarie, atrocità … è la sconfitta dell’umanità?. (Caro amico) …” la vita oscilla sempre tra il sublime e l’immondo con qualche propensione per il secondo. Ne sapremo di più dopo le ultime elezioni… La guerra, dice? L’uomo è sempre andato a caccia: c’è chi tira a pallini e c’è chi spara a palla. L’importante è far fuori l’angelica farfalla…” …l’onore, la giustizia…? “Si parla tanto di onore e giustizia, ma spesso l’onore ci appare quando è impossibile, quando somiglia come due gocce d’acqua al suo gemello, la vergogna”… Lo scontro finale “Nella grande valle di Armageddon Iddio e il diavolo conversano pacificamente i loro affari, nessuno dei due ha interesse a uno scontro decisivo. Sarebbe l’apocalissi. E l’apocalissi, lei m’insegna, è da prendersi con le molle. E’ possibile che nell’arena che sta a fianco scendano invece in campo per la lotta estrema due Luciferi gonfi di orgoglio: ognuno crede d’essere l’Unico, quello che non trova ostacoli sul suo cammino. In questa dichiarazione di superbia trova alimento il loro scontro: ed è tutto a danno degli umani e delle loro cose”… Chi vuole intendere, intenda.
Parola di Montale… il profeta.

Augusto Benemeglio



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