Massimo Troisi


A cura di Arturo Casalati

Voi siete in tanti a scrivere e io sono solo a leggervi”. Così Massimo Troisi spiegava lo sgomento di un lettore di fronte alla vastità della produzione letteraria.
Questa battuta fissa il giusto rapporto tra lettore e scrittore. A vent’anni dalla sua morte, restano incise nel labirinto dell’orecchio alcune sue battute, le sue miti e ammaccate prese in giro.
San Giorgio a Cremano, dove Troisi è nato, è un centro vesuviano che si trova sulla linea Napoli-Portici, prima ferrovia d’Italia al tempo in cui gli Svizzeri facevano gli emigranti a Napoli, lavorando da cuochi, pasticcieri, orologiai.
Sotto la verticale del cratere, San Giorgio a Cremano appartiene alla catena mondiale degli abitanti di azzardo. Hanno in comune l’alzata degli occhi al cielo, non nel tentativo di chiedere una raccomandazione, ma per l’avvistamento di una minaccia.
Massimo Troisi era un Vesuviano, denominazione che contiene Napoli e dintorni. La sua voce remissiva, nasale, era priva di qualunque sfumatura di aggressività. Era perciò opposta a quella del “guappo”, del soldato di camorra, figura dominante sotto il Vesuvio negli anni Ottanta.
A Napoli c’era Troisi con il suo trio La Smorfia, con Enzo De Caro e Lello Arena. Quei suoi primi testi facevano ridere perché si addossavano le debolezze, le omissioni, le vigliaccherie di un popolo sotto lo scacco della camorra.
Troisi è stato un solista, anche quando era con Roberto Benigni. Non formarono un duo comico, nessuno dei due era la “spalla” dell’altro. Stavano entrambi sulla scena ma ognuno faceva per sé.
Quella di Troisi non era solo arguzia spiritosa, ma uno slancio sentimentale
sotto la forma di una presa in giro.
In lui c’era l’indignazione, quella che scansa la facile invettiva e si raffina invece in ironia dolente.
E questo ne è un esempio. Troisi raccontò che il capo della Lega Nord rischiava l’espulsione dal partito perché in casa gli avevano trovato un disco di Peppino Di Capri, con tanto di dedica personale, per di più.
Un altro esempio. “C’è chi sostiene che per raccontare belle storie basta guardarsi attorno. Io non ci credo. Perché se così fosse, i vigili urbani sarebbero tutti Ingmar Bergan”.
Un altro esempio ancora. “Io non è che sia contrario al matrimonio. Però mi pare che un uomo e una donna siano le persone meno adatte”.
Eduardo De Filippo eseguiva una leggendaria pernacchia, con tanto di istruzioni per la sua buona riuscita.
Troisi ha sciolto quella pernacchia in pillole omeopatiche. Invece di scorticare, le sue “pillole omeopatiche” fanno del bene ai muscoli facciali, distesi nella gratitudine di un sorriso.
Con i suoi spettacoli teatrali e televisivi, con i suoi film e con le sue battute, Massimo Troisi ha lasciato a tutti noi la sua eredità, fatta di allegria dolente, di malinconica ironia.

Arturo Casalati

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