Mario Giacomelli e la Puglia


A cura di Augusto Benemeglio

La Puglia di sessant’anni fa
Uno dei più grandi autori della fotografia contemporanea, a livello mondiale, si mise in luce , agli inizi della sua carriera , con la bellissima serie intitolata “Puglia” . Era il 1958, e certe tecniche di forte contrasto tonale utilizzate in seguito, certe ricerche quasi astratte, anche nel paesaggio, alcune immagini dedicate al pittore Bastari , e tante altre realizzazioni creative già denotano l’ evoluzione di uno si libera definitivamente dalla schiavitù della ripresa della realtà.Uno che sfrutta ogni suggerimento tecnico e scenico per inventare un mondo visuale magico, e personalissimo. Giacomelli ha scardinato, soprattutto nei lavori realizzati tra gli anni cinquanta e sessanta, i tradizionali concetti di impostazione classica dell’immagine nel linguaggio fotografico. I suoi toni contrastati, i mossi, la libertà anarchica nella composizione, l’eclettismo della ripresa che poteva permettersi di toccare varie corde stilistiche, dalle composizioni quasi astratte ai toni più realistici, sono tutti elementi di un grande patrimonio visivo che collocano la sua opera ai vertici della ricerca fotografica.

La fatica della terra.
Ma che Puglia descrive Giacomelli, che era nato a Senigallia , il 1° agosto 1925 e lì è morto nell’ottobre del 2000?Il paesaggio , il cielo , la terra , il dolore, la sofferenza, la vecchiaia, la speranza, l’amore. Immagini “infinite di un incanto che è insieme metafora e sublimazione delle fatiche umane” dice Angela Vigano, che ha presentato la sua ultima mostra. “Osservare queste immagini di Puglia è come leggere nelle pieghe degli uomini, nelle vene del paese; è sentire la corteccia della pianta, la fatica della terra, i suoni di festa, i giochi davanti alla chiesa, le vecchie mura assolate, la società e l’amicizia, lo svago sereno, la vita cerimoniale e religiosa, gli eventi, il prestigio e la vitalità che si riflettono sulla pelle di una civiltà”.
Giacomelli ha fotografato in Puglia una realtà brulicante di soggetti, e le immagini come stratificate – dalla scalinata che fu utilizzata anche per la copertina di Conversazioni in Sicilia di Elio Vittorini, e via via fino al ritratto delle case affastellate una sull’altra- ci mostrano un Sud antico e vitale. Anni di immagini che diventano anni di storia di un paese.Giacomelli era anche un poeta, con un passato di pittore; egli racchiudeva in sé la quintessenza della vita e la generosità nell’esprimerla. Ed ecco tutta la sua opera vibrare di poesia”.

Interiorità muta
Immagini che sprimono il dramma di vita, l’incarnazione di incontri tra l’io e il mondo. Sin dall’inizio non lo interessa la fredda oggettualità degli accadimenti reali, ma la desinenza profonda di un’avventura spirituale ed emotiva,il cui senso va colto tra le immagini fatte di violenti contrasti, di manipolazioni e ritocchi palesi e rozzi, per dare intenzionalmente maggior valore al primitivismo del suo sentire.
“La fotografia – dice – è una cosa magica, che mi dà la possibilità di esprimermi, di sostituire la parola che sento di non sapere usare. Dà senso della presenza, c’è il soggetto, ci sono io, c’è uno spazio vergine tutto da riempire”.
Giacomelli si pone alla ricerca di un’interiorità muta che possa diventare trasparente e mostrare la densità del sentire. Questa non può scaturire dalla teatralità di figure in posa, ma da una scena già innescata, dove lo sguardo “falso” della fotografia può lasciare spazio ad uno sguardo “vero”, si potrebbe dire naturale ed organico . Le sue fotografie sono impresse di sofferenza e di angoscia, di amore e di passione:
“Le mie immagini sono la copia delle mie emozioni”.
Nell’altra serie sulla realtà meridionale, “Il canto dei nuovi emigranti”, i toni sono più scuri, i contrasti più violenti, ed è scomparsa la folla, quella dei bambini soprattutto, che qui sono il segno più vivo e la scoperta più interessante. Come sempre nelle serie di Giacomelli, sono numerosi gli elementi che consigliano di osservare le fotografie in una successione ben definita, o raggruppate per analogie.

Gente del Sud
Le case del paese, viste a una certa distanza e con una accentuazione dei contrasti, appaiono come una scalinata, così come i terrazzamenti della terra coltivata; le donne anziane con un velo scuro che cela completamente la testa e poi le figure incappucciate di una processione religiosa; le stesse le figure incappucciate e i bambini che guardano verso l’alto aspettando forse qualche ricompensa; l’asino che si sporge oltre la porta così come la vecchina.
In questa serie, che all’inizio era stata denominata Gente del Sud, compaiono per la prima volta i bianchi slavati tipici della fotografia di Giacomelli. Insieme a Scanno, Puglia prefigura molte delle tecniche che saranno utilizzate nella serie Io non ho mani che mi accarezzano il volto, nei forti contrasti, nelle figure nero cupo che si stagliano sugli sfondi del bianco bruciato: così la strada brulicante di persone, con le anziane sedute da una parte e dall’altra.
La fotografia riferisce gli eventi con un’aderenza superiore ad altri mezzi, ci aiuta a capire gesti e sguardi, la dimensione del tempo che si intreccia con i ricordi, dove il passato diventa presente ma anche luogo di incontro.

Espressionista di matrice teutonica
La stessa forma espressiva, (de)formata, la ritroviamo nella celeberrima serie “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”, serie che l’artista riprenderà, all’interno dell’ospizio di Senigallia, in più tappe (1955-56; 1966-68; 1981-83) e che ritiene la più sentita ed importante del suo lavoro.
In questo caso l’angosciante spaesamento vissuto dall’anziano, costretto in una struttura alienante e privato della dignità, proprio nel momento in cui la vecchiaia gli nega le difese più elementari, viene inquietantemente alla luce in queste immagini forti, raccapriccianti e allo stesso tempo struggenti. La rassegnazione, dolorosa fino all’incoscienza, traspare in queste fotografie che più che proiezioni oggettive della realtà sono rivelazioni della sofferenza interiore dei soggetti ripresi, al pari di soggettive cinematografiche quali quelle del Calligari di Wiene, una realtà intima che l’autore coglie empaticamente e trasmette nelle immagini. “Più che quello che avevo davanti agli occhi volevo rendere quello che avevo dentro di me” ha affermato Giacomelli che si rivela nella malinconia, a volte affascinante a volte cupa, della sua opera, come un vero e proprio espressionista di matrice teutonica.

La su ansia costruttiva
L’opera che più assiduamente ha impegnato Giacomelli rimane comunque “La terra”, paesaggi che il fotografo ha iniziato a riprendere dal 1955 e che per tutta la carriera ha continuato a fotografare. Anche in questo caso permane un’ambiguità di fondo infatti nonostante il titolo della serie, così come la composizione che elimina il cielo concentrandosi sotto la linea dell’orizzonte, convoglino l’attenzione proprio sulla terra, della sua fisicità resta ben poco; qui più che mai prevale infatti la struttura formale, la composizione “innaturale” come del resto la “tavolozza”. L’impianto geometrico fortemente astraente di queste immagini senza “vie di fuga” e i contrasti esasperati del B/N, nulla hanno in comune col naturalismo moderno; la “finestra aperta sul mondo” si chiude e si apre quella sull’artista, sul creatore ora veramente “supremo”, non più vincolato da una riproduzione fenomenica ma narcisisticamente intento nella costruzione di una propria realtà personale in cui rispecchiarsi.
“Questi paesaggi sono stati svuotati della loro realtà per mettere qualcosa di mio. “Quelle volte che non sono riuscito a trovare il paesaggio che volevo l’ ho creato da me […] è una realtà uccisa volutamente per punirla e nello stesso tempo per ridarle una vita nuova dove mi sembra per una volta di avere il sopravvento sulla natura”.
Le frasi, dello stesso Giacomelli, sono indicative della sua ansia costruttiva fortemente radicata su concezioni artistiche tradizionali e romantiche, come l’imprescindibilità da una fattura fortemente personale che veicoli l’intimo sentimento.
La poesia dello sguardo Giacomelli , che ha iniziato la carriera artistica come pittore , è in definitiva pittorico anche nelle fotografie e l’uso che ha fatto del mezzo fotografico lo testimonia. Come nei casi in cui ha usato delle sovraesposizioni per ricostruire la realtà o meglio per allontanarsene e non mi riferisco alle messe in scena “poetiche” come Spoon River, ma ancora ai paesaggi. In uno di questi introduce per sovrapposizione un segnale stradale, una freccia, come nella migliore tradizione del cubismo sintetico o come in certe opere di Klee, volendo con questo svelare l’artificio, la superiorità del dato culturale su quello naturale. Giacomelli dunque usa lo strumento fotografico come il pittore usa il pennello, cioè per materializzare le proprie aspettative, ricercando nella manualità virtuosa lo stile che lo distingua dagli altri rappresentando nella maniera più efficace l’espressione interiore che lo anima. E i paesaggi non fanno eccezione: il vero paesaggio è quello interiore, con una chiara influenza della pittura Neoplastica che lo porterà ad affermare a proposito di un suo paesaggio: “Ho pensato nel farlo che lì c’era un quadro di Mondrian.” Ma altre volte i riferimenti sono a Burri , come ad esempio in certe foto che ritraggono i muri della Puglia . Delle sue fotografie , in generale , Giacomelli dirà, che si sente come un sacerdote prima di salire sull’altare : “Prima di ogni scatto c’è uno scambio silenzioso e quasi mistico tra oggetto e anima, c’è un accordo perché la realtà non esca come da una fotocopiatrice ma venga bloccata in un tempo senza tempo per sviluppare all’infinito la poesia dello sguardo che è per me forma e segno dell’inconscio.”

Augusto Benemeglio

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