Maria Pia Monicelli – Ho nel palmo il mare


A cura di Augusto Benemeglio

1. I suoi versi sono colpi di genio.
Nessuno scriverebbe versi se il problema della poesia fosse quello di farsi capire, disse una volta Montale in modo ironico polemico e provocatorio, ma (se vogliamo) anche illuminante , per spiegare il concetto della poesia moderna, della c.d. poesia ermetica, oscura, ma affascinante. In realtà Maria Pia Monicelli – che è una creatura deliziosa e bellissima, fatta di smeraldi tenerezza e macerie , (sa essere dura come la pietra e fragile come il cristallo), una donna colta e raffinata che ama il teatro , la musica , l’arte e si nutre costantemente di poeti del novecento ormai divenuti classici ( parlo di Lorca, Quasimodo ,Ungaretti, Eluard, Kavafis, Eliot, Alberti, Guillén , Neruda , etc.) – vorrebbe essere capita, compresa … ma fino ad un certo punto( in fondo piace quell’alone di mistero che sta dietro i versi ed è forse un enigma del pensiero per la stessa autrice, che talora è solo una medium che lascia fluire attraverso se stessa i materiali dell’inconscio collettivo) La poesia di Mapia (“è il nome che ho dato alla mia anima” , soffio d’aria, pneuma) secondo i molti amici che la seguono e l’amano (quorum ego) su quell’immenso scenario-palcoscenico globale, quella “mensa” mediatica planetaria che è facebook– è fatta di intensità, emozione, musicalità, accumulo, sovrapposizioni, metafore, sensualità, teatralità. I suoi versi sono talora veri e propri “colpi di genio”; è la poesia dello scacco e del dolore, dell’urlo senza voce , ma anche del sogno lucido , ad occhi aperti , del volo senza vento, la poesia dell’amore per sempre , dell’amore totale implacabile e disperato (“ E ti amo senza forma e senza conclusione”). Come ha osservato qualcuno s’avverte in lei una sorta di rupofobia (o mistifobia) dell’anima , che sarebbe poi una fobia del sudiciume.
La sua è una sete di pulizia , ma anche d’infinito: Vorrei essere in quello spazio/dove si apre/ l’altrove (“L’altrove”) E mi basta/un tuo pensiero/a sigillare l’anima/ dilatare l’attimo/ per vivere l’infinito/ e non morire/ ancora ( Ancora”). E resterò nel mezzo/ tra cielo e infinito… resterò nel mezzo/di un soffio/tra una vita mai scritta/e l’eternità (“Nel mezzo”)

2. “Amami goccia a goccia”
Ma il suo è un sipario di versi a getto continuo che si apre alle ipotesi più varie e affascinanti perché sono lampi di luce e ombre che – scrive Francesco Enia, – “ si offrono a significati e interpretazioni molteplici”, anche in chiave filosofica , cosmica. E’ la poesia in movimento verso l’essere, movimento dello smarrimento verso la chiarezza, del turbamento verso la pace, della solitudine angosciosa verso l’amore.
L’ anima è come un’ ostia che viene consacrata ogni giorno dalle mani della poesia stessa e diventa “eredità d’amore”. La mia festa/ è nella tua mano, dice Maria Pia, e qui ricorda vagamente il Neruda inseguito dalla voci della poesia , che si nascondono tra i rami degli alberi. La sua energia lirica scaturisce dalla tensione verso un punto che la trascende, che può essere un “volo inverso” , una “carezza di primavera” , o “il canto del grano”, un “bagliore / tra mille galassie “, un orizzonte spalancato “ come un bacio appena ritrovato” , o nel “ vento / (che) non avrà più sete” Con queste “ immagini d’ambiente” – scrive Paola Marconi – “ al confine con la realtà, dove le emozioni dilagano, con Mapia si sale molto in alto, verso il cielo, come in una preghiera accorata”. Ma, come accennato , la Monicelli è una donna calda, ricca di passionalità, sensualità, desideri, deliri, e tracce di calore di una intensità febbricitante sono in ogni suo verso – “Amami goccia a goccia /scivolami/ senza lasciare traccia (”Nella stessa acqua”), “Donami una carezza/ prima che venga il buio”…“Datemi una coperta /di stagioni nuove… / e poi fate pure di me/spina o radice/di questa mia/ follia che tace (“Follia d’amore”) , “Entrai nel fuoco/vestita di niente (“Fuoco spento”), “…scendi/alla ricerca di morbide labbra/e risali in quel bacio/dove l’infinito nasconde la perfezione (“Nuova carne”), “Sei la luna calda/che nasconde la luna/ dove succhiai la vita” (Donna) – sono come fiori d’inchiostro che cullano il loro sogno, immagini e idee curve, frutti di vento, ciotoli del rumore , cenere di stelle, specchi di labbra, forbici di occhi, melodia, tormento e incanto, maceria, irrealtà, mistero.
La poesia è comunicazione anche prima di essere compresa. La magia della sua parola e il suo senso di arcano s’impongono, anche se talvolta la comprensione resta disorientata, ma con Mapia, “anima (che) vive nuda”, non corriamo questo rischio. Con lei dobbiamo sempre pensare al teatro, alla musica, al canto, tutte arti che conosce molto bene (è attrice, cantante, conduttrice, doppiatrice professionista, autrice di canzoni), ma anche alla pittura, alla fotografia, alla decorazione estetica , alle interconnessioni fra le arti, come aveva auspicato il grande Kandinsky. Non a caso, infatti, da molte delle sue poesie sono stati tratti degli audiovisivi, vere e proprie “performance” con immagini e musica, piccoli gioielli compositi che ciascuno di noi può trovare su You Tube. Qui la sua poesia è volta all’impegno civile e si fa spesso invocazione, grido, accusa, accorato appello per la difesa della natura (vds. “Madre Foresta”), ma anche voce di riscossa per il recupero di una dignità umana che non ha prezzo ( vds. “Credi in te”, che rifà un po’ il verso, al femminile, alla famosa poesia If di Kipling), in un mondo in cui “ Siamo ceri addormentati/in un tempio senza dei”(La rivoluzione)

3. L’anima ferita
Per lei si sono fatti degli accostamenti con i poeti più svariati , diversi e talora improbabili, da Eliot a Pound, da Prevert a Montale, da Kavafis a Ungaretti , dagli haiku giapponesi a Rilke e Lorca. Forse c’è qualcosa di alcuni di questi poeti , in Mapia, poeti che sicuramente conosce, ma io mi son fatto dell’idea che la sua è una poesia nuova, che si è fatta da sé, goccia a goccia , maceria su maceria, sedimentandosi per anni e anni e poi , come un torrente che finalmente riesce a trovare il suo alveo , dal monte scende a valle pieno di meraviglia, s’ingrossa e diventa fiume e cerca il mare, il suo luogo sacro, il suo altare ( “il sudore di Dio (è) tra le onde del mare”), quel mare-dio che fa nuove tutte le cose (“Acqua di mare spostò le stelle/ ricompose il cielo/ lavò le tenebre/ dalle ombre del passato”) Ora Mapia è un getto continuo che esplode con tutta la sua energia e la sua vitalità , tutta la sua potenza magica , il velo sonoro, la nostalgia del mistero, l’antico tema di amore e morte , le scene apocalittiche , città che precipitano l’una sull’altra , le donne inginocchiate in cerca di un misterioso Iddio , le pietre , le spade e il sangue, le vittime innocenti, come sempre. Le antichissime radici del gemito che hanno fatto sì che il primo verso dell’uomo fosse un grido di dolore, che ritorna come un’eco lontanissima, dai primordi. La sua forza , dice qualcuno, è proprio quell’eco del tempo non suo , il sovraffollarsi degli io , il piccolo popolo che vive in lei, con altri da sé, con cui stabilisce rapporti. La sua vera forza è la “posizione d’anima”, l’anima ferita che ha accesso al divino proprio perché ferita: E dimmi/qual è la medicina dell’anima/e quale carezza/è adatta a questo cuore/quando l’orrore/mi spacca in briciole( E dimmi come) Forse è tutto vero, ma c’è anche la solitudine ( “non affollate la mia solitudine”) quella solitudine creativa ( “sarei più sola senza la mia solitudine”) che ti consente di esplorare la tua “prigione”, e la melancolia che “abita l’attesa” , e quella sua raffinata tecnica della fusione e delle metafore. Come dimenticare che la metafora – dice Ortega y Gasset- è la forza più grande che l’uomo possiede ? Essa confina con l’incantesimo ed è come uno strumento dimenticato da Dio dentro le sue creature.
E’ – secondo Pound – come un turbine irradiante attraverso cui sfrecciano le idee che hanno una risonanza infinita. “Solo la poesia – dice Aleixandre – sa che il vento una volta si chiama labbra , un’altra sabbia “, e potrebbe essere un verso di Mapia, che è una sorta di vestale della poesia , tempio vivo , donna di pietra voli e nidi ( “ero una statua abitata/ da rondini e pensieri nei nidi”) , volto raro, bellissimo, sognante e intenso, conchiglia sonora, maschera, miraggio: Non cercatemi tra i ricordi/ non è il mio esilio…Viaggio nei deserti del domani…Mi troverai a cullare/ un granello di sabbia… dietro una duna/ in quel deserto/ a spigolare sabbia…

4.Credi nel miraggio
Eccola, novella Ruth nel deserto, tra i miraggi . “Credi nel miraggio, è l’unico modo di attraversare il mare in tempesta”, le sussurra Graziella Ardia, e lei la prende alla lettera . Eccola , con gli specchi riflessi, dove c’è un po’ tutto , il deserto di Chalbi e il delirio delle cime dei monti delle Alpi , le galassie che fanno musica , gli iceberg che si sciolgono, i canali navigabili, l’incurvamento dei raggi luminosi nell’attraversare gli strati atmosferici , la rifrazione della luce, una “fiammella tra le dita” e il mare , quel mare del golfo di Napoli che possiamo immaginare com’era guardando le sue foto, quando, giovane fanciulla bionda , posava sui carretti dei pescatori,giocava a far la diva tra le reti e i sugheri , tra gli angoli umidi di mare e gli ossi di seppia , detriti ,scorie , o a Montedidio, dove frigge la vita di una folla densa, che libera voli e spalanca precipizi e dove neanche i morti se ne stanno quieti, o nel porto antico con i vecchi pescatori con le ginocchia rattrappite contro i denti verdi e le dita che tambureggiano sotto le sedie una canzone, o che brontolano come gatti schiaffeggiati, che si dondolano facendo rollii di ricordi.

5. Ho nel palmo il mare
Mapia ora guarda quelle sue acque “friggere dalla fatica/ nell’ultimo sussulto/, guarda quella luce di sangue/ nella luce infinita/, quel mare che si levò/ alto braccio liquido di sale/ salì al cielo/ salì fiamma alle stelle” ( Il sudore del mare) , quel mare azzurro e infinito, luce e purezza , sudore, ma anche slancio verso il futuro che la vide nascere e la carezzò l’anima come sanno carezzare solo le onde di risacca , che sorvegliò i suoi primi sguardi, cullò i suoi sogni, i suoi primi sospiri d’amore , quel mare che oggi s’è fatto oscurità , abisso, angoscia, desolazione , deserto, prigionia ; mare freddo, nero, putrido , che “non bagna più Napoli” e che tuttavia ha in sé la straordinaria capacità di rinnovarsi , rigenerarsi , mimetizzarsi, farsi atomo, goccia, scintilla, idea, poesia , miraggio ed ecco ora quel mare è racchiuso tutto nel palmo della sua mano ( Ho nel palmo il mare…/ed è come un cuore/ sazio di troppa vita).Cuore e mare sono le parole che – non a caso – ricorrono più frequentemente , sono le sue “ossessioni” , passe-partout che serve per penetrare la sua anima passionale che s’estende in un abbraccio costante rivolto a tutte le creature, un afflato universale. In quel mare –dio-infinito-poesia-miraggio , Mapia lascia navigare la sua barca-guscio di noce , che è la sua vita, e – leopardianamente – riflette che “è dolce il naufragar” , comunque siano andate le cose. In fondo “niente/ di ciò che ho avuto/reputo vano/niente arriva/ né se andrà invano.

Augusto Benemeglio

Titolo: Ho nel palmo il mare
Autore: M. Pia Monicelli
Curato da: Cecchini C. A.
Prezzo: € 15.00
Editore: Sacco
Data di Pubblicazione: 2010
ISBN: 8863542341
ISBN-13: 9788863542349
Pagine: 136
Reparto: Studi letterari > Poesia > Poeti

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