Eventi: Manet e la Parigi moderna


Mostra dedicata a Manet dal Palazzo Reale di Milano

Manet è importante per noi quanto Cimabue e Giotto per gli italiani del Rinascimento (Pierre-Auguste Renoir)

Traeva elementi da tutti, ma che meraviglia la maestria pittorica con la quale riusciva a fare qualcosa di nuovo! (Edgar Degas)

È molto più abile di tutti noi, ha trasformato il nero in luce (Camille Pissarro)

In apparenza colui che aveva maggior bisogno di riconoscimento ufficiale, ma la sua arte era troppo dirompente e sconvolgente per il buon ordine mentale della borghesia e per il pregiudizio benpensante. I suoi quadri sapevano essere raffinate costruzioni intellettuali, ma giungevano nell’intimo più profondo, liberando emozioni e visioni, anche le più oscure. E nel contempo celebravano la fervida gioiosa trascinante vita della Ville Lumière.
Édouard Manet è stato semplicemente irripetibile, un unicum nel movimento cui storicamente e universalmente è stato ascritto, ossia l’Impressionismo. Invero il panorama di Manet è molto variegato e complesso. Come si addice a chi ha saputo dipingere l’Olympia, Le déjeuner sur l’herbe, Il bevitore di assenzio, Il pifferaio… e quest’ultimo oggi si può ammirare nella mostra allestita al Palazzo Reale di Milano, insieme con altre sue opere e quelle dei compagni d’avventura nella straordinaria lunga travagliata e meravigliosa stagione che fu l’Impressionismo in terra di Francia e nella sua più che effervescente capitale, longa manus di temperie creativa che felicemente avrebbe carpito il mondo intero.
Il pifferaio che peraltro fu rifiutato dal Salon continua a scrutarci con ineffabile attenzione, il flauto pronto a emettere una nota – dolce? stridente? – alle nostre orecchie di posteri. Quasi ritagliato in uno sfondo neutro-cosmico il piccolo suonatore, i pantaloni troppo larghi, è bloccato in una sospensione magica, eterna, gli occhi intenti e persi, le dita languide e pronte.
Sfilano i capolavori di Manet… Émile Zola e Stéphane Mallarmé (entrambi suoi eccellenti amici), Berthe Morisot con il ventaglio (modella e musa che finì per sposare il fratello di lui Eugène), Chiaro di luna sul porto di Boulogne, La fuga di Rochefort, Ramo di peonie bianche e cesoie, L’asparago, Fiori in un vaso di cristallo (simbolo di fugacità e, insieme, di vitalità), Lola di Valencia (“il vario manifestarsi della bellezza equivoca”), Combattimento di tori, Angelina, La cameriera della birreria (sprigiona un livello di seduzione altissimo), La lettura (ritratto della moglie Suzanne Leenhoff), Il balcone (spaesante ritratto di gruppo senza apparente soggetto e dove ciascun soggetto è quasi smarrito nei propri meandri interiori), Berthe Morisot con un mazzo di violette. E acquerelli, schizzi e disegni a celebrarne la gran varietà tecnica e immaginativa.
Manet aveva viaggiato fuori dei confini della patria e ogni giorno viaggiava nella sua Parigi in perpetuo scintillante moto, cogliendone la quotidianità, il cambiamento, le sfumature, la socialità stratificata, l’eros diffuso.
La mostra di Palazzo Reale prevede dieci sezioni tematiche, esaustive per disegnare il profilo dell’artista e del suo mondo, dell’universo sentimentale in cui tutti quei protagonisti navigavano: Manet e la sua cerchia, Parigi città moderna, Sulle rive, Natura inanimata, L’heure espagnole, Il volto nascosto di Parigi, L’Opéra, Parigi in festa, L’universo femminile. in bianco, … e nero. La passante e il suo mistero.
E perfetto pendant a Édouard sono i lavori esposti di Charles-Émile-Auguste Durand (vedi lo splendido Il convalescente), Degas, il nostro Boldini, Jongkind, Gauguin, Monet, Signac, Monet (Argenteuil), Cézanne (Pastorale), Renoir (l’incredibile e misteriosa Giovane donna con veletta), Fantin-Latour, Jean Béraud (la bella, elegante e indimenticabile prostituta de L’attesa), Henri Gervex (il fantasmagorico Il ballo dell’Opéra), Eva Gonzalès, il virtuosistico Tissot, Alfred Stevens (con i malinconici e sensuali La lettera di rottura e Il bagno e l’impegnato e arrabbiato Ciò che si chiama vagabondaggio).
Mai stereotipato e sempre indipendente, c’è da rammaricarsi per la breve, seppur piena, esistenza di Manet, morto a soli 51 anni una decina di giorni dopo l’amputazione della gamba sinistra in conseguenza di un’atassia locomotoria d’origine sifilitica. Un moderno, un innovatore, pur così legato alla tradizione classica della pittura italiana o a quella del Secolo d’Oro spagnolo, di Velásquez, per lui “il pittore dei pittori”, e di Goya.
“Quel che si può affermare con certezza è che Manet intrattiene con la pittura un inalterabile rapporto di tipo carnale”, hanno scritto Guy Cogeval e Isolde Pludermacher. Volutamente “ambiguo”, Manet era sconcertante per la sua capacità di annullare “le barriere codificate tra ritratto, scena di genere e natura morta”, così com’era magistrale nell’interpretazione interiore, nel grado di complicità che era in grado d’instaurare soprattutto con i suoi soggetti femminili. Sovversivo e irridente, “sconveniente” e provocatorio, Manet non finirà mai di stupire e di raccontare. Eppure è anche misurato e composto nella sua sacra ricerca. Una sorta di artista-ossimoro. Immenso.

Alberto Figliolia

Manet e la Parigi moderna, a cura di Guy Cogeval, Caroline Mathieu e Isolde Pludermacher. Produzione e organizzazione: Comune di Milano, Palazzo Reale e MondoMostre Skira, in collaborazione con Musée d’Orsay e dell’Orangerie di Parigi.
Catalogo Skira.
Fino al 2 luglio 2017. Palazzo Reale di Milano, Piazza Duomo.
Orari: mar, mer, ven e dom 9,30-19,30; gio e sab 9,30-22,30; lun 14,30-19,30.
Info: tel. 0292800375; siti Internet www.palazzorealemilano.it, www.manetmilano.it.

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